Pubblichiamo un intervento di Roberto Domini. Ufficiale Ammiraglio della riserva, Domini ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich (Londra) ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. È presidente del CESMAR (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima “Circolo Fratelli Bonaldi”).
1. Roberto Vivaldelli, “L’ombra sinistra della guerra civile in Europa: ci sono tutte le condizioni”, intervista al Prof. David Betz, King’s College di Londra, Inside Over, 25 agosto 2025. https://it.insideover.com/societa/lombra-sinistra-della-guerra-civile-in-europa-ci-sono-tutte-le-condizioni.html;
2. Fulvio Scaglione, “Blocchiamo tutto. La Francia nel caos mentre Macron annaspa nella crisi che lui stesso ha provocato”, Inside Over, 10 Settembre 2025, https://it.insideover.com/politics/blocchiamo-tutto-la-francia-nel-caos-mentre-macron-annaspa-nella-crisi-che-lui-stesso-ha-provocato.html
Il professor David Betz del King’s College di Londra identifica una convergenza preoccupante di tre fattori strutturali che stanno spingendo l’Europa occidentale verso scenari di conflitto civile inediti dal dopoguerra. I Tre Pilastri della Crisi che emergono dallo studio sono:
− Polarizzazione identitaria. Non si tratta più di divisioni su programmi politici tradizionali, ma di scontri esistenziali tra identità incompatibili. Nel Regno Unito emerge un movimento politico musulmano focalizzato esclusivamente su questioni internazionali come Gaza, ignorando la politica interna britannica. Questa trasformazione mina il funzionamento della democrazia liberale, rendendo impossibile il compromesso politico tradizionale.
− Downgrading della popolazione autoctona. Le proiezioni demografiche indicano che in diversi Paesi europei la popolazione nativa diventerà minoranza entro una generazione (Regno Unito entro il 2060). Questo cambiamento viene percepito non come evoluzione naturale, ma come sostituzione culturale orchestrata da élite post-nazionali, creando un gap democratico tra decisioni politiche e preferenze popolari.
− Crollo della fiducia istituzionale. Politici, media, polizia, giustizia, chiese e medicina hanno perso credibilità presso ampie fasce della popolazione. La fiducia nei politici è scesa a livelli a una cifra, compromettendo la capacità del sistema democratico di risolvere conflitti pacificamente.
Betz delinea due possibili scenari: una rivolta nazionalista contro le élite post-nazionali con forme di guerra sporca e omicidi mirati; oppure violenza urbana su larga scala tra autoctoni e nuovi arrivati. La probabilità annuale di conflitto civile è stimata al 4%, che diventa 18,5% su cinque anni.
La crisi istituzionale francese come paradigma
La crisi istituzionale francese illustra perfettamente questi fattori. L’iniziativa “Bloquons tout” HA UNITO paradossalmente Rassemblement National e La France Insoumise, controllando insieme 325 seggi su 577. Le dimissioni del premier Bayrou dopo il mandato più breve della storia repubblicana dimostrano l’instabilità raggiunta. L’analisi evidenzia come la politica europea sia influenzata da gruppi neoconservatori americani e dalla finanza internazionale. Il cambio ai vertici del World Economic Forum, con Larry Fink (Black Rock) che sostituisce Klaus Schwab, simboleggia l’alleanza tra alta finanza e industria farmaceutica nel controllo decisionale globale, ma europeo in particolare.
La convergenza di questi fattori crea precondizioni per conflitti civili che l’Europa non aveva mai affrontato dalla Seconda Guerra Mondiale.
L’Italia, per posizione geo-strategica e fragilità democratica, rappresenta un caso emblematico: le tensioni Nord-Sud minaccerebbero l’unità nazionale, mentre la dipendenza dalle catene di valore europee aggraverebbe la sostenibilità del debito pubblico.
Destabilizzazione e nuove forme di controllo
I conflitti civili europei comprometterebbero il ruolo dell’Europa come attore globale influente all’interno del nuovo sistema multipolare che sta nascendo. La Francia rappresenta il paradigma di questa crisi istituzionale: le tensioni sociali rischiano di propagarsi attraverso un effetto domino alimentato dalla solidarietà anti-establishment e dalla spettacolarizzazione mediatica dei conflitti, dove prevale la visibilità sui social anziché risultati politici concreti.
Strategicamente, l’Europa diventerebbe vulnerabile su più fronti, con élite che centralizzerebbero il potere restringendo gli spazi democratici e trasformando l’apparato di sicurezza dal controllo esterno a quello interno (come già sta accadendo negli Stati Uniti). La sicurezza marittima subirebbe conseguenze gravissime, compromettendo il controllo dei corridoi commerciali vitali.
L’Europa contemporanea potrebbe trovarsi ad affrontare una minaccia inedita che trascende i tradizionali parametri del conflitto internazionale: la “guerra cognitiva”. Questa nuova forma di dominio si sviluppa dall’interno delle società europee, non più esclusivamente da attori esterni, configurandosi come una strategia totalitaria silenziosa ma pervasiva che mira a costruire popolazioni non solo sottomesse, ma ideologicamente asservite.
Il World Economic Forum, guidato da Larry Fink, simboleggia un potere tecnocratico sovranazionale che, unendo alta finanza e tecnologie di manipolazione psicologica, potrebbe dare origine a un sistema di influenza così forte da diventare una forma di “governo ombra globale” capace di controllare politiche economiche, nomine istituzionali e media, oltre le democrazie nazionali.
La manipolazione sistematica delle vulnerabilità psicologiche trasformerebbe la volontà popolare in un concetto svuotato di significato. Le elezioni si ridurrebbero a campagne di marketing politico dove prevarrebbero i più abili nelle tecniche persuasive occulte, non i candidati con le migliori soluzioni. I meccanismi decisionali basati su dibattito razionale e scelta consapevole dei cittadini verrebbero resi inattivi, compromettendo profondamente la democrazia europea.
Questo potrebbe utilizzare forme di guerra cognitiva che sfrutta dipendenze da gratificazioni immediate, indebolendo la capacità di pensiero strategico e di pensiero a lungo termine. Persone intrappolate in questa gabbia digitale perderebbero la disciplina mentale necessaria per comprendere le complesse dinamiche economiche, militari e demografiche fondamentali per il futuro delle nazioni, compromettendo così la loro consapevolezza critica.
Gli effetti della guerra cognitiva
Un aspetto particolarmente inquietante sarebbe la trasformazione dei conflitti sociali in fenomeni di spettacolarizzazione mediatica. L’obiettivo principale diventerebbe la visibilità sui social e nelle piattaforme di intrattenimento piuttosto che la conquista di risultati politici reali. Questa dinamica potrebbe essere strumentalizzata da chi gestisce il reale potere, canalizzando la rabbia popolare verso forme di protesta inefficaci, depotenziando la capacità di incidere sulle strutture di governo ed evitando minacce effettive ai centri di potere.
La frammentazione cognitiva viene indotta artificialmente attraverso sovrastimolazioni ludiche e sessuali (prendendo spunto da “Brave new World” di Aldous Huxley), compromettendo la capacità di mobilitazione collettiva. Una società composta da individui narcisistici e autoreferenziali perde la coesione sociale indispensabile per costruire progetti di difesa nazionale o resistere a pressioni esterne. Questa vulnerabilità assume valore strategico critico in un contesto globale dove le potenze rivali potrebbero mostrare maggiore capacità di coesione sociale e sacrificio collettivo.
L’Italia rappresenta un caso emblematico degli effetti della guerra cognitiva, combinando vulnerabilità strutturali con pressioni psicologiche intense. La tradizionale frammentazione territoriale verrebbero alimentata dalle tecnologie digitali che creano “echo chambers” regionali, impedendo la formazione di una narrazione nazionale condivisa. Gli algoritmi dei social media accentuano le differenze culturali Nord-Sud, premiando contenuti divisivi anziché favorire il dialogo democratico.
La famiglia italiana, storicamente elemento di stabilità sociale, ha subito nel tempo attacchi sistematici attraverso la promozione di modelli individualistici e consumistici che sovvertono i valori di solidarietà tradizionali. Le nuove generazioni, cresciute nell’ambiente iperstimolato della digitalizzazione, potrebbero perdere progressivamente la capacità di creare legami stabili, minando quel sistema informale di welfare familiare che compensava le carenze dello Stato sociale.
La guerra cognitiva produce un paradosso drammatico: le forze di sicurezza europee dovrebbero proteggere società private degli “anticorpi” culturali necessari per riconoscere e respingere le minacce. Per compensare questa perdita di vigilanza naturale, si ricorrerebbe a sorveglianza tecnologica e controllo statale, creando un circolo vizioso dove l’aumento del controllo genera maggiore passivizzazione sociale, rendendo le popolazioni dipendenti dalla protezione esterna anziché autonome e responsabili. L’Europa si trasformerebbe così in un laboratorio sociale sperimentale di controllo tecnologico e psicologico, perdendo progressivamente la capacità di agire come soggetto geopolitico autonomo e riducendosi a un mercato di consumatori passivi assoggettati a élite transnazionali.
Considerazioni finali
L’Europa occidentale si trova a un bivio critico: la convergenza di polarizzazione identitaria, declino demografico della popolazione autoctona e crisi di fiducia nelle istituzioni alimenta tensioni profonde, aprendo la strada a scenari di conflitto civile inediti dal dopoguerra. Questa situazione si combina con l’ascesa di poteri tecnocratici sovranazionali, capaci di esercitare un controllo sempre più incisivo sulle politiche e sulle narrazioni sociali attraverso strategie di guerra cognitiva. L’Italia e la Francia rappresentano casi emblematici di fragilità istituzionale e sociale, esposte a divisioni interne e manipolazioni psicologiche che minacciano la coesione nazionale e la stabilità democratica.
Le conseguenze geopolitiche sarebbero profonde, con un’Europa indebolita e vulnerabile sia internamente sia nell’arena globale, esposta a influenze esterne e a dinamiche di instabilità permanente, anche nel campo della sicurezza marittima. La spettacolarizzazione mediatica dei conflitti e la frammentazione cognitiva indeboliscono la capacità di partecipazione politica consapevole, mentre la crescente sorveglianza e repressione rischiano di generare un circolo vizioso di radicalizzazione e passivizzazione sociale.
In questo contesto, l’Europa rischia di trasformarsi in un laboratorio di controllo tecnologico e psicologico, perdendo progressivamente la sua autonomia geopolitica e diventando un mercato di consumatori passivi al servizio di élite globali. Garantire la coesione sociale e il rafforzamento delle istituzioni democratiche resta una sfida urgente e imprescindibile.

