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Mentre Stati Uniti e Russia discutono (senza Ucraina) di un accordo negoziale per porre fine alla guerra, con l’inviato speciale del presidente Usa, Steve Witkoff, che a ore dovrebbe incontrare il presidente russo Vladimir Putin nel suo secondo viaggio a Mosca, i Paesi europei proseguono nella loro “azione di disturbo” rispetto ai tentativi – complessi e delicati – portati avanti dall’amministrazione Usa di raggiungere una distensione con la Federazione russa.

Per la prima volta dall’inizio della crisi ucraina nel 2014, infatti, l’alleanza occidentale (ovvero, la Nato) mostra una chiara spaccatura sulla politica delle sanzioni contro Mosca. Secondo un’analisi di Responsible Statecraft, i recenti colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti in Arabia Saudita hanno avvicinato Russia e Ucraina alla possibilità di rinnovare l’accordo sul grano, garantendo un corridoio sicuro per le esportazioni agricole attraverso un cessate il fuoco marittimo. Tuttavia, questa prospettiva è stata ostacolata dalla ferma opposizione di leader europei e del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a qualsiasi concessione, anche minima, alla Russia.

L’Europa sposa la linea dura e ostacola la pace

Durante il vertice di Parigi del 26 marzo, i leader europei hanno ribadito il loro sostegno alla linea dura di Kiev, insistendo che solo un rafforzamento delle sanzioni potrà spingere il presidente russo Vladimir Putin a negoziare seriamente. Questa posizione si scontra con l’approccio più pragmatico degli Stati Uniti di Donald Trump, che sembrano disposti a considerare compromessi limitati per favorire il dialogo.

Il cuore dello scontro tra Washington e Bruxelles riguarda una proposta apparentemente marginale: consentire a una grande banca russa un accesso limitato al sistema di messaggistica finanziaria SWIFT per facilitare i pagamenti legati alle esportazioni agricole. Si tratta di una misura di portata ridotta, che non riguarderebbe i settori dominanti del petrolio e del gas, i quali rappresentano la fetta più consistente dei 433 miliardi di dollari di esportazioni russe nel 2024. Nonostante ciò, per l’Europa e l’Ucraina, qualsiasi alleggerimento delle sanzioni, che complessivamente superano le 20.000 misure contro individui, aziende e beni russi, rappresenta un precedente inaccettabile.

L’Ue prosegue la sua politica fallimentare

Inutile negare che l’Europa ha ampiamente sopravvalutato l’effetto delle sanzioni economiche. Secondo l’ex premier e ex presidente della Bce, Mario Draghi, ad esempio, le sanzioni alla Russia avrebbero avuto un “effetto dirompente” mentre secondo un altro ex Presidente del Consiglio, Enrico Letta, le sanzioni avrebbero “devastato l’economia russa in pochi giorni”. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen spiegava intanto che le misure avrebbero avuto un impatto molto pesante sull’economia russa “sopprimendone la crescita ed erodendone la base industriale”. Non è andata così, come dimostrano numerosi report.

L’idea che escludere la Russia dal sistema SWIFT rappresentasse una sanzione “nucleare” ha cominciato a circolare nel 2014, quando per la prima volta l’Occidente impose sanzioni economiche a Mosca dopo l’annessione della Crimea. Ma questa teoria è sempre stata sopravvalutata – e oggi appare ancora più fragile. Nel 2014, l’economia russa era molto più dipendente dal sistema finanziario occidentale. Le esportazioni russe ammontavano a 497 miliardi di dollari, sostenute da un prezzo del petrolio Brent che nei primi sei mesi dell’anno viaggiava intorno ai 100 dollari al barile (contro i circa 72 dollari odierni). Eppure, quando gli Stati Uniti proposero di tagliare la Russia da SWIFT, i Paesi europei si opposero.

Il motivo era chiaro: una mossa del genere avrebbe avuto conseguenze disastrose per la sicurezza energetica europea, in un momento in cui la dipendenza dal gas russo era molto più alta rispetto a oggi. Nei successivi otto anni, la Russia ha lavorato per ridurre la dipendenza dal dollaro e diversificare le sue relazioni commerciali. Questo spiega, almeno in parte, perché la sua economia ha mostrato una certa resilienza nonostante le durissime sanzioni seguite all’invasione dell’Ucraina nel 2022.

L’azione di disturbo dell’Ue

Va detto che, in realtà, il blocco SWIFT non è una vera e propria sanzione, ma piuttosto un ostacolo tecnico alle transazioni internazionali, poiché impedisce l’accesso al sistema di messaggistica finanziaria. Il denaro, infatti, non transita fisicamente attraverso SWIFT. L’esclusione parziale della Russia da SWIFT ha però accelerato la corsa a sistemi alternativi, incluso l’uso di criptovalute e reti finanziarie parallele. Russia, Cina e altri Paesi stanno già sviluppando piattaforme proprie, mentre gli scambi commerciali si spostano sempre più verso pagamenti in yuan, rupie e rial.

Per Mosca, tuttavia, questa apertura voluta da Washington ha evidentemente un valore politico simbolico, un primo segnale di disgelo dopo anni di guerra per procura e rapporti ai minimi storici. In uno scambio di ruoli rispetto al passato, oggi l’Europa è dominata da un’élite bellicista incarnata dall’estone Kaja Kallas che non intende fare alcuna concessione e mettere in campo ogni possibile azione di disturbo nei confronti della “distensione” voluta da Donald Trump.

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