La pandemia di Covid-19 ha influito sulle dinamiche politiche di diverse nazioni contribuendo a ritardare elezioni, a favorire svolte autoritarie oppure a facilitare una maggiore collaborazione tra i partiti anche di ideologie molto diverse. L’emergenza sanitaria ha inoltre inciso sul dialogo tra le diverse componenti della società e ha portato a una maggiore o minore incidenza di fenomeni come il terrorismo oppure il separatismo. Con l’eccezione di alcune aree, come Afghanistan e Sahel, il terrorismo si è mostrato in fase calante nel corso degli ultimi mesi mentre l’impatto sui fenomeni separatisti appare più marcato. In linea generale, infatti, si è assistito a una aggravamento (in alcune zone del mondo) della lotta tra governi centrali ed entità autonomiste e a un peggioramento del dialogo bilaterale tra le parti. La pandemia potrebbe rivelarsi un catalizzatore di tensioni piuttosto che un calmante efficace.

La pandemia come strumento di lotta

Il Covid-19 può provocare una recrudescenza dell’autonomismo e del separatismo laddove la crisi sanitaria non è stata gestita in modo efficiente dal governo locale e ciò può dunque portare a delle recriminazioni di tipo socio-politico. È il caso della Catalogna, la ricca comunità autonoma spagnola che, ormai da alcuni anni, ha ingaggiato una dura lotta per vedere riconosciute le sue pulsioni indipendentiste. Come riportato da Reuters, i separatisti catalani hanno asserito che la pandemia avrebbe provocato meno morti e sarebbe stata gestita meglio qualora la regione fosse stata già indipendente. Barcellona ha sostenuto che avrebbe dovuto essere imposto un lockdown più duro e precoce di quello attuato da Madrid e Miquel Buch, Segretario dell’interno della Catalogna, ha affermato che la Spagna ha compiuto una serie di gravi errori nella gestione della crisi. La peculiarità della situazione locale è destinata a generare alcuni parossismi: l’esecutivo progressista guidato dal socialista Pedro Sanchez si è potuto insediare proprio grazie all’astensione di alcune forze autonomiste catalane, che potrebbero anche determinarne la caduta.

La pandemia come strumento di repressione

In alcune realtà, dove le tensioni sono già esacerbate da decenni di conflitto armato, la pandemia è stata usata per cercare di comprimere ulteriormente le pulsioni indipendentiste regionali. Secondo quanto riportato da The Conversation, in Kashmir, il governo indiano guidato da Narendra Modi è stato accusato di aver represso la libertà di stampa, di aver esercitato poteri politici sproporzionati e di aver posto in essere misure di contenimento eccessivamente restrittive. A rimetterci è stata la popolazione locale, spesso costretta a convivere tra le violenze dei gruppi separatisti, talvolta legati al radicalismo islamico, e gli eccessi delle Forze Armate di Nuova Delhi. Nel caso del Kashmir, dunque, il Covid-19 ha agito come forza propulsiva dei contrasti interni, già sedimentati da decenni e potrebbe portare, nel medio termine, all’esplosione di un vero e proprio conflitto su larga scala. Le pulsioni separatiste del Kashmir sono ormai entrate a far parte di un circolo vizioso di proteste-repressione-violenze che sembra difficile da scardinare e sul quale la pandemia non può che influire negativamente.

La pandemia e i conflitti caldi

Il Covid-19 ha anche esacerbato la durezza di conflitti in corso in cui il separatismo gioca un ruolo importante. Il Consiglio di Transizione Meridionale (STC) ha approfittato della pandemia per proclamare la secessione dei territori una volta appartenuti alla Repubblica Popolare Democratica dello Yemen. La mossa, stigmatizzata dai principali attori internazionali e dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è stata facilitata, secondo quanto riferito dai separatisti, da una serie di comportamenti del governo centrale di Abd Rabbu Mansour Hadi. L’esecutivo Hadi, che non pagherebbe da mesi i salari, è stato accusato di fomentare il terrorismo, i conflitti interni e di aver favorito il deterioramento dei servizi pubblici. La crisi sanitaria non ha dunque arginato la conflittualità tra le parti che, paradossalmente, è aumentata contribuendo a frammentare ulteriormente un quadro già complesso e rendendone ancora più complessa la gestione.

E le “guerre fredde”

La gestione del coronavirus ha provocato un importante aumento delle tensioni tra la Cina e Taiwan, considerata dai cinesi alla stregua di una provincia ribelle. Pechino ha insistito affinché Taipei, che ha gestito in maniera efficiente l’epidemia, venisse esclusa dalla riunione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in cui si è discusso del Covid-19 e facendo in modo che l’isola non ottenesse nemmeno lo status di osservatore. La presenza di un esecutivo indipendentista a Taipei, guidato dal presidente Tsai Ing-Wen ormai dal 2016, non ha aiutato ma è sorprendente come l’emergenza sanitaria abbia allargato il fossato che divide i due Stati invece di portare a forme di cooperazione rafforzata tra le parti che, tra le altre cose, avrebbero potuto facilitare l’individuazione di una soluzione politica al lungo conflitto “freddo”.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME