“In questi anni l’esercito del Myanmar e le forze di sicurezza sotto il loro controllo hanno costruito un arsenale tecnologico imponente che stanno usando nella brutale repressione contro i manifestanti”. A denunciarlo è l’organizzazione Justice for Myanmar (Jfm), che ha raccolto documenti ufficiali del ministero degli Affari interni e quelli del ministero dei Trasporti e delle comunicazioni.

Le carte includono il bilancio delle spese per le forze di polizia del Paese e quelle del Bureau of Special of Investigation, il servizio d’intelligence e sicurezza nazionale. L’indagine completa degli attivisti per i diritti umani è poi stata consegnata al New York Times, che ha realizzato un lungo approfondimento intitolato Myanmar’s military deploys digital arsenal of repression in crackdown”.

I documenti forniti da Jfm mostrano come decine di milioni di dollari sono stati stanziati per la tecnologia in grado di estrarre dati da telefoni e computer, oltre a tracciare posizioni e ascoltare conversazioni in qualsiasi momento. Parliamo di droni di sorveglianza di fabbricazione israeliana, dispositivi europei di cracking per iPhone e software americani per hackerare i computer e acquisire i loro contenuti.

Secondo l’organizzazione, molti degli oltre mille arrestati che ci sono stati dopo il golpe del primo febbraio, sarebbero stati individuati proprio grazie a questa tecnologia. Una tecnologia che in gran parte dei casi, per via delle restrizioni, non poteva essere venduta al Myanmar.

“Un esame del budget del Ministero degli affari interni e del Ministero dei trasporti e delle comunicazioni ha scoperto una serie di acquisti da parte delle forze di polizia del Myanmar e dell’agenzia di intelligence nazionale che consente ai militari di raccogliere dati digitali, hackerare password, clonare telefoni, tracciare segnali, raccogliere dati dai social media, analizzare le foto ed elaborare grandi quantità di informazioni”, ha detto Ma Yadanar Maung, portavoce di Jfm.

“La maggior parte di questi sistemi proviene dall’Occidente e ora l’esercito sta usando questi strumenti per reprimere brutalmente i manifestanti pacifici che rischiano la vita per resistere alla giunta militare e ripristinare la democrazia”, ha aggiunto l’attivista.

Alcune di queste tecnologie – compresi gli aggiornamenti satellitari e delle telecomunicazioni – sono certamente servite al Paese per collegarsi ad Internet, dopo decenni di isolamento. Ma altre, con la scusa di essere utilizzate per la “modernizzazione delle forze di sicurezza”, sono state usate per ampliare le capacità operative del Tatmadaw, l’esercito del Myanmar.

Gran parte di questi sistemi sono stati comprati da società israeliane, americane ed europee, nonostante molti dei governi nazionali abbiano vietato le esportazioni verso il Paese asiatico dopo le brutali violenze da parte dei militari nel 2017 contro la minoranza musulmana Rohingya. È importante precisare che mentre alcune apparecchiature di sorveglianza importate sono considerate a duplice uso, altre tecnologie sono chiaramente destinate a scopi militari e gli embarghi internazionali sulle armi ne vietano l’esportazione in Myanmar.

“Nei casi più eclatanti – si legge sul New York Times – le aziende fornivano strumenti di sorveglianza e armi ai militari e ai ministeri che controllavano, eludendo l’embargo e i divieti di esportazione. In altri hanno continuato a vendere tecnologia senza condurre un’adeguata analisi su come sarebbe potuta essere utilizzata”.

La documentazione esaminata dal quotidiano statunitense mostra anche che, per i mandati di arresto fatti dopo il colpo di Stato, “le forze di sicurezza del Myanmar hanno triangolato i post sui social network dei loro critici e gli indirizzi individuali dei loro collegamenti Internet per poter scoprire dove si trovavano le loro abitazioni”. Un lavoro investigativo che, secondo gli esperti, sarebbe potuto essere svolto solo utilizzando una tecnologia straniera specializzata.

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