L’ex primo ministro e presidente dell’Assemblea nazionale della Costa d’Avorio, Guillame Soro, è stato posto sotto accusa dalla magistratura ivoriana, con l’accusa di lavorare ad un colpo di stato. La notizia, arrivata a meno di un anno dalle prossime prossime elezioni presidenziali indette per ottobre 2020, rischia di escludere il politico ivoriano dalla corsa alla massima carica dello stato. Nonostante il mandato d’arresto sia già stato convalidato, Soro è attualmente ancora a piede libero (probabilmente in Europa) ed ha parlato per mezzo dei propri legali, sostenendo la sua innocenza. Le accuse si baserebbero su una registrazione divenuta pubblica nei giorni scorsi e nel ritrovamento nelle abitazioni delle persone a lui vicine di arsenali da guerra. Secondo i legali di Soro, la registrazione in questione risalirebbe però al 2017 e sarebbe soltanto parziale ed estrapolata dal contesto: la versione completa è stata messa già a disposizione della magistratura.

La dichiarazione di lealtà

Per mezzo dei suoi portavoce, Soro ha ribadito come fosse stato soltanto uno il colpo di stato in cui ha creduto e partecipato, ossia quello che ha spianato la strada all’attuale presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, come riportato da Le Monde. L’unica strada che sarebbe intenzionato a seguire per prendere il potere nel Paese consisterebbe in quella democratica col voto degli ivoriani, sebbene il recente mandato di arresto evidenzi come in Costa d’Avorio stia prendendo forma la dittatura di Ouattara. La decisione di correre alle presidenziali del Paese nascerebbe infatti proprio dalla volontà di scongiurare la deriva che sta prendendo Abidjan, col rischio di ritornare agli anni bui che hanno portato in due occasioni alla guerra civile nei primi 20 anni del XXI secolo.

L’accusa di tentato colpo di stato, per la legge ivoriana, in caso di conferma porta all’ergastolo ai danni dell’imputato, precludendo ogni possibilità di ingresso nelle massime cariche governative. Nonostante ciò, Soro è sicuro di voler prendere parte alle elezioni che si terranno il prossimo ottobre.

Da primo ministro a golpista

Secondo la ricostruzione dell’accusa, Soro sarebbe intenzionato a far ricadere la Costa d’Avorio in una guerra civile, al fine di scongiurare la rielezione dell’attuale presidente Ouattara. Nel corso degli ultimi mesi avrebbe preparata il piano d’azione, potendo contare sulla fedeltà degli ex combattenti ribelli che già lo avevano affiancato in passato. Gli strumenti e l’apparente intenzione sarebbero dunque bastati all’alta corte ivoriana per emettere il mandato di cattura, al fine di salvaguardare le libertà democratiche del Paese. Tuttavia le accuse sono rimbalzate su Soro, che ha a sua volta additato per mezzo dei suoi portavoce il governo di Abidjan di compiere un atto sovversivo e mirato a prolungare il mandato, bypassando il voto democratico. La Costa d’Avorio è caduta nuovamente in una situazione di impasse.

I ruoli ricoperti dal candidato presidente in Costa d’Avorio hanno messo in mostra l’oppositore ed alleato di Ouattara negli ultimi anni. Il consenso nella popolazione è quindi cresciuto, mettendolo in grado di dare filo da torcere all’attuale governo in carica e sostenuto da Parigi (posizione ribadita ai margini dell’ultima conferenza tenutasi ad Abidjan e relativa al franco Cfa). Il mandato d’arresto non può essere letto soltanto come garanzia dell’apparato democratico senza considerare l’ipotesi che possa essere una semplice garanzia presa dall’attuale esecutivo per garantirsi la rielezione.

L’Africa francofona non è nuova alla questione

Dal periodo della decolonizzazione in poi, i Paesi africani francofoni hanno subito molteplici scoppi di guerre civili nel tentativo di sovvertire i governi locali. Non solo forse la Costa d’Avorio, ma anche il Camerun con la diatriba relativa all’Ambazonia e il Burkina Faso sono interessati da conflitti interni che stanno dilaniando la popolazione locale. Mentre da un lato ciò può essere attribuito alle carenze degli apparati democratici, dall’altro non si possono escludere i grandi interessi economici dai giochi di poteri dell’Africa sub-sahariana; con la Francia che rimane ad osservare da lontano lo svolgersi della vicenda prima di scegliere lo schieramento in cui posizionarsi.

Urlare al tentativo di colpo di stato gioca inoltre l’importantissimo ruolo della reductio ad absurdum, mettendo in difficoltà l’oppositore politico che, marchiato con lo stemma del golpista, perde inesorabilmente consensi elettorali. Mossa questa che, parimenti e con diverse sfumature, viene attuata in tutto il mondo ma trova la sua particolare forma proprio nel continente africano; diventando spesso la principale discriminante alla base delle più grandi vittorie e delle più grandi sconfitte elettorali dell’Africa.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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