Se tre anni fa avessimo scritto che i liberal-democratici statunitensi sarebbero finiti con il rappresentare la minoranza interna degli asinelli, nessuno avrebbe creduto a questo scenario. Alcuni fatti, però, comprovano come il fronte moderato interno ai Dem sia entrato in crisi: Hillary Clinton ha prima perso e poi rinunciato a ripresentarsi, Barack Obama non è più considerato, neppure nel suo partito, il “migliore dei presidenti possibili”, la vittoria di Joe Biden è tutto fuorché indubbia e un “vecchio leone” del Vermont, partecipando alla tornata interna del 2016, ha aperto la strada all’invasione delle istanze socialiste in una formazione politica che, pur collocandosi a sinistra, con i massimalisti aveva sempre avuto poco, se non nulla, a che spartire.

Alexandria Ocasio Cortez, che nel frattempo Donald Trump ha ribattezzato “Evita”, come la Peron, è divenuta l’icona del progressismo occidentale. Senza Bernie Sanders, forse, sarebbe rimasta una bartender di Brooklyn. Sono gli elettori a decidere chi premiare, ma se il settantasettenne non avesse tentato la scalata alle primarie del 2016 nessuno, negli Stati Uniti, avrebbe avuto la possibilità di votare per un contenitore maggioritario che predica in favore della messa al bando degli aerei, pur di sostenere la causa ambientalista.

Le primarie statunitensi non conoscono pause estive: i candidati, quelli ancora in lizza per ricevere la nomination alla Convention, si stanno preparando al confronto con gli elettori. Si parte, come da tradizione, dall’Iowa e dal New Hampshire, ma ci vorrà gennaio per affermare qualcosa di concreto. Per ora dobbiamo basarci sui sondaggi e su come gli elettori reagiscono ai dibattiti televisivi. Una rilevazione di Rasmussen Reports dimostra come Joe Biden parta oggettivamente davanti a tutti, Donald Trump compreso, per le presidenziali del 2020. Ma è presto. Di sondaggi ne girano molti. Una di EmersonPolling.com stabilisce, in maniera significativa, come la somma dei voti attribuiti a Elizabeth Warren, Bernie Sanders e Kamala Harris costituisca il 45% del totale contro il 30% ascritto all’ex vice di Barack Obama. Non è un dato di secondo piano: avvalora almeno due ipotesi di studio.

La prima è la seguente: quando Joe Biden dovrà vedersela, uno contro uno, con l’ultimo degli sfidanti, quest’ultimo potrà contare su un numero di voti potenziali molto superiore rispetto a quello intercettato durante le precedenti battaglie nei singoli Stati. È difficile che un elettore che avrebbe votato Bernie Sanders, che stiamo dando per ritiratosi in questa congettura, per esempio, si tappi il naso, preferendo Biden alla Harris o alla Warren, a prescindere dal territorio di residenza. La seconda eventualità è che la polarizzazione del quadro, a lungo andare, possa addirittura favorire due candidati socialisti. E questo perché, mentre l’ex numero due di Barack Obama tende a scendere, gli altri competitor hanno iniziato a risalire la china. Non è più una suggestione: la campagna del 2020 può mutare per sempre il Partito Democratico.