Il tavolo da cui parla Rod è quello su cui si sedette Ronald Reagan. Il diner si chiama Hamburg Inn #2 e nella cittadina universitaria di Iowa City è famoso per due motivi. Il primo è il “Coffee Bean Caucus”, la competizione alla vigilia del voto di febbraio in cui i cittadini mettono il loro chicco di caffè nel barattolo del candidato che credono possa vincere. Il secondo è più pratico: tutti coloro che vogliono entrare o sono entrati alla Casa Bianca di Washington, devono passare da questo diner dell’Iowa.

Reagan, a cui hanno dedicato una targa, si presentò un po’ a sorpresa nel 1992. Bill Clinton copiò la strategia undici anni dopo, nel 2003. Barack Obama vi fece tappa in due occasioni diverse. E qualche settimana fa è stato il turno di una delle favorite alla corsa per le presidenziali 2020: Elizabeth Warren. È proprio da Hamburg Inn che lo scorso 21 settembre, milkshake in mano, Warren ha promesso alla folla di sostenitori che introdurrà l’assicurazione sanitaria per tutti, dovesse diventare presidente. Ed è sempre qui che Rod Sullivan, volontario per la campagna elettorale di Warren e membro Dem della Johnson County, dice i perché della sua crescita come candidata: “Ha tutto per vincere: coraggio, persistenza e intelligenza”.

La patrimoniale di Warren

L’Iowa sarà il primo Stato da cui la corsa alla nomination prenderà inizio, con il caucus del 3 febbraio 2020. E l’atmosfera è già in fibrillazione. Gli eventi di volontariato e le iniziative organizzate dagli staff si contano a decine, in ogni parte dello Stato: dai forum agli incontri con i candidati, dalle attività di volantinaggio alle raccolte fondi, dalle conversazioni con i volontari ai dibattiti aperti. Tutti sono attivi. Ma è Warren, a detta di molti addetti ai lavori, la candidata più in voga: un recente sondaggio di Ny Times/Siena College la dà in testa al 23% in Iowa, sopra Bernie Sanders (19%), Pete Buttigieg (18%) e Joe Biden (17%). Un secondo, redatto da Quinnipac la dà al 20% soprs Buttigieg (19%) e Sanders (17%). E la sua struttura in Iowa appare forte. Ha iniziato la campagna a febbraio. Ha uffici a Perry, cittadina a ovest dello Stato dove la popolazione ispanica oscilla al 30% e dove lo staff ospita eventi in doppia lingua. Si è stabilita a Waterloo, famosa per essere un’area popolata dalla comunità afroamericana, dove la sua popolarità è ancora ai minimi.

“Ho sempre votato per le persone che mi hanno promesso un cambiamento”, spiega Rod. La cui vita ha seguito un percorso piuttosto tipico, in questa parte del Midwest americano. Assistente sociale e padre di due figlie, la sua infanzia l’ha vissuta “in una farm proprietà della sua famiglia”, un contesto in cui vita rurale e vita politica si sono legate: “I nonni da parte di mia mamma erano repubblicani di ferro, quelli di mio papà democratici e sindacalisti”. Un po’ come l’Iowa, uno Stato diviso dove gli elettori sono molto concreti e negli ultimi vent’anni hanno cambiato spesso idea: nel 2016 fu Trump a vincere qui, nel 2012 e 2008 Obama, nel 2004 si affermò George W. Bush, nel 2000 il democratico Al Gore. Al caucus Democratico del 2016, Clinton vinse ai danni del “socialista” Sanders solo per qualche centinaio di voti. Spiega poi Rod:

Non mi sono mai piaciuti i Clinton e nel 2016 ho supportato Bernie, ma ora vedo in Warren la soluzione alla situazione politica che stiamo vivendo

“È una candidata anti-establishment, ma ha la grande capacità di spiegare come troverà i soldi per le sue proposte”. E la sua agenda politica, negli Usa, è considerata estrema. Promette copertura sanitaria per tutti, college gratuiti e la cancellazione del debito universitario per i giovani, oltre a una tassa sulla ricchezza del 2% per chi supera i 50 milioni all’anno, con un 1% aggiuntivo per chi supera il miliardo. In parole povere: una patrimoniale. E per fare un esempio, una famiglia con un patrimonio di 60 milioni, nella proposta di Warren, dovrebbe al governo qualcosa come 200mila dollari in tasse.

“Quello che proviamo a spiegare alle persone è l’enorme quantità di soldi che queste persone hanno”, dice Rod. E una delle attività della sua personale campagna elettorale è “chiarire attraverso un semplice esempio la portata della soluzione: se ti dessi un dollaro al secondo, sai quanti anni ci vorrebbero per te per diventare miliardario? 32. I margini sono enormi e con quel 2% si potrebbe fare tanto per le persone meno abbienti”.

Uno dei problemi per Warren sarà rendere comprensibile questo concetto, in un Paese in cui la proprietà privata è sacra, il diritto alla felicità passa per il diritto alla capacità personale di arricchirsi e l’universo delle non-profit fondate dai più benestanti è parte integrante del Pil e dell’assistenzialismo. Dovrà farlo capire ai repubblicani stanchi di Trump, dovesse vincere le primarie. Ma prima di tutto all’ala conservatrice e rurale del suo partito in Iowa, in vista del caucus.

Socialista atipica

La storia di Warren è particolare. Nata in Oklahoma, tra i più conservatori d’America, è figlia di una tipica famiglia americana della classe media. È stata sostenitrice dei repubblicani fino al 1995 e insegnante di una scuola pubblica. Dopo è passata ai democratici, negli anni in cui è diventata professoressa di Legge ad Harvard. La sua specializzazione è la “Bankruptcy Law”, la legge che regola gli episodi di bancarotta fraudolenta. E nel Massachusetts, dove Harvard si trova, è diventata senatrice nel 2013. Se Sanders è considerato “socialista e anticapitalista”, spiega Peter Leo, coordinatore Dem di una contea rurale, Warren è “capitalista di sinistra: vuole cambiare il mondo con cui il capitale funziona oggi”.

Questa sua duplice anima, lo credono molti in Iowa, la lega sia ai liberal progressisti che al mondo rurale delle imprese. Che però vanno ancora conquistate. Non è un caso che i primi passi della sua campagna elettorale li abbia percorsi nella zona a ovest dello Stato, dove le farm si moltiplicano e in cui Hillary Clinton si dimenticò di presentarsi nel 2016, perdendo intere contee con più del 20% di margine contro Trump e faticando contro Sanders. A questi elettori, Warren sta proponendo la sua posizione sulla guerra dei dazi: a cambiare non devono essere gli accordi, dice Warren, ma chi conduce i negoziati. Non più le multinazionali, ma le organizzazioni che rappresentano i lavoratori.

“Mi ritengo una moderata ma sostengo Warren perché per ottenere un compromesso devi stressare i concetti all’estremo opposto” dice Rachel Wall, una ragazza di 34 anni mamma di due bimbe. Un passato in Europa, vive in Iowa da 25 anni dove è nata. Lavora a Dubuque, lungo il fiume Mississippi, al confine con Wisconsin e Illinois ed è molto sensibile al tema dell’assicurazione sanitaria. Ha creduto in Obama nel 2008 e in Clinton nel 2016, quando “ebbi la prima esperienza nel caucus come volontaria”. Ma ora di Warren apprezza “il calore dei suoi messaggi, il fatto che sia una di noi e la chiarezza delle idee: non dice ciò che la gente vuole sentire, ma ciò che farà”.

Come Rachel, anche Lauren Whitehead, consigliera comunale di una piccola cittadina di nome Solon, a nord di Iowa City, lavora come volontaria per la campagna di Warren: “Ha vissuto una vita simile a quella che ho fatto io: insegnante, mamma giovane alle prese con le spese, sostenitrice della scuola pubblica”. E come Warren, anche Lauren è nata in Oklahoma con un passato da Repubblicana. “Votai Bush nel 2000”, ricorda. “Ora però credo che certe proposte, come gli asili nido convenzionati per cui la mia famiglia oggi spende fino a 10mila dollari all’anno e una legge fiscale contro le grandi corporation, siano alla base del nostro futuro”.

Un vasto spettro da conquistare

Anche se le difficoltà non mancano. E lo “spettro” di elettori da conquistare è vasto. Se a sinistra l’unica competizione di Warren è Sanders, in calo per l’attacco cardiaco che lo ha costretto a rallentare la campagna, tra i moderati c’è tanta scelta: da Pete Buttigieg a Kamala Harris, da Amy Klobuchar (figlia del confinante Minnesota) a Steve Bullock, sono diversi i candidati appetibili per i conservatori di zona. E la posizione di chi crede in Warren, su questo, è divisa.

Se Rod pensa che “ci sia molto spazio alla sua sinistra, persone che non sanno a chi affidarsi e non votano”, per Mike O’Loughlin e Pieter Breitner il target è il centro. Il primo, volontario di 61 anni ed ex sostenitore di Bernie Sanders, dalla sua casa di Independence a 80 chilometri a nord di Iowa City dice: “C’è più spazio tra i moderati, è a queste persone che dobbiamo parlare”. Il secondo, 74 anni nativo di Iowa City ed ex supporter di Clinton spiega: “Warren sta facendo capire a certi repubblicani di questa zona che le sue proposte hanno senso anche se non si è del suo partito”.

A una manciata di mesi dall’inizio del caucus, con i volontari sempre più impegnati nell’attività di porta-a-porta e di volantinaggio, la struttura di Warren è in crescita. Almeno per il momento, almeno in Iowa. “Franklin Delano Roosevelt, che per me è tutto, disse che l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”, spiega Rod mentre finisce la sua colazione da Hamburg Inn #2. “Lo dicevo agli indecisi quando supportavo Obama, che vinse qui a sorpresa. Lo ripeto a chi mi dice di avere timore che le politiche di Warren siano troppo radicali”.

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