Fra Stati Uniti e Iran la tensione è alle stelle e un banale incidente potrebbe innescare un’escalation difficilmente controllabile. Con il dispiegamento, da parte degli Stati Uniti, di portaerei e una task force per i bombardieri in Medio Oriente, l’amministrazione Trump ha voluto dare un messaggio “chiaro e inconfondibile” all’Iran, come dichiarato dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. “In risposta a una serie di indicazioni e avvertimenti preoccupanti, gli Stati Uniti stanno schierando il gruppo di attacco della Uss Abraham Lincoln e una task force per i bombardieri nella regione del Comando centrale degli Stati Uniti”, ha sottolineato Bolton in una recente dichiarazione.

“Gli Stati Uniti – ha precisato Bolton – non stanno cercando la guerra con il regime iraniano, ma siamo pienamente pronti a rispondere a qualsiasi attacco, che sia ‘per procura’, o dal Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, o dalle regolari forze iraniane”. Si tratta di un ulteriore tassello della strategia di “massima pressione” dell’amministrazione Trump verso la Repubblica islamica, entrata nel vivo lo scorso anno con il ritiro unilaterale degli Usa dal Piano d’azione congiunto globale – l’accordo sul nucleare iraniano o Jcpoa – siglato a Vienna nel 2015 e con l’imposizione di durissime sanzioni economiche che erano state in precedenza sospese.

Molti analisti ritengono che una nuova guerra in Medio Oriente a questo punto sia probabile. È davvero così? Ne abbiamo parlato con Paul R. Pillar, ex ufficiale dell’intelligence americana, collaboratore della prestigiosa rivista The National Interest e Senior fellow del Centro per gli studi sulla sicurezza della Georgetown University. Pillar si è ritirato nel 2005 dopo una brillante una carriera di 28 anni nella comunità di intelligence degli Stati Uniti nella quale ha ricoperto diverse cariche: il National Intelligence Officer per il Vicino oriente e l’Asia del Sud, il vice capo del Dci Counterterrorist center e l’Assistente esecutivo del Direttore dell’intelligence centrale.

Questa settimana gli Stati Uniti hanno inviato un gruppo di portaerei in Medio Oriente. Il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton lo ha definito un messaggio “chiaro e inconfondibile” all’Iran. Washington sta soltanto mostrando i muscoli o cerca veramente la guerra?

Dipende di quale policy maker si parla. Bolton è chiaramente alla ricerca di una guerra. Anche il Segretario di Stato Pompeo ne accoglierebbe probabilmente una. Il presidente Trump probabilmente non vuole una guerra e, invece, crede ancora che la pressione e il mostrare i muscoli possano costringere l’Iran ad accettare un “affare migliore”.

Che tipo di conseguenze potrebbe avere la recente decisione dell’amministrazione Trump di inserire il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana nell’elenco delle Fto (Foreign Terrorist Organisations)?

Ritenere l’esercito americano un’organizzazione terroristica. Questo atto potrebbe fare una differenza significativa nel trattamento di tutti i militari statunitensi che sono stati catturati. Il marchio della Guardia rivoluzionaria come Fto aggiunge inoltre la possibilità di un’escalation e di un incidente che, per esempio, coinvolge le navi degli Stati Uniti e il ramo navale della Guardia rivoluzionaria. A lungo termine, la mossa dell’amministrazione Trump corrompe la natura e lo scopo dell’elenco Fto, che non è mai stato pensato per essere applicato alle entità statali e, invece, è stato istituito per aiutare il perseguimento di persone che forniscono sostegno materiale a gruppi terroristici come Al Qaeda.

L’obiettivo del Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e del Segretario di Stato Mike Pompeo è quella di arrivare a un regime change a Teheran?

Chiaramente il cambio di regime è uno dei loro principali obiettivi, come indicato dall’aumento delle richieste all’Iran che sono così estreme che nessun leader iraniano potrebbe accettarle e sopravvivere politicamente. Se non riusciranno ad ottenere un cambio di regime, Bolton e Pompeo perseguiranno un indebolimento e una destabilizzazione della Repubblica islamica.

Che tipo di conflitto potrebbe prefigurasi se l’America decidesse veramente di entrare in guerra con l’Iran e che tipo di conseguenze avrebbe per il Medio Oriente?

Anche un incidente casuale potrebbe scatenare una guerra – qualcosa di simile, per esempio, all’incidente che si verificò durante l’ultimo periodo dell’amministrazione Obama, quando una coppia di piccole navi statunitensi si diresse verso le acque territoriali iraniane. Questa situazione venne prontamente disinnescata attraverso la comunicazione a livello di ministri degli esteri, ma l’amministrazione Trump ha posto fine a qualsiasi canale di comunicazione di questo tipo. Alcune delle conseguenze immediate, se scoppierà una guerra, oltre ai costi fisici e fiscali diretti, sarebbero rintracciabili nella “spaccatura” nel commercio petrolifero, con effetti economici sostanziali a livello globale.

L’Iran è davvero il più grande sponsor del terrorismo in Medio Oriente, come sostiene Mike Pompeo?

Questa è un’etichetta obsoleta. Nei primi anni dopo la rivoluzione iraniana, il regime era attivo per perpetrare attacchi terroristici come gli assassini di dissidenti in esilio. Ha smesso di fare quel genere di cose anni fa. Qualunque cosa abbia fatto negli ultimi anni che si qualifica come terrorismo internazionale è stato in risposta diretta a ciò che altri hanno fatto. L’Iran e i suoi alleati – in luoghi come Iraq, Siria e Yemen – sono stati strenui oppositori dei gruppi terroristici internazionali più minacciosi di oggi, che sono gli estremisti sunniti di Al Qaeda e dello Stato islamico.

A un anno esatto dal ritiro degli Usa dal Jcpoa, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha annunciato che l’Iran smetterà di limitare le sue attività di arricchimento dell’uranio se Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania “non renderanno operativi i loro impegni, in particolare nel settore petrolifero e bancario”. Come interpreta questa decisione? È legittima?

L’Iran ha dimostrato una notevole pazienza nell’osservare rigorosamente i limiti del Jcpoa per un intero anno, dal momento che gli Stati Uniti hanno rinnegato i propri obblighi ai sensi dell’accordo. Rouhani sta dicendo che la pazienza iraniana non è illimitata, e le cose devono cambiare. L’Iran non ottiene quasi nessuno dei benefici economici che facevano parte del patto. L’Iran ha lanciato la palla nel campo degli europei, invitandoli a fare quello che serve, in qualche modo, al fine di compensare le carenze economiche causate dal ritiro degli Stati Uniti. L’Iran spera ancora in una posizione più ragionevole degli Usa dopo le prossime elezioni presidenziali degli Stati Uniti, ma non ha speranza che l’amministrazione Trump faccia qualcosa di ragionevole.