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I sondaggi politici in vista delle imminenti elezioni stanno segnalando un ribaltamento delle fortune dei principali partiti dovuti di fatto al ruolo decisivo di un solo uomo, Olaf Scholz, candidato cancelliere del Partito socialdemocratico. L’attuale vicecancelliere e ministro delle Finanze nel governo di Grande coalizione con la Cdu di Angela Merkel è ritenuto l’unico personaggio del partito in grado di risollevarlo dalle secche degli ultimi anni, segnati da un graduale ridimensionamento delle sue fortune elettorali che lo hanno portato ai minimi storici.

Scholz traina i socialdemocratici

Ad oggi il cosiddetto “effetto Scholz” sembra aver prodotto effetti taumaturgici per l’Spd, cresciuto di circa otto punti tra luglio e agosto e per alcuni istituti di ricerca addirittura appaiato, se non al di sopra, della Cdu-Csu con il 23% dei consensi. Era dall’ottobre 2006 che un sondaggio non dava i socialdemocratici avanti come primo partito.

L’avvocato amburghese, ex sindaco della città anseatica, è ritenuto l’uomo delle missioni impossibili: pontiere della pace interna al partito come segretario generale del Spd in un periodo (2002-2004) in cui la base di sinistra era in rivolta contro le riforme del cancelliere Gerhard Schroeder, mercato del lavoro in testa, Scholz è stato al Bundestag responsabile del comitato dei bilanci pubblici e membro dell’equivalente tedesco del Copasir, il comitato sui servizi segreti della Repubblica Federale. Ministro del Lavoro e sindaco della sua città natale, Amburgo, nel 2018 lo Spd lo ha scelto come regista della terza Grande coalizione dell’era Merkel dopo una durissima sconfitta elettorale (20,5% dei consensi al voto del 2017) che sarebbe stata ripetuta alle Europee 2019. Nel marzo 2018 ha potuto succedere al falco del rigore per eccellenza, Wolfgang Schaublecome ministro delle Finanze della Germania, sottoscrivendo un impegno a farsi promotore della linea del pareggio di bilancio. Salvo poi cambiare le carte in tavola per la pandemia.

E senza la pandemia non si può capire perché i sondaggi sui gradimenti dei leader non consentano nemmeno di aprire la partita tra Scholz e gli altri due frontman, il leader Cdu Amin Laschet e la segretaria dei Verdi Annalena Baerbock. Avere la possibilità di imporsi nella gestione dell’agenda economica ha consentito a Scholz una serie di contatti e una visibilità internazionale che si è amplificata con lo scoppio della pandemia di Covid-19, durante la quale Scholz è apparso agli occhi della Germania come un elemento stabilizzatore del “contagio” economico e delle cancellerie internazionali come il ministro in grado di annacquare l’austerità germanocentrica. Dal colossale pacchetto di stimoli da 130 miliardi di euro varato a giugno 2020 alla massiccia dose di garanzie alla liquidità impostata per l’economia tedesca Scholz ha di fatto contribuito a ridimensionare l’austerità e col supporto a Next Generation Eu ha ulteriormente rincarato la dose. In sostanza con la sua figura al centro della scena anche la reputazione del suo partito ha potuto consolidarsi e su Scholz non è pesata nemmeno la problematica dello scandalo Wirecard che ha messo in mostra le problematiche della governance finanziaria in Germania. 

Cosa determina l’effetto Scholz?

Pragmatismo e realismo sono le chiavi che hanno reso Scholz un candidato trasversale. Meno radicale dei leader del partito che lo hanno sconfitto nella corsa alla segreteria, Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken, esponenti della sinistra socialdemocratica, piace ai moderati e può insidiare consensi alla Cdu e dialogare con i Liberali del Fdp che saranno i potenziali attori decisivi per la formazione di un governo; aperto al vento keynesiano che soffia in Europa e artefice della svolta sul rigore, ha un crescente consenso a livello comunitario e può soddisfare la domanda di discontinuità di un elettorato indeciso o virato in protesta negli ultimi anni sulle formazioni più radicali; esperto conoscitore della politica di Berlino, a livello nazionale ha governato con la Cdu ma su scala locale ha svolto l’incarico di sindaco di Amburgo coinvolgendo i Verdi, comprendendo le ragioni della loro ascesa e puntando al tempo stesso a responsabilizzarli e sfidarli nella partita dell’amministrazione. Un’anticipazione del progetto che neanche troppo velatamente persegue ora a livello nazionale la Cdu e che in caso di vittoria elettorale anche Scholz potrebbe fare sua, forte della capacità di parlare a entrambi gli elettorati dei partiti rivali.

In sostanza, è come se l’opinione pubblica tedesca avesse proiettato sul vicecancelliere l’onore e l’onere di raccogliere la vera eredità di Angela Merkel. Dalle parti dell’Spd hanno concentrato su di lui l’intera campagna elettorale concentrando la risposta a ogni dossier sullo slogan “Scholz packt das an” (“Scholz lo affronterà), in qualche modo riprendendo la narrazione a lungo proposta dalla Cdu-Csu nelle campagne elettorali del 2009, 2013 e 2017, quando senza particolari proposte di svolta l’Unione ha puntato, e spesso è riuscita, a far apparire agli occhi di gran parte dell’elettorato tedesco la loro cancelliera come l’usato sicuro, come il timoniere provetto in un mare in tempesta.

In questo contesto i risultati conseguiti nel contrasto economico al Covid giocano a favore di Scholz, che si è potuto anche avvantaggiare dell’oggettiva pochezza delle alternative: la Baerbock si è incagliata tra le accuse di plagio del suo ultimo libro e una reazione scomposta all’emergenza delle alluvioni, mentre Laschet potrebbe aver affossato le sue prospettive di ascendere alla cancelleria con le discutibili risate raccolte dalle telecamere nei momenti più solenni della visita alle vittime del disastro naturale di luglio. Scholz si è posto al riparo da queste gaffe, e un’ulteriore spinta alla sua candidatura potrebbe venire dalla repentina accelerazione della crisi del sistema internazionale: la tempesta afghana ha reso ancora più importante l’enfasi nella campagna elettorale sulla necessità di una guida esperta per il Paese, e l’improvviso ingresso della politica estera nel dibattito elettorale non gioca certamente a sfavore di Scholz.

Un partito diviso alle spalle di Scholz

Quali insidie possono frenare il ministro e aspirante cancelliere? Sicuramente l’oggettiva debolezza di un partito in crisi di identità che è tutto da verificare come forza organica capace di guidare un esecutivo non gioca a favore del politico amburghese; al tempo stesso, è da verificare la coabitazione tra Scholz e la leadership di sinistra radicale del partito.

“Con Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken alla presidenza e il giovane Kevin Kühnert alle loro spalle”, nota StartMag, all’ultimo congresso “l’Spd aveva scelto di rispondere alla sua crisi indossando un vestito più battagliero e massimalista, nella convinzione di aver perduto voti a seguito dei compromessi fatti nella lunga stagione di governo (con esclusione del quadriennio 2009-2013, l’Spd è al governo dal 1998)”, passata nell’era Merkel come forza di seconda fila. “L’orizzonte della nuova Spd era quello di una rigenerazione ideologica nella tranquilla baia dell’opposizione. Ora si ritrova catapultata in prima linea da un esponente che piace anche agli industriali come Scholz” e che in caso di chiamata alla guida del governo potrebbe vedersi aperte numerose strade, da una nuova Grande Coalizione a un’apertura a Verdi e Liberali. Strade che l’attuale Spd difficilmente potrà seguire in maniera compatta senza un chiaro orientamento programmatico su temi come la ripresa economica, la transizione ecologica, il futuro dell’Europa.

In quest’ottica, Scholz non può non deviare dalla linea che vede la sua posizione e la sua postura comunicativa discostarsi dall’immagine dell’uomo solo al comando che la sua formazione gli ha conferito. Certo del fatto che come il merito della vittoria questo implicherebbe sobbarcarsi anche l’onere di un’eventuale sconfitta. Per arrivare alla Cancelleria, insomma, Scholz dovrà percorrere con gradualità i suoi passi e pesare le sue uscite nell’ultimo mese. L’effetto Scholz, in fin dei conti, altro non è che un “effetto Merkel” in veste socialdemocratica.

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