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Politica

Così l’industria cinese combatte in Ucraina

Al di là delle solite ipocrisie, la Cina è il grande alleato della guerra russa. Le esportazioni di tecnologia che alimentano l'esercito del Cremlino.
cina

A due anni e mezzo dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, e nel pieno di una guerra che, in misure modi diversi, continua a produrre effetti disastrosi per l’Ucraina, la Russia e l’Europa, viene il sospetto che le cose sarebbero meno drammatiche se si uscisse dalla bolla di ipocrisia in cui tutti dicono di volere la pace ma in realtà contribuiscono a tener vivo il conflitto. Vale per i Paese occidentali, ovviamente, che ripetono (ultimo quel bel tipo di Emmanuel Macron) di non essere in guerra con la Russia e con il popolo russo, ma intanto mandano armi sempre più potenti all’Ucraina avendola in molti casi liberata dall’obbligo di usarle solo sul proprio territorio (cioè per difendersi e non per offendere), tengono sul suo territorio basi e soldati, e cercano in ogni modo possibile di farla tracollare dal punto di vista economico. Per non parlare dei servizi segreti. Davvero non c’è guerra se non si vedono uniformi in giro?

Lo stesso discorso ovviamente vale anche per la Russia e i suoi amici. Davvero possiamo dire che la Cina non è coinvolta in questa guerra dalla parte del Cremlino? Vediamo qualche dato. Dal momento dell’invasione russa dell’Ucraina, le esportazioni cinesi verso la Russia sono cresciute del 60%. Ogni mese, secondo dati che l’Amministrazione generale delle dogane cinesi non si preoccupa di nascondere, la Cina vende ogni mese alla Russia 300 milioni di beni dual use, che possono cioè essere usati per impieghi civili come per impieghi militari. Merci che la Ue, gli Usa, il Giappone e il Regno Unito considerano di primaria importanza per l’industria militare russa. Il picco è stato raggiunto nel dicembre del 2023, quanto l’export cinese ha raggiunto 600 milioni di dollari. Ma secondo i funzionari del G7, l’anno scorso la Cina è stata “responsabile” del 90% delle importazioni russe dei beni che lo stesso G7 ha contrassegnato “high priorità” proprio per il possibile impiego nell’industria bellica. Sappiamo che il settore industrial-militare russo ha reagito da par suo allo stress della guerra. Ma non in ogni campo: la produzione di tank, cannoni e droni si è impennata ma non quella di ottiche, radar e soprattutto microchip. Qui è intervenuta la Cina: se per questi beni nel 2021 la Russia soddisfaceva in Cina il 32% del proprio fabbisogno, nel 2023 è passata all’89%.

La questione è tanto più importante perché le sanzioni dirette e indirette, nel gioco ormai lungo della guerra, sono comunque riuscite a limitare le possibilità di rifornimento della Russia. Nel 2023, secondo dati prodotti dal Carnegie Endowment for International Peace, solo Turchia (con il 4,7%), Malesia (2,7%) e Armenia (1,2%) hanno superato la soglia dell’1% nel fornire beni dual use alla Russia. Non v’è quindi dubbio: è l’industria cinese il maggior alleato del settore militare russo. E a giudicare dal recente viaggio così business oriented di Xi Jinping in Francia, Serbia e Ungheria, non c’è molto che l’Europa voglia e possa fare.

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