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La Francia profonda ha deciso: Emmanuel Macron è tutto fuorché un enfant prodige. Lo sciopero nazionale iniziato ieri è una radiografia precisa di come, nel caso si votasse oggi, il ceto medio e gli strati popolari guarderebbero altrove. La Republique En Marche è ormai percepito come il partito delle rendite di posizione. Una buona parte dei francesi, durante le presidenziali francesi del 2017, aveva sperato che Macron potesse incarnare un ruolo guida, tenendo però in considerazione anche le esigenze del settore pubblico. Quello che, con un po’ di approssimazione e in modo omnicomprensivo, viene definito mediante la parola “popolo”. Era già palese, però, come esistesse una preoccupazione diffusa: quella di voler evitare che il governo transalpino – dopo Hollande – si appiattisse di nuovo sui diktat della “tecnocrazia di Bruxelles”. E il successo parziale di Marine Le Pen è stata la prima spia di quella preoccupazione. Il “nuovo Napoleone” non sta riuscendo nell’impresa di tenere unito l’esercito. Dalle retrovie spingono affinché l’inquilino dell’Eliseo abdichi.

Oggi, a distanza di oltre due anni, si può infatti affermare con certezza: il primo mandato di Emmanuel Macron non ha retto alla prova degli equilibri sociali, che vanno disgregandosi. La pensione a punti, che è una misura tendente a far sì che sistema pubblico e sistema privato divengano in sostanza equivalenti, non soddisfa le esigenze dei lavoratori statali. E la Francia, da un paio di giorni a questa parte, è del tutto paralizzata. Dai cancelli chiusi degli istituti scolastici ai tram piantati sulle strade di collegamento delle principali città, passando per i commissariati di polizia svuotati dalle forze dell’ordine, che si dividono tra scioperanti e impiegati per garantire la sicurezza, e per il blocco delle stazioni ferroviarie: lo scopo del governo non era certo quello di sollevare una rivolta dal basso, che è tuttavia realtà sin dalla comparsa dei gilet gialli. Gli scontri, poi, condiscono uno scenario già compromesso di per sé. La presenza dei black bloc alle manifestazioni di questa settimana, dal punto di vista dell’analisi politologica, può portare fuori strada: quel movimento si insedia spesso e volentieri in occasioni di questo tipo, ma il malessere che la Francia profonda prova verso Macron non è frutto di un caos disorganizzato.

Parigi, Nantes, Bordeaux, Montpellier: la protesta monta, prescindendo dal luogo di residenza di chi scende in piazza. E la tradizione bonapartista francese coadiuva la ricerca di un comune spirito nazionale, che oggi è del tutto avverso alle politiche messe in campo da Macron e dai suoi. I sindacati, come si apprende dall’Adnkronos, parlano di “zona d’ombra”. Una espressione che sembra utile a fotografare le difficoltà in cui Macron è inciampato, astraendo la questione della riforma delle pensioni, che è solo l’ultimo tassello di un puzzle tanto composito quanto rigettato dalla maggioranza silenziosa dei cugini d’Oltralpe. Il presidente della Repubblica avrà ancora il consenso dell’alta borghesia e della sinistra progressista, ma nel 2022 dovrà giocarsi la rielezione, cercando di riallacciare quel rapporto con la base popolare che, al momento, appare davvero sfilacciato.

Il governo, dinanzi alle mobilitazioni di questi giorni, ha optato per il silenzio, mentre sempre l’esecutivo ha annunciato nuovi tagli a favore del settore privatistico e, nello specifico, di quello automobilistico: è una rappresentazione plastica di come La Républiche En Marche appaia fuori sincrono rispetto alle priorità di chi manifesta. La mancata reazione politica alla paralisi di questi giorni dovrebbe servire a calmare le acque. Ma esiste già una data per la nuova mobilitazione: martedì 10 dicembre. Lo spazio per le trattative non è molto. Marine Le Pen, nel frattempo, ingrossa le fila, pescando proprio dai macroniani. Solo il tempo però sarà in grado di chiarire il rebus sui destinatari elettorali del grosso malcontento scagliato nei confronti dell’attuale presidente della Repubblica.