Era il dicembre 2019 quando il presidente francese Emmanuel Macron annunciava in compagnia del presidente della Costa D’Avorio, Alassane Ouattara, la fine del Franco Cfa, la moneta nata nel 1945 sotto il nome di “franco delle colonie francesi d’Africa”, poi mutato dopo il 1960 in franco della “comunità finanziaria africana”. Come deciso dalla conferenza di Abidjan, a capo della banca centrale incaricata di gestire la valuta internazionale non ci sarebbe più stato un economista francese ed i Paesi africani ed i Paesi aderenti al sistema monetario non avrebbero dovuto più tenere il 50% delle proprie riserve depositate alla Banca di Francia a titolo di garanzia.
La moneta ha cambiato nome e pelle ed è diventata Eco, mantiene la parità fissa con l’Euro e interessa un novero ristretto dei Paesi dell’area del franco (Bénin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo). Emmanuel Macron affermava in quell’occasione che “il Franco Cfa cristallizza numerose critiche e dibattiti: ho ascoltato le critiche, vedo la gioventù rimproverare la continuità di una relazione che giudica post-coloniale, dunque sciogliamo gli ormeggi”. Successivamente, nel maggio 2020, con un progetto di legge adottato dal Consiglio dei ministri, e secondo quanto annunciato dalla portavoce del governo, Sibeth Ndiaye, “la Francia di Emmanuel Macron decretava la fine del franco Cfa”.
Il bluff di Macron sul Franco Cfa
Nella narrativa anti-colonialista di Macron c’è molta retorica e poca sostanza. Nonostante i roboanti annunci del governo francese, infatti, poco è cambiato rispetto al passato. Come sottolinea Foreign Policy, infatti, benché Macron abbia nel 2017 abbia definito il colonialismo francese “veramente barbaro” e un “crimine contro l’umanità” durante una visita in Algeria, ha fatto poco per abolire la traccia più duratura del colonialismo francese: il controllo monetario di Parigi su 14 paesi dell’Africa subsahariana. La moneta erede del Franco Cfa rimane infatti un formidabile cordone ombelicale che continua a stringere il collo delle ex colonie e che ancora oggi – a più di mezzo secolo dalla fine del colonialismo francese – garantisce alla Francia il controllo di un’enorme area economica in Africa. Altro che fine della moneta coloniale: nel dicembre 2019, sottolinea sempre Foreign Policy, Macron ha concesso solo tre riforme al franco Cfa. Si applicano peraltro solo agli otto paesi dell’Africa occidentale, non a quelli dell’Africa centrale o delle Comore, dove le regole antecedenti restano in vigore.
La Francia non rinuncia all’influenza sull’Africa
Di quali riforme parliamo? Innanzitutto, come già anticipato, Macron ha annunciato un piano per rinominare il franco Cfa in Eco dal nome della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che dovrebbe entrare in vigore nel 2027: peccato che le potenze dell’Ecowas, Nigeria e Ghana, hanno già chiarito che non parteciperanno per protesta contro l’ingombrante presenza francese. In secondo luogo, il presidente francese ha annunciato il ritiro dei rappresentanti del suo Paese dai consigli di amministrazione delle banche centrali del vecchio Franco Cfa. Terzo, è attualmente in procinto di spostare l’obbligo di riserva del 50 per cento a favore di un nuovo accordo, in base al quale i Paesi possono ottenere il controllo delle proprie riserve, ma la Francia continua a essere il garante e il prestatore di ultima istanza.
In breve, la dipendenza finanziaria verso Parigi continua. Come ha spiegato l’economista africano Ndongo Samba Sylla, anche con l’adozione dell’Eco, il funzionamento del sistema Cfa continua a basarsi su quattro principi correlati: il cambio fisso, la libertà di movimento dei capitali, la convertibilità illimitata e la centralizzazione delle riserve valutarie. Quattro principi che, secondo gli autori, continuano a fare dei Franchi Cfa e delle Comore delle monete satelliti della moneta francese. In quanto moneta unica, il Franco Cfa implica peraltro diversi vincoli: i Paesi che lo utilizzano, infatti, non hanno la possibilità di scegliere una parità adeguata alla propria situazione economica nazionale. Un meccanismo di influenza ben spiegato anche su Italia Oggi da Tino Oldani, secondo cui il franco è “il perno attorno al quale ruota l’intero sistema del controllo francese sui 14 Paesi” che lo adottano come valuta. Un mezzo, dunque, non un fine”, uno strumento funzionale al mantenimento di privilegi ben più smaccati, come il “primo diritto”, il privilegio garantito a Parigi sulle risorse delle ex colonie. Tutto questo non è cambiato con l’introduzione dell’Eco e la Francia non si è affatto liberata del suo ingombrante passato colonialista.