All’imminente G20 di Buenos Aires il Paese ospitante, l’Argentina, si troverà in acque sempre più agitate, anello più debole della catena dei Paesi più industrializzati del pianeta, messa in ginocchio dal fallimento totale delle politiche economiche del Presidente Mauricio Macri.

Macri, eletto nel 2015 dopo un voto sviluppatosi come referendum su Cristina Kirchner, ha mandato allo schianto la politica economica dell’Argentina immettendosi su una strada senza uscita con un pacchetto di riforme di matrice neoliberista.

Convinto che il semplice fatto di presentarsi come market friendly, filo statunitense e sostanzialmente ostile ai processi di integrazione regionale bastasse ad attrarre una pioggia di investimenti sul Paese, Macri ha varato importanti programmi di liberalizzazione degli asset pubblici argentini, decretato la completa liberalizzazione del mercato valutario, rimosso qualsiasi limite all’acquisto di dollari e, pur di rientrare nei mercati internazionali, ha chiuso un accordo con i creditori internazionali del Paese guidati da Elliot Management, la società del finanziere americano Paul Singer. L’intesa, fortemente voluta da Macri, ha consentito al fondo Usa di incassare 2,28 miliardi di dollari, pari al 1.200% circa dell’investimento iniziale (177 milioni).

Da allora, ha ricordato il Financial Times, l’Argentina ha ripreso a indebitarsi con grande disinvoltura collocando bond sovrani per oltre 100 miliardi di dollari. Tra questi, si segnalano bond della durata di 100 anni emessi con cedole di rendimento superiori al 7%: un’autentica follia finanziaria che non poteva non ripercuotersi in maniera drastica su un sistema economico già fragile.

Come riporta Valori,nel maggio scorso, “dopo che la Banca centrale aveva bruciato quasi 5 miliardi di dollari di riserve in una settimana nel tentativo di frenare la caduta del peso, il presidente argentino Mauricio Macri ha annunciato l’intenzione di chiedere una nuova linea di credito al Fmi che, stima Bloomberg, dovrebbe viaggiare sui 30 miliardi di dollari”. 

I numeri del tracollo dell’Argentina di Macri

Un ulteriore tentativo di riprendere fiato è coinciso con quella che Roberto Lampa su Jacobin ha definito “la sanatoria per il rientro dei capitali più grande della storia del capitalismo (110 miliardi di dollari)”. Lampa, docente di economia all’Università di San Martin di Buenos Aires, ha tratteggiato nei particolari i numeri del tracollo dell’Argentina nel triennio di Macri.

“Nell’ultimo anno”, scrive Lampa, “il valore del peso argentino è precipitato più di ogni altra valuta al mondo (il tasso di cambio con il dollaro è aumentato del 122%), la produzione industriale è in caduta libera (-5,6% in agosto), la disoccupazione è ormai prossima al 10% (nonostante le controverse statistiche argentine considerino occupati anche i titolari di partite Iva e coloro i quali percepiscono un sussidio di lavoro), e ben il 30% della popolazione è tornata a vivere sotto la soglia della povertà”.

L’unico paragone possibile è con la Grecia distrutta dai programmi di aggiustamento strutturale della Troika. Con una grande differenza: dopo il grande default del 2001, il maggiore nella storia, l’Argentina è riuscita a rimanere in una fase di stabilità continua per oltre un quindicennio prima che Macri decidesse volontariamente di intraprendere la strada che mandò allo sfascio Fernando de la Rua. Entrando in un circolo vizioso da cui è praticamente impossibile uscire.

L’ennesimo programma di austerità di Macri e la “spinta” del Fmi

A settembre il governo argentino ha lanciato un nuovo programma di austerità per arginare il tracollo economico del Paese. Esso prevede la soppressione di diversi ministeri e una maggiore tassazione delle esportazioni, al fine di ridurre il deficit di bilancio, stabilizzare l’economia e mettere un freno alla caduta libera del peso.

Le esportazioni argentine, soprattutto quelle agricole (farina di soia e suoi derivati, mais, frumento e così via) saranno tassate a partire dal 1 gennaio 2019: quattro pesos per ogni dollaro; i prodotti trasformati saranno invece colpiti con tre pesos per ogni dollaro. Obiettivo primario l’azzeramento del deficit e il ritorno della fiducia dei mercati verso l’Argentina.

Si può già prevedere che le mosse di Macri saranno condannate a fallimento quasi certo: casi come la Grecia insegnano che in un contesto di crisi oramai endemica l’austerità è la peggiore delle ricette per risollevare l’economia del Paese. Macri rischia di consegnare le chiavi dell’Argentina alle istituzioni finanziarie internazionali e agli speculatori. Del resto, il gioco del Presidente è elettorale: barattare l’austerità con un programma di risanamento strutturale del Fmi da 50 miliardi di dollari spalmato su tre anni fino al 2021 ma concentrato principalmente da qui al dicembre 2019.

Il motivo è intuibile: a dicembre 2019 vi saranno le elezioni presidenziali, e per i creditori internazionali dell’Argentina Macri, Faust che ha scatenato contro di sé i demoni della finanza speculativa, è tuttora un candidato migliore di qualunque esponente della destra o della sinistra politica del Paese. I consensi in caduta libera fanno pensare, però, che anche con i miliardi del Fmi Macri dovrà compiere una vera impresa politica per assicurarsi la rielezione.