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Il 15 settembre sul sito dell’Ufficio presidenziale del Kurdistan è stato pubblicato un comunicato  dove si avverte che la leadership curda sta valutando un’offerta di Nazioni Unite, Stati Uniti e Regno Unito avanzata per convincere Massud Barzani a rimandare il voto del referendum per l’indipendenza di Erbil, indetto per il 25 settembre; appuntamento, di cruciale importanza per gli equilibri del Medio Oriente, che si avvicina sempre di più. 

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Il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani qualche ora prima si era incontrato con Brett McGurk, l’inviato speciale della Casa Bianca per guidare la coalizione internazionale per sconfiggere Daesh, con l’Ambasciatore statunitense in Iraq Douglas Silliman, con il Rappresentante Speciale del Segretario Generale per la missione di assistenza in Iraq Jan Kubis, e con Frank Baker, l’Ambasciatore del Regno Unito in Iraq. Durante questa tavola rotonda le agenzie internazionali riferiscono che tra gli argomenti si sia parlato anche di Daesh, ma la notizia principale è l’alternativa al referendum atteso per il 25 settembre proposta dal blocco occidentale ai due Barzani. Il presidente Massud ha comunicato che studierà la proposta di Stati Uniti, Inghilterra e Nazioni Unite per poi presentarla alla leadership curda perché, con le sue parole, “ormai la scelta di un eventuale posticipazione del referendum non spetta solo a me.”

Secondo le fonti internazionali quindi, ciò che è stato chiesto a Erbil è di rimandare il referendum a data indefinita, o almeno fino a quando le milizie dello Stato Islamico non saranno completamente annientate. Non si sa però con certezza cosa Barzani abbia chiesto in caso decidesse effettivamente di accontentare la richiesta delle potenze occidentali, né cosa gli sia stato offerto da queste ultime.

E’ comunque difficile credere che la proposta di Washington e alleati sia completamente svantaggiosa per il Kurdistan iracheno: la loro alternativa è stata presentata a 10 giorni dalla data indicata per il voto referendario, e sono quindi consapevoli che semmai Massud Barzani decidesse di rimandare il referendum per l’indipendenza questa scelta danneggerebbe la già traballante immagine del presidente Barzani stesso che infatti, secondo molti analisti, ha indetto questo referendum proprio con l’intenzione di consolidare la sua leadership, lasciando in secondo piano gli interessi della popolazione curdo-irachena.

Altrettanti osservatori dell’area credono che Barzani abbia indetto il referendum come arma contrattuale da brandire con la volontà di ricevere una proposta dalle forze occidentali, argomento che su Gli occhi della guerra avevamo già trattato. Se ciò fosse vero significherebbe che, nella giornata di ieri, la proposta attesa dal presidente sia finalmente arrivata. Barzani però non può annunciare al suo popolo di aver deciso di posticipare il referendum, da lui indetto, a pochi giorni dal voto e dopo una tavola rotonda con l’asse occidentale; l’unica possibilità sarebbe che la proposta avanzata sia così invitante da permettere al leader di Erbil di salvare la faccia qualora nei prossimi giorni annunciasse la posticipazione del referendum del 25 settembre. A complicare la situazione c’è anche il voto del parlamento curdo del 16 settembre che ha confermato la data ufficiale per il referendum e che, salvo imprevisti sensazionali, ha ormai chiuso di fatto ogni possibilità di rimandare il voto popolare.

Osservata speciale rimane, in ogni caso, la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio e già protagonista del braccio di ferro tra Erbil e il governo centrale di Baghdad. Il controllo sulla provincia irachena è molto probabilmente uno dei punti chiave della proposta avanzata dalle Nazioni Unite, da Washington e da Londra: proposta che Barzani ha forse ha già valutato e a cui ieri sera sembra aver dato una risposta affermando, durante un convegno con più di 30mila partecipanti, che “ormai è troppo tardi per ogni alternativa al referendum.” Intanto il tempo passa e il 25 settembre si avvicina, una data che sarà molto importante per il prossimo futuro del Medio Oriente e che tutti gli attori internazionali (tranne Israele, come racconta anche il Telegraph) avrebbero voluto quantomeno rimandare. 

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