L’altalena dello spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi ha occupato le prime pagine dei quotidiani italiani nelle ultime settimane, richiamando alla mente il tema della sostenibilità del debito pubblico e dei crescenti costi potenzialmente associati alla spesa per interessi da parte del nostro Paese. Meno attenzione è stata posta, invece, sul posizionamento della questione nel contesto europeo.
Il nuovo governo a trazione leghista e pentastellata ha infatti presentato una manovra assai discostata dalle prescrizione dell’Unione europea in materia di deficit fiscale, per quanto poco coraggiosa sul versante degli investimenti, ma si è anche trovato ad agire in un contesto in cui lo stimolo fiscale imposto dalla Banca centrale europea (Bce) di Mario Draghi sta andando via via esaurendosi.
Di recente lo stesso Draghi ha confermato quanto deciso a inizio estate, ovvero il completo stop al programma di quantitative easing iniziato nel 2015 a partire dal prossimo 1 gennaio. Tuttavia, già da diversi mesi è in corso un progressivo rallentamento dell’espansione della base monetaria da parte della Bce, procedimento che prende il nome di tapering. Questo ha necessariamente influito sull’andamento dei prezzi e dei rendimenti dei Btp negli ultimi mesi.
Il rallentamento della Bce aumenta il rendimento dei Btp
Come fanno notare su La Verità due attenti osservatori delle dinamiche economiche d’attualità, Antonio Maria Rinaldi e Fabio Dragoni, esiste una correlazione diretta tra le scelte di Francoforte e la fiammata dello spread: “A partire dal marzo 2015 la Bce ha mediamente acquistato 8,2 miliardi di titoli italiani ogni mese. Negli ultimi sei mesi, a partire dal maggio 2018, questo ammontare è invece sceso a circa 3,4 miliardi”.
Ma, continuano i due autori, è l’analisi più attenta dei dati di acquisto nel tempo che contribuisce a dare una spiegazione oggettiva del perché i prezzi dei Btp negli ultimi mesi siano diminuiti e i rendimenti di conseguenza aumentati: “Al netto dei bond in scadenza, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha emesso nel triennio 2015-17 un ammontare di importo pari a circa 120 miliardi e – sempre nello stesso periodo – la Banca d’Italia ha acquistato per conto della Bce un importo pari a quasi tre volte tanto, ovvero quasi 330 miliardi. Mentre nel 2018, anno in cui le emissioni nette sono state pari a circa 70 miliardi, Banca d’Italia si è limitata a effettuare acquisti netti per circa la metà, ovvero 35 miliardi”.
I titoli italiani, di conseguenza, hanno visto scemare l’azione del loro primo compratore. E ciò esacerba le vulnerabilità del debito pubblico del nostro Paese.
Un debito vulnerabile
Come segnala Risparmiamocelo, “sono gli investitori non-residenti in Italia a possedere la fetta più consistente del nostro debito pubblico. Oggi gli investitori stranieri possiedono il 35% (738 miliardi di euro) del debito italiano. Le banche detengono il 26% del debito pubblico italiano mentre altre istituzioni finanziarie, come assicurazioni e fondi, ne hanno in mano il 18%”.
Un debito detenuto in proporzioni maggiori da investitori di grandi dimensioni capaci di condizionare con il loro operato l’andamento dei titoli in una misura a dir poco macroscopica risulta più vulnerabile a “choc sistemici, attacchi speculativi e azioni non controllabili dall’esecutivo nazionale”, fatti che possono portare a “brusche fluttuazioni nell’accumulazione degli interessi che, è doveroso ribadirlo, risulta la causa primaria dell’avvitamento a spirale del debito”, come ricordato in passato su questa testata.
L’azione della Bce ha avuto il merito di calmierare il conflitto interno ai debiti pubblici più vulnerabili dell’Eurozona nel corso dell’ultimo triennio, ma non è stata supportata da strumenti tali da garantire un riequilibrio nelle percentuali di controllo del debito italiano tale da renderlo meno vulnerabile a choc sistemici. In questo contesto lo spread, per usare le parole di Guido Maria Brera “è l’immagine perfetta, e misurabile ogni giorno nelle borse di tutto il mondo, dell’inefficienza di quello che in teoria avrebbe dovuto essere un sistema monetario unico, composto da stati i cui tassi di interesse erano, se non identici, almeno molto vicini”, la “febbre dell’Europa” che la Bce ha tenuto sotto controllo senza estinguere definitivamente.
Cosa farà ora la Bce?
Regna molta incertezza sul futuro e sulle prossime mosse della Bce dopo l’uscita dal quantitative easing. In primo luogo, negli ultimi mesi del suo mandato Mario Draghi dovrà trarre un bilancio finale da un’esperienza che ha consentito di rompere la linea devastante del rigore e dell’austerità a trazione germanica senza, tuttavia, sanare le contraddizioni strutturali dell’Eurozona.
Il Qe, infatti, non ha saputo mirare direttamente all’economia reale e, una volta terminato, rischia di lasciare spazio a nuove instabilità. Questo perché la convergenza artificiale tra i rendimenti dei titoli di Stato creata dalle azioni della Bce non è sostenibile sui mercati se non si riuscirà a trasformarla in uno status quo permanente.
In ogni caso Draghi ha assicurato che la Bce continuerà a stimolare l’economia dei Paesi membri dell’area Euro: “Per far sì che l’inflazione continui a muoversi verso il nostro obiettivo”, ha aggiunto Draghi, sarà mantenuto un “grado significativo di sostegno” fornito all’economia “dalla politica monetaria, anche dopo la fine del programma di acquisto di titoli”. Sostegno che in ogni caso andrà riorientato e reso il più efficiente possibile. E che dovrà passare, nel prossimo mese di ottobre, sotto le Forche Caudine dell’elezione del successore di Draghi all’Eurotower. Per la quale i Paesi più favorevoli all’austerità e al rigore sui conti (Germania, Olanda, Finlandia e così via) sono pronti a fare fronte comune.
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