Donald Trump ha inaugurato un nuovo corso nella politica estera statunitense, rompendo con molte convenzioni del passato. Sin dall’inizio della sua amministrazione, Trump ha rivolto le sue sfide più dure non tanto verso i tradizionali rivali degli Stati Uniti, bensì verso Paesi storicamente amici. Ha imposto dazi commerciali anche agli alleati (come quelli su acciaio e alluminio) e ha perfino minacciato di ridimensionare la NATO, mentre mostrava interessi insoliti come l’acquisto della Groenlandia e si spingeva a interferire nelle dinamiche politiche europee (emblematico l’endorsement via Twitter di Elon Musk – figura a lui affine – all’estrema destra tedesca dell’AfD). In altre parole, appena insediato, Trump ha orientato “la maggior parte dei suoi attacchi verso i vicini (Canada e Messico) e l’Europa”, riservando paradossalmente toni più cauti verso la Cina. Questo ribaltamento di fronte rispetto alla prassi diplomatica precedente segnala un approccio da “dealmaker”: Trump si muove come un capo d’azienda a caccia di accordi bilaterali vantaggiosi, impaziente verso i vincoli delle alleanze tradizionali. L’obiettivo dichiarato è infatti “far tornare l’America grande”, anche a costo di ignorare protocolli e rapporti consolidati.
Europa retrocessa da alleato a concorrente
In quest’ottica, l’Europa ha visto drasticamente ridimensionato il suo ruolo nella strategia USA. Se durante la Guerra Fredda e nei decenni successivi Washington considerava l’Europa un pilastro dell’alleanza occidentale, nell’era Trump l’Unione Europea viene trattata principalmente come un rivale economico. “Nel mondo di Trump (e di Musk) l’Europa intesa come Ue non è più – o non solo – un alleato bensì soprattutto un potenziale concorrente”, un intralcio “terzo (o quarto) incomodo” nello scenario bipolare che oppone gli Stati Uniti alla Cina. Dopo il primo mandato trumpiano, eventuali illusioni degli europei su una normale partnership transatlantica sono svanite: Washington sembra disposta a mettere in secondo piano la storica amicizia, percependo l’Europa più come ostacolo commerciale che come alleato strategico. Non sorprende quindi che Trump abbia spesso riservato parole più dure verso Bruxelles, Berlino o Ottawa che non verso Pechino. L’ex presidente ha criticato aspramente il basso contributo europeo alla difesa comune e gli squilibri commerciali, arrivando a mettere in dubbio il valore di difendere altri Paesi “lontani”. In un mondo in cui Trump ridisegna le priorità americane, i “vecchi alleati dovrebbero difendersi da soli”, una prospettiva che comprensibilmente preoccupa molto l’Europa.
Priorità geopolitiche ridefinite: il focus sulla Cina
Il ridimensionamento dell’Europa si inserisce in una più ampia ridefinizione delle priorità geopolitiche statunitensi sotto Trump. La sua amministrazione sembra vedere il XXI secolo non più come un ordine internazionale basato su regole condivise, ma come un’arena di competizione tra grandi potenze e relative sfere d’influenza. In questa visione, gli Stati Uniti concentrano potere e interessi nell’emisfero occidentale (dal Polo Nord fino all’America Latina), accettando implicitamente che altre potenze dominino le proprie regioni: “la Cina in Asia orientale, la Russia in Eurasia e gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale”. Di conseguenza, Washington appare meno disposta a investire risorse per contenere Mosca in Europa o Pechino in Asia al di fuori delle questioni che toccano direttamente l’America.
L’attenzione di Trump è rivolta soprattutto alla Cina, percepita come il principale competitore sul piano economico e militare globalmente. La competizione USA-Cina diventa il fulcro della scena mondiale nella dottrina Trump, relegando altri attori a ruoli secondari. Persino la Russia, tradizionale antagonista, viene vista come un attore di secondo piano “destinato a un ruolo da comprimaria, gestibile e arginabile”. In pratica Trump tende a de-enfatizzare la minaccia russa – con cui ha cercato un dialogo più conciliante – per concentrare energie sul duello strategico con Pechino e sulla tutela dell’interesse americano nel proprio “cortile di casa”. Questa svolta comporta scelte geopolitiche inedite: Trump ha ipotizzato, ad esempio, che gli Stati Uniti potrebbero accettare di buon grado una sfera di influenza russa in Ucraina pur di disimpegnarsi dall’Europa orientale, arrivando a suggerire provocatoriamente che “l’Ucraina potrebbe anche tornare a essere Russia… e la pace sarebbe assicurata”. Un tale approccio ribalta decenni di politica estera americana e i principi dell’ordine internazionale liberale, lasciando intendere che gli USA trumpiani privilegiano accordi pragmatici tra grandi potenze rispetto alla difesa intransigente della sovranità dei piccoli stati o delle alleanze multilaterali.
La squadra di Trump e la nuova dottrina
Questa strategia non è frutto del solo Trump, ma anche dei consiglieri e ministri che hanno plasmato la sua politica. Fin dall’inizio, la sua squadra di governo comprendeva figure che condividevano – o rafforzavano – l’impostazione America First. Ad esempio, strateghi come Steve Bannon hanno incoraggiato l’approccio nazionalista ed euroscettico, sostenendo che l’Unione Europea fosse un ostacolo e promuovendo il sovranismo anche oltreoceano. Allo stesso tempo, advisor economici come Peter Navarro e Robert Lighthizer hanno dato sostanza alla linea dura verso Pechino, traducendo la retorica protezionista in dazi e barriere commerciali. Sul fronte diplomatico, segretari di Stato come Mike Pompeo hanno spinto una politica estera assertiva, identificando la Cina come “rivale strategico numero uno” e mettendo in discussione gli impegni tradizionali con alleati che, a loro avviso, approfittavano degli Stati Uniti.
L’orientamento della squadra trumpiana ha dunque favorito il confronto con la Cina e una certa disinvoltura nel trattare con durezza anche gli alleati. Inoltre, figure non istituzionali ma influenti nel suo entourage mediatico-ideologico – come il già citato Elon Musk o l’ex consigliere Bannon – hanno contribuito a diffondere questa visione distopica in cui l’America si smarca dai vecchi amici e riscrive le regole a proprio vantaggio. Non a caso, Trump ha avuto pochi veri alleati personali sulla scena mondiale: uno di questi è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con cui condivide una visione spregiudicata delle relazioni internazionali. Proprio la gestione della crisi mediorientale ha mostrato il modus operandi della squadra di Trump: il suo inviato speciale per il Medio Oriente è riuscito a ottenere un fragile cessate-il-fuoco tra Israele e Hamas con proposte fuori dagli schemi tradizionali, come quella di “spostare i palestinesi in un posto tranquillo” per risolvere a tavolino il problema di Gaza.
Soluzioni di questo genere – appoggiate da un alleato fidato come Netanyahu – evidenziano come l’entourage trumpiano fosse disposto a rompere tabù e protocolli diplomatici, in linea con la visione del presidente. In sintesi, la dottrina Trump è stata portata avanti da una squadra che ha sposato l’idea di un drastico riallineamento della politica estera USA, anteponendo l’interesse nazionale immediato e la forza negoziale alla diplomazia multilaterale tradizionale.
Effetti economici della dottrina “America First”
Un pilastro della strategia di Trump verso la Cina – e verso il mondo – è la leva economica. Convinto da decenni che gli Stati Uniti “ci rimettono” negli scambi globali, Trump ha fatto dei dazi e delle guerre commerciali uno strumento privilegiato sia di politica estera sia di politica interna. In continuità con le idee espresse già negli anni Ottanta nel suo libro The Art of the Deal, Trump considera i deficit commerciali una prova che altri Paesi stiano sfruttando l’America. Durante la presidenza, questa convinzione si è tradotta in azioni concrete: l’imposizione di tariffe punitive contro la Cina per decine di miliardi di dollari di beni, il ritiro da accordi commerciali plurilaterali (come il TPP) e continue minacce di nuovi dazi per piegare sia rivali che partner. L’obiettivo dichiarato era ottenere condizioni più eque per gli Stati Uniti e proteggere l’industria nazionale, ma la portata globale di queste mosse è stata dirompente. La “dottrina dei dazi” di Trump ha innescato una spirale di ritorsioni e contromisure: Pechino, ad esempio, ha colpito a sua volta prodotti agricoli americani e tecnologici, mentre altri Paesi hanno cercato di adattarsi al nuovo scenario.
Nel breve periodo, la tattica di Trump ha messo sotto pressione l’economia cinese, ma non senza costi per gli stessi Stati Uniti e i loro alleati. Le filiere produttive internazionali hanno iniziato a riorganizzarsi per aggirare gli ostacoli: la Cina ha dimostrato “di essere diventata piuttosto brava ad aggirare i dazi statunitensi” spostando fabbriche e investimenti verso Paesi terzi. Ad esempio, nel 2023 la taiwanese Foxconn ha aperto una grande fabbrica di iPhone in India, mentre imprese cinesi e statunitensi del settore automobilistico e manifatturiero hanno ampliato la produzione in Messico, Vietnam, Malesia e altri stati asiatici. Ciò significa che parte della pressione dei dazi è stata neutralizzata attraverso delocalizzazioni e nuove catene di fornitura fuori dalla Cina continentale.
I timori di Washington
Questa dinamica ha anche creato timori a Washington: Trump si è detto preoccupato che Pechino sfrutti persino il nuovo trattato nordamericano USMCA (ex NAFTA) per far entrare i suoi prodotti negli USA attraverso Canada e Messico, “timore (che) spiega le minacce di dazi nei confronti dei Paesi vicini”. Di fatto, la guerra commerciale di Trump ha finito per coinvolgere anche partner storici come Ottawa e Città del Messico – confermando la logica che nessun Paese, nemmeno amico, è immune dai dazi se questo serve agli interessi americani.
Alla luce di tutto ciò, gli economisti si interrogano sugli effetti di lungo termine della dottrina Trump. Da un lato, essa ha ridisegnato il ruolo globale di Washington nei commerci: gli Stati Uniti da promotori del libero scambio si sono trasformati in attori imprevedibili e protezionisti. Dall’altro lato, questa strategia aggressiva rischia di “favorire Pechino e accelerare il declino dell’influenza degli Stati Uniti nei Paesi emergenti”. Infatti, mentre Washington alzava barriere, la Cina ne ha approfittato per rafforzare la propria integrazione economica altrove, firmando accordi di libero scambio bilaterali e investendo in Asia, Africa e America Latina. Paradossalmente, l’unilateralismo economico di Trump ha spinto molte nazioni a guardare altrove per opportunità commerciali, erodendo la leadership americana nei mercati emergenti. Inoltre, alcune industrie USA (come l’agricoltura e l’automotive) hanno sofferto la perdita di sbocchi o l’aumento dei costi di importazione, mostrando i limiti domestici del protezionismo. Nel complesso, la dottrina “America First” in economia ha certamente avuto un impatto globale: ha incrinato decenni di architettura commerciale basata su regole condivise (indebolendo ad esempio l’OMC/WTO) e ha aperto la strada a una competizione economica più frammentata e regionale, con il rischio di blocchi economici contrapposti attorno a Washington e Pechino.
Conseguenze per l’ordine internazionale
Le politiche di Trump verso la Cina e la sua reinterpretazione delle alleanze hanno implicazioni profonde per l’ordine mondiale. La visione trumpiana prefigura la fine dell’ordine liberale fondato sul multilateralismo americano post-1945, sostituito da un equilibrio basato sul potere delle grandi potenze. Invece di un sistema di regole universali, si delineano “tre zone d’influenza” principali – una sino-centrica in Asia, una russo-centrica in Eurasia e una sotto il controllo statunitense nelle Americhe. Ciò significa che aree come l’Europa occidentale, prive di una superpotenza autoctona, rischiano di trovarsi senza il tradizionale ombrello protettivo americano e al contempo esposte alle pressioni degli altri blocchi. L’idea che gli Stati Uniti possano “tagliare i legami” che li vincolano da decenni alla difesa dell’Europa e dell’Asia ha già innescato un acceso dibattito nelle capitali occidentali. In Europa in particolare l’ipotesi di dover “difendersi da soli” senza l’America appare preoccupante, spingendo alcuni leader a invocare un rafforzamento della difesa comune europea e dell’autonomia strategica dell’UE.
Allo stesso tempo, l’approccio Trump ha incoraggiato una politica estera più spregiudicata anche da parte di altri attori. La riluttanza americana a sostenere incondizionatamente gli alleati o a intervenire in crisi lontane può aver dato spazio a mosse più aggressive: la Russia di Putin, ad esempio, ha potuto intravedere la possibilità di consolidare la propria sfera d’influenza nell’ex spazio sovietico senza un forte intervento USA contrario. La disponibilità di Trump a “chiudere un occhio” sulle mire di Mosca in Ucraina o a tollerare l’erosione graduale dell’autonomia di Taiwan (definendo meno impellente l’interesse a difenderla) lancia segnali che potrebbero alterare gli equilibri regionali. Anche in Asia, gli alleati tradizionali come Giappone e Corea del Sud hanno percepito l’incertezza dell’ombrello di sicurezza americano e potrebbero essere tentati di adottare posture più indipendenti – o nel peggiore dei casi, di piegarsi a compromessi con Pechino. Sul fronte mediorientale, le azioni di Trump (dall’avvicinamento senza precedenti a Kim Jong-un in Corea del Nord, allo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, fino all’isolazionismo verso l’Iran) hanno ridisegnato alleanze e inimicizie, spesso ignorando il consenso internazionale. La sua recente proposta di “deportazione” dei palestinesi per risolvere il conflitto israelo-palestinese ha scandalizzato molti osservatori, segnalando un indebolimento delle norme umanitarie che finora hanno retto i negoziati di pace.
Una frattura netta
In definitiva, la dottrina Trump verso la Cina e il mondo ha introdotto elementi di instabilità e incertezza nell’ordine globale. Da un lato, ha messo apertamente in discussione istituzioni e prassi consolidate – dalle alleanze militari come la NATO alla fiducia nei meccanismi multilaterali di risoluzione delle dispute – erodendo il ruolo di garante internazionale tradizionalmente esercitato dagli Stati Uniti. Dall’altro lato, ha accelerato la transizione verso un sistema internazionale più competitivo e meno cooperativo, in cui le grandi potenze si contendono sfere di influenza e i Paesi medi o piccoli devono adattarsi a un gioco geopolitico più duro. Nel breve termine, alcuni risultati sono tangibili: la Cina, oggetto della pressione americana, sta cercando di capitalizzare gli spazi lasciati liberi dagli USA rafforzando la propria posizione in Asia e nel Sud del mondo; l’Europa, scossa dalla retorica trumpiana, dibatte sul proprio futuro strategico ed economico senza l’affidabilità del partner d’Oltreoceano; e gli Stati Uniti stessi appaiono più isolati in certi consessi, con un’immagine di potenza imprevedibile.
Le conseguenze a lungo termine restano in parte imprevedibili. La strategia di Trump potrebbe costringere a un doloroso riequilibrio l’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, magari stabilizzandosi in nuovi equilibri di potere; oppure potrebbe innescare reazioni a catena capaci di alimentare conflitti e crisi economiche globali, qualora il “bluff” di una politica estera così muscolare non regga alla prova del tempo. Ciò che è certo è che l’era Trump ha segnato una frattura netta, ridefinendo priorità e modalità dell’azione americana nel mondo – una frattura le cui implicazioni globali si faranno sentire anche negli anni a venire.
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