Sono passati trent’anni dalla Caduta del Muro di Berlino. La barriera simbolo della Guerra fredda nel tardo pomeriggio di giovedì 9 novembre 1989 venne presa di mira, e da est a ovest migliaia di persone si arrampicarono sul Muro per per festeggiare e invocare libere elezioni. Preso a picconate, il Muro mostrò i primi squarci e nel giro di alcune settimane era pressoché un cumulo di macerie. Quel giorno, per la prima volta dal 1961, anno di costruzione del muro, decine di migliaia di abitanti della parte orientale della città si riversarono in quella occidentale. All’origine, un errore di comunicazione in conferenza stampa del portavoce della Repubblica democratica tedesca Günter Schabowski. “Oggi abbiamo deciso su un nuovo regolamento che rende possibile per ogni cittadino della Repubblica democratica tedesca di uscire attraverso i posti di confine della Repubblica democratica tedesca”.

Evento che viene celebrato in questi giorni in tutto il mondo. Come riporta l’agenzia di stampa Nova, ieri a Berlino sono iniziate le celebrazioni che dureranno tutta la settimana. Secondo il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, più di 200 eventi si terranno nella capitale tedesca fino a domenica. A dare il via alle celebrazioni il sindaco di Berlino, Michael Mueller, ad Alexanderplatz. Nello stesso luogo, il 4 novembre 1989, centinaia di migliaia di cittadini della Repubblica democratica tedesca (Rdt) manifestarono per la libertà di espressione e la democrazia. Alla Camera dei deputati di Berlino, assemblea legislativa della capitale tedesca organizzata in città-Stato, si è tenuta inoltre una discussione sui risultati della rivoluzione pacifica che portò alla caduta del Muro di Berlino e della Rdt.

L’unificazione della Germania e la fine della Guerra fredda, tuttavia, produssero conseguenze inattese sugli equilibri geopolitici internazionali: la fine del bipolarismo dominata dalle due superpotenze (Stati Uniti e Unione sovietica) portò alla nascita di un nuovo ordine mondiale. Con delle conseguenze importanti, come spiegato dallo storico Sergio Romano su il Corriere della Sera.

I timori di Margaret Tatcher sulla Germania unificata

La possibilità di una imminente unificazione tedesca non convinceva tutti. Tra i più scettici c’era sicuramente Margaret Tatcher, al tempo primo ministro britannico. Come ricorda Romano, Margaret Tatcher fece una sosta a Mosca dopo una visita a Tokyo nel settembre 1989, dove ebbe una riunione a quattrocchi nella sala di Santa Caterina del Cremlino, con Mikhail Gorbaciov, presidente dell’ Unione Sovietica e segretario generale del Partito comunista. La “lady di ferro” disse al suo interlocutore che la Gran Bretagna non desiderava la riunificazione tedesca “perché temeva mutamenti territoriali che avrebbero pregiudicato gli equilibri del secondo dopoguerra”. Pertanto Thatcher, avrebbe garantito a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe adoperata per la dissoluzione del Patto di Varsavia.

“Trent’anni dopo, le preoccupazioni della signora Thatcher mi sembrano almeno in parte giustificate” osserva Sergio Romano. “Con la sua insistenza per il frettoloso riconoscimento della Slovenia e della Croazia nel gennaio 1991, la Germania unificata ha provocato la disintegrazione dello Stato jugoslavo e la frammentazione del Balcani. Con l’apertura dell’Unione europea agli ex satelliti dell’Urss, fortemente voluta da Berlino, sono stati creati due problemi”. Abbiamo accolto nella Ue, prosegue Romano, “Paesi che non hanno alcun desiderio di rinunciare alla propria sovranità per creare una Europa federale; e quei Paesi sono diventati satelliti della Nato pregiudicando gravemente i rapporti con la Russia”.

L’opinione di Henry Kissinger e John J. Mearsheimer

Sergio Romano non è il solo studioso di fama a parlare in questi termini dell’unificazione tedesca celebrata in questo periodo. L’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger – nato nel 1923 a Fürth, Bavaria, da una famiglia di ebrei tedeschi – in Diplomacy (1994) osserva che, in effetti, “almeno sin dalla Guerra dei Trent’anni fino a oggi, l’assetto della Germania ha sempre costituito un dilemma: se si trovava in una condizione di debolezza sollecitava le aspirazioni espansionistiche dei Paesi vicini, Francia in testa, ma allo stesso la prospettiva di una Germania unita terrorizzava le nazioni limitrofe. Il timore di Richelieu che una Germania unita possa dominare l’Europa e imporsi alla Francia era stato anticipato da un osservatore britannico che nel 1609 scrisse: ‘Per quanto riguarda la Germania, se fosse soggetta a un’unica monarchia, sarebbe terribile per tutti gli altri…”. Storicamente, osserva Kissinger, “la Germania è sempre stata o troppo debole o troppo forte per la pace in Europa”.

In netto contrasto con l’ottimismo diffuso dell’epoca, nel 1990 il celebre politologo americano John J. Mearsheimer, riflettendo sulle conseguenze dell’unificazione tedesca, scrisse un saggio per la rivista International Security dal titolo suggestivo, Back to the future (Ritorno al futuro), nel quale lo studioso spiegava che con la fine del bipolarismo e dell’equilibro nucleare gli Stati europei sarebbero tornati a praticare la logica di potenza. Il punto essenziale, spiegò Mearsheimer, è la natura anarchica del sistema internazionale. Nell’anarchia non esiste un organo superiore o sovrano che protegga gli stati gli uni dagli altri. E questo vale anche per l’Unione europea dopo la fine della Guerra fredda. Saggio che venne duramente criticato all’epoca ma che oggi, a 30 anni di distanza, assume un significato importante.