Nel momento peggiore della sua parabola politica, schiacciato tra impeachment e questione iraniana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di avere un piano per il futuro della Nato, l’alleanza così bisognosa di esser rianimata dalla morte cerebrale diagnosticata dal lapidario Emmanuel Macron. E in effetti, gli avvenimenti delle ultime settimane nel contorto ginepraio mediorientale, con l’emergere dell’asse turco-russo, sono segno della necessità di ridisegnare non solo l’alleanza atlantica ma la stessa politica estera americana in loco. Da qui l’idea della Natome, acronimo frutto dell’unione tra North Atlantic Treaty Organization e Middle East.

La telefonata con Stoltenberg

La scorsa settimana, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, Trump ha discusso della sua telefonata del giorno prima con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg,  “entusiasta”, pare, della prospettiva di un’espansione in Medio Oriente. “Penso che la Nato dovrebbe essere ampliata e dovremmo includere il Medio Oriente. Assolutamente”, ha detto il presidente ai giornalisti, sostenendo che l’alleanza militare del Nord Atlantico dovrebbe prendere il posto degli Stati Uniti nella regione trattandosi di un problema internazionale. “E possiamo tornare a casa, o in gran parte tornare a casa e usare la Nato”, ha continuato, descrivendo la mossa come un compromesso per il ruolo principale di Washington nell’eliminazione del califfato islamico. “Abbiamo distrutto l’Isis. Abbiamo fatto un grande favore all’Europa”. Secondo la conversazione, Stoltenberg e Trump hanno convenuto che la Nato potrebbe contribuire maggiormente alla stabilità regionale e alla lotta contro il terrorismo internazionale, concordando di rimanere in stretto contatto sulla questione. Disegnando nell’aria con le dita le lettere N-A-T-O-M-E di fronte alla folla dei giornalisti, Trump, però, non ha chiarito quali nazioni del Medio Oriente dovrebbero accedere alla Nato. Inoltre, secondo il Financial Times, Stoltenberg avrebbe reagito in realtà molto più freddamente di quanto annunciato, suggerendo una soluzione più tiepida: rendere le forze locali abbastanza forti da poter combattere il terrorismo in autonomia.

ME exit o ME strategy?

Non è chiaro, dunque, se il progetto Natome sia figlio di una nuova visione politica dell’area o se sia una scorciatoia per procedere verso il disimpegno nello scacchiere più caldo del pianeta. Le relazioni tra Washington e Baghdad, ad esempio, sono ormai sfilacciate e un po’ ovunque nell’area le prolungate campagne di sicurezza, le bagarre tra falchi e colombe e l’assenza di una visione definita in politica estera hanno contribuito ad esacerbare gli animi anche dentro la Nato. Di certo, la questione riguarda anche i costi materiali (oltre che umani) della protezione dell’area: più volte nella sua conferenza stampa Trump ha citato con candida guasconeria il contributo, in termini percentuali, degli Usa alla missione Nato; un messaggio agli alleati, nonché minori contribuenti, ma anche ai popoli “protetti” stessi: “Stiamo lavorando per voi, vi stiamo proteggendo, tocca pagare, gente!”. Boutade o meno che sia, le parole del presidente riflettono la necessità da parte di Washington di avere alleati più coinvolti e fermi. Se Stoltenberg ha reagito con un “vediamo come possiamo fare”, la cautela europea fa decisamente irritare il presidente che, tuttavia, non accenna a tornare sulla questione. Nel frattempo, gli addetti ai lavori europei si sono precipitati ad analizzare la fattibilità del processo di lifting all’alleanza: gli assoluti detrattori ricordano, carte alla mano, la natura eminentemente europea degli Alleati, rispolverando le ragioni storiche per le quali la Nato venne creata, concedendosi una sola eccezione: la Turchia; i possibilisti, molti dei quali tecnici e militari, auspicano invece in una affermazione con delle reali conseguenze pratiche. Il torpore della Nato, secondo quest’ultimi, risiederebbe nella Fine della storia, come avrebbe detto Francis Fukuyama, che ha caratterizzato la Guerra Fredda. Un’alleanza concepita per un’esigenza storica. Un capitolo chiuso nel 1989, dunque, a meno che non si decida di convertirne la “destinazione d’uso”.

Quella vecchia idea del Patto di Baghdad

Eppure l’idea di Trump ha un precedente simile, fallimentare, ma interessante. Il Patto di Baghdad era un’organizzazione difensiva fondata nel 1955 da Turchia, Iraq, Gran Bretagna, Pakistan e Iran. Simile all’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e all’Organizzazione del Trattato del Sud-Est asiatico, lo scopo principale del Patto di Baghdad era prevenire incursioni comuniste e favorire la pace in Medio Oriente. Fu ribattezzata Organizzazione Centrale del Trattato, o CEento, nel 1959 dopo la defezione dell’Iraq. All’inizio degli anni Cinquanta, il governo degli Stati Uniti espresse interesse per la formazione di un comando per il Medio Oriente per proteggere la regione dall’invasione comunista. La natura di alcune delle tensioni in atto nella regione, come il conflitto arabo-israeliano e l’anticolonialismo a guida egiziana, rese difficile stringere un’alleanza che includesse sia Israele che le potenze coloniali occidentali. Invece, gli Stati Uniti scelsero di spostare la loro attenzione sul Northern tier: l’idea era quella di concludere un’alleanza che collegasse il membro più meridionale della Nato, la Turchia, con il membro più occidentale dell’Organizzazione del Trattato del Sud-Est asiatico (Seato), il Pakistan. Gli sviluppi in Medio Oriente negli anni che seguirono indebolirono il Patto. Nel 1956, il leader egiziano Nasser prese il controllo del canale di Suez: il risultato dell’incidente fu una profonda perdita del prestigio britannico nella regione, che a sua volta danneggiò la sua posizione di leader nel Patto. Una serie di eventi nel 1958, tra cui un’unione egiziano-siriana, una rivoluzione irachena e disordini civili in Libano, minacciarono la stabilità regionale. In risposta a questi sviluppi, gli Stati Uniti invocarono la dottrina di Eisenhower del 1957 come giustificazione per intervenire in Libano. I membri del Patto di Baghdad, ad eccezione dell’Iraq, approvarono l’intervento degli Stati Uniti e, nel 1959, l’Iraq annunciò che avrebbe ufficialmente abbandonato l’accordo. Di conseguenza, gli altri firmatari del Patto di Baghdad costituirono l’Organizzazione del Trattato centrale, o Cento. Sebbene gli Stati Uniti non fossero ancora membri dell’organizzazione, firmarono trattati bilaterali di aiuto militare con il Pakistan, l’Iran e la Turchia, assicurando il proprio sostegno ai membri del Cento. Dopo il ritiro dell’Iraq dal Patto di Baghdad, il Patto trasferì la propria sede ad Ankara e gli Stati Uniti continuarono a sostenere l’organizzazione come associato, ma non come membro. Nel 1979, la rivoluzione iraniana portò al rovesciamento dello scià e al ritiro dell’Iran dall’organizzazione. Anche il Pakistan si ritirò quell’anno dopo aver stabilito che l’organizzazione non aveva più un ruolo da svolgere nel rafforzare la sua sicurezza e la Cento si sciolse formalmente nel 1979. Stesso destino per Nato+Me?

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