La cancelliera Angela Merkel, l’allora ministro degli Esteri, oggi presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier e Peer Steinbruck, esponente di spicco dei socialdemocratici Spd: la lista di figure prominenti della politica tedesca che sarebbero state tenute sotto controllo e osservazione da parte degli apparati Usa facenti capo alla National Security Agency (Nsa) tra il 2012 e il 2014 attraverso uno sfruttamento illegale dei cavi sottomarini danesi comprende i nomi di vertice delle istituzioni di Berlino.

L’inchiesta condotta dalla televisione pubblica danese, Danmarks Radio, rivela un governo di Copenaghen parzialmente conscio e parzialmente ignaro dell’ampia opera di spionaggio compiuta da Washington nel quadro dell’iniziativa di sorveglianza globale della superpotenza a stelle e strisce. Ed espande le rivelazioni sulla sorveglianza di massa operata dagli Usa avviate nel 2013 da Edward Snowden ampliando a diversi alleati di Washington il raggio del programma Nymrod, pensato per tenere sotto stretto controllo 122 leader mondiali comprendenti target prevedibili (presidenti di Siria e Colombia) e altri meno prevedibili, con un’attenzione tutta particolare dedicata alla Cancelliera. Il cui governo e il cui Paese iniziavano a essere visti oltre Atlantico come una vera e propria minaccia.

Sebbene la rivalità economica e, a tratti, politica, tra Berlino e il suo garante geopolitico sia emersa come manifesta soprattutto nell’era della presidenza di Donald Trump fu nel corso dei due mandati di Barack Obama che si crearono e consolidarono i processi che avrebbero spinto Washington a perseguire con sempre maggiore insistenza l’ampliamento della sfera d’influenza tedesca. Quelli erano gli anni in cui, prima dello sdoganamento del quantitative easing targato Mario Draghi, gli Usa temevano che l’austerità germanocentrica facesse esplodere l’Eurozona. E che sfruttando le contingenze macroeconomiche venutesi a creare e la sua impronta mercantilista Berlino potesse, da superpotenza dell’export, invadere il mercato di oltre Atlantico. Conquistando un ruolo sempre più egemonico nel Vecchio Continente spendibile poi per rafforzarsi sotto il profilo strategico.

Fumo negli occhi per l’amministrazione Obama, che in quegli anni andava congegnando l’estremo tentativo di saldare graniticamente una sfera coesa di contenimento dei percepiti avversari strategici di Washington, Cina e Russia. I grandi accordi commerciali Tpp e Ttip furono pensati come punta di lancia di questa strategia, funzionali a saldare sul fronte dell’interscambio e dei collegamenti commerciali le nazioni alleate con gli States sul fronte atlantico e quello pacifico. Ma coinvolgere una Germania ritenuta intenta a “barare” con l’estrazione di valore dal resto d’Europa e intenta a incentivare una vera e propria deflazione globale con l’austerità. Come ha sottolineato su Formiche.net il professor Giulio Sapelli, Obama incentivò a tal proposito il sostegno Usa alla chiamata di Mario Draghi alla Banca centrale europea per riequilibrare col quantitative easing la spinta tedesca all’abbattimento della spesa europea e si mosse a fari spenti per ridurre la possibilità che Berlino proiettasse la sua sfera d’influenza nella direzione dei rivali di Washington.

La costante sorveglianza di Angela Merkel e del suo entourage nasce dunque dalla necessità di avere il polso di una capitale ritenuta strategica e poter opportunamente puntellare l’alleanza della Germania con gli Usa con ripetuti richiami alle scelte di campo. Come avvenuto nel 2014 con la contrapposizione occidentale alla Russia per la Crimea o, più di recente, con la chiamata alle armi contro la Cina sulla questione dei diritti umani nello Xinjiang: la continuità nella prassi avviata nell’era Obama è proseguita nell’era Trump per giungere fino a Joe Bidenper otto anni vice del primo presidente afroamericano della storia, che non a caso è partito a testa bassa contro la possibilità che Berlino firmi nuovi accordi energetici con Mosca e vede nei Verdi, ambientalisti privi di ogni riflesso di pensiero geopolitico, un interlocutore più affidabile della Merkel.

Tra Washington e Berlino la sfiducia era allora una prassi consolidata, per ferite mai del tutto rimarginate: nel 2019 sul magazine Politico, Matthew Karnitsching ha fatto notare che fu l’opposizione della Germania alla Guerra in Iraq che tra il 2002 e il 2003 fu guidata dal cancelliere Gerhard Schröder ad aprire una contrapposizione, mai completamente sanata, fra i due Paesi proseguita nell’era Merkel.

Il Datagate e le recenti rivelazioni hanno confermato come Washington abbia cooptato a suo favore tutto il proprio apparato informativo disteso su scala globale per provare ad anticipare e capire le manovre di Berlino. E l’era Obama, non a caso, fu il periodo in cui nacque anche la velata forma di guerra economica poi cavalcata da Trump con le sanzioni commerciali e la sfida al surplus commerciale tedesco. Il Datagate non si può leggere separatamente dal Dieselgate, l’offensiva americana contro il principale colosso industriale dell’automobile tedesca, Volkswagen, o contro la costante pressione regolatoria che le filiali statunitensi di Deutsche Bank si sono trovate ad affrontare.

La spinta tedesca sul gasdotto Nord Stream 2 e i tentennamenti sul bando agli investimenti strategici cinesi hanno, negli anni, fatto il resto: la Germania é perno ineliminabile della sfera di influenza Usa in Europa, ma anche un velato rivale in campo geoeconomico che può condizionare attivamente la postura del Vecchio Continente verso la superpotenza, e viceversa. Per questo Angela Merkel è stata, negli anni, una spina nel fianco per le amministrazioni Usa. E il fatto che le rivelazioni sul ruolo danese nello spionaggio avvengano a pochi mesi dalle elezioni tedesche può sembrare un velato assist alla possibilità del partito della Merkel, la Cdu, di conservare la Cancelleria dopo le elezioni di settembre, termine ultimo del quarto mandato del capo di governo di Berlino. Un vero e proprio referendum sul suo operato che sarà guardato con attenzione anche oltre Atlantico. Dove gli Usa non potranno fare a meno di vedere la partnership con la Germania in maniera ambivalente. Riconoscendo che solo Berlino, in Europa, ha la possibilità di ritagliarsi un ruolo autonomo nella loro sfera d’influenza.

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