Panta Rei, tutto scorre. È uno degli aforismi più noti ereditati dalla storia greca e che oggi, probabilmente, può meglio descrivere il nuovo assetto politico del Corno d’Africa. Tutto scorre, per l’appunto, proprio come l’acqua del Fiume Azzurro che dal 9 settembre ha iniziato a solcare le nuove gole della Gerd. Un acronimo quest’ultimo che indica la “Grande Diga della Rinascita Etiope“. Per Addis Abeba, così come per molti Paesi vicini, si tratta della più grande occasione di riscatto e rinascita. Per l’Egitto e il Sudan, al contrario, è l’anticamera di un disastro idrico ed economico. Due posizioni agli antipodi che, nel bel mezzo dello scorrere della storia, stanno già dando vita a un serrato confronto potenzialmente in grado di ridisegnare questo angolo di Africa.
L’Etiopia come nuovo riferimento del Corno d’Africa
I numeri della nuova opera danno subito idea di cosa voglia dire la Gerd per Addis Abeba. Dalle turbine aperte nei giorni scorsi, usciranno ogni anno qualcosa come 5.150 megawatt di energia elettrica. Ossia, più del doppio dell’attuale capacità complessiva dell’Etiopia. Inoltre, la diga ha una capienza di 74 miliardi di metri cubi d’acqua. In un solo colpo, il più grande Paese del Corno d’Africa (e secondo più abitato in assoluto a livello continentale), ha risolto o almeno ridimensionato due atavici problemi: quello legato alla fornitura di energia elettrica, fino a oggi erogata solo a una parte della popolazione, e quello legato alle mai bastevoli riserve idriche.
Ma il premier Abiy Ahmed vuole andare oltre. Il suo più grande sogno è dettato dalla possibilità di rendere l’Etiopia il terzo polo africano dopo Sudafrica e Nigeria. E il primo forse come riferimento economico del Corno d’Africa. L’energia prodotta dalla Gerd, non verrà solo dirottata verso il territorio etiope ma, al contrario, verrà anche venduta all’estero. Kenya, Sud Sudan, Somalia e Gibuti sono pronte a stipulare accordi per ricevere l’elettricità etiope a costi ridotti. Addis Abeba potrebbe incassare fino a un miliardo di dollari l’anno. Anche se il vero obiettivo del premier etiope riguarda il soft power: l’Etiopia, da ora in poi, si presenterà come la prima nazione dell’area ad aver concluso un’opera tanto imponente quanto importante per i destini del Corno d’Africa.
Il Cairo non si arrende
I numeri però danno manforte anche alle argomentazioni del Sudan e soprattutto dell’Egitto. La Gerd è stata costruita lungo il corso del Nilo Azzurro, dalle cui sorgenti etiopi scendono a valle circa l’85% delle acque che in Egitto confluiscono nel Nilo. Un fiume quest’ultimo da cui oggi Il Cairo dipende per il 97% del proprio fabbisogno idrico. Per questo, proprio nelle ore in cui Abiy Ahmed tagliava il nastro alla diga Gerd, i rappresentanti de Il Cairo all’Onu hanno depositato una nuova (l’ennesima) lettera di protesta. Con tanto di riferimenti alla violazione di alcuni trattati precedenti, oltre che alla necessità di accordi per non veder ridimensionata la portata del Nilo.
I nuovi equilibri
E qui si torna al riferimento iniziale dell’articolo: panta rei. L’acqua scorre, portando assieme a sé le incessanti vicissitudini politiche ed economiche dei Paesi coinvolti. L’Egitto ha promesso battaglia e non solo all’Onu. Da anni Il Cairo sta provando a mettere pressione sull’Etiopia. L’ultima trovata riguarda l’accordo di difesa stipulato con la Somalia, il quale ha permesso ad Al Sisi di piazzare proprie truppe non lontane dal confine etiope. Ufficialmente, i soldati egiziani si limiteranno ad addestrare le forze di Mogadiscio ma il messaggio inviato ad Abiy Ahmed appare molto chiaro.
Quest’ultimo però non ha intenzione di chiudere una singola turbina della Gerd. Il suo governo, come detto in precedenza, è pronto a ergersi come riferimento economico e politico del Corno d’Africa. Il tira e molla è appena agli inizi. A mitigarlo, forse potranno essere soltanto i Paesi del Golfo con i loro petrodollari,capaci di mettere d’accordo tutti. Ma prima che la questione possa realmente risolversi, di acqua dalla diga ne dovrà davvero scorrere tanta.
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