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Shinzo Abe ha più volte toccato con mano cosa significa fare i conti con il famigerato articolo numero 9 della costituzione giapponese. Quello che, dal 1947 in poi, vieta al Giappone di possedere “forze di terra, del mare e dell’aria” e lo costringe a rinunciare “per sempre alla guerra” e alla “minaccia o all’uso della forza” come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Nel corso della sua lunga carriera ai vertici del sistema politico nipponico, l’ex premier – il più longevo della storia nazionale – ha cercato in tutti i modi di rovesciare la situazione, o quanto meno addolcirla in attesa di tempi più maturi. Ebbene, Abe non ci è riuscito.

Risultato: Tokyo può contare su militari definiti “di supporto”, impiegati e impiegabili in operazioni umanitarie coadiuvate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Può inoltre usare mezzi da guerra in risposta esclusiva a disastri naturali, oppure per offrire assistenza e aiuti umanitari in aree di crisi. Se, da un lato, queste condizioni rendono il Giappone una nazione militarmente spuntata, dall’altro lato esiste un bicchiere mezzo pieno.

Anche se molto limitante in ambito geopolitico, un simile stratagemma – ovvero contare su forze di autodifesa – ha fin qui consentito al governo giapponese di mantenere il controllo di un esercito. Per decenni la questione è rimasta sotto traccia, fino a quando il Giappone non ha iniziato ad essere circondato da due da minacce piuttosto ingombranti: l’ascesa della Cina e l’esuberanza della Corea del Nord (a maggior ragione in seguito alla salita al potere di Kim Jong Un). Da quel momento in poi il tema ha assunto una rilevanza nazionale e non solo.

Il peso dei conservatori

Come ha sottolineato Asia Times, la terza economia mondiale è attraversata da significativi cambiamenti interni. Oltre due terzi dei rappresentanti della Camera bassa, cioè la più importante delle due camere nazionali, sembrerebbero essere favorevoli alla revisione della costituzione pacifista. Come se non bastasse, il Japan Innovation Party (JIP), partito conservatore, ha vinto 41 seggi diventando il terzo partito più grande della Camera. Numeri alla mano, questa forza politica potrebbe offrire una preziosa sponda al Partito Liberal Democratico (LDP), per anni appannaggio di Abe e adesso guidato da Fumio Kishida.

C’è un terzo punto che vale la pena sottolineare: il Partito Democratico per il Popolo (DPP), si è alleato con il JIP assegnandogli ben 52 seggi combinati, una cifra sufficiente per proporre misure di bilancio. La grande domanda che molti si fanno è facile da intuire: il nuovo parlamento effettuerà (o almeno proverà ad effettuare) le mosse necessarie a rivedere la costituzione pacifista? Modificando gran parte del documento redatto dagli occupanti statunitensi al termine della Seconda guerra mondiale, il Giappone avrebbe infatti la possibilità di tornare a occupare un posto in prima linea nello scacchiere globale (da questo punto di vista, la vicenda che adesso fa più gola a Tokyo è quella relativa alla difesa militare di Taiwan, ex colonia giapponese, dalle mire cinesi).

Tokyo stringe i muscoli?

In ogni caso, anche con il peso dell’articolo 9, dal 2012 il Paese ha gradualmente ampliato le sue capacità belliche. Nel 2014, Abe ha reinterpretato la costituzione per consentire alle forze di autodifesa nazionali di collaborare con le forze armate straniere per proteggere il Giappone nell’ ottica di una “autodifesa collettiva”. Nel 2018 il governo ha addirittura adottato un piano di difesa decennale e un piano di approvvigionamento a medio termine. Sempre nello stesso anno, per la prima volta dal 1945, Tokyo ha equipaggiato una portaerei leggera (mentre un’altra è in arrivo). Il Giappone, infine, nel 2020 non ha schierato un sistema di difesa missilistica terrestre Aegis: forse il Paese opterà sulla capacità di attaccare per primo?

Certo è che, per lo meno sulla carta, il JIP può supportare l’LDP in due ambiti: la rimozione dei limiti di spesa per la difesa e la revisione della citata costituzione. Calcolatrice alla mano, unendo il peso dell’LDP, Komeito (partito centrista), JIP e DPP, abbiamo 345 seggi alla Camera Bassa. Le elezioni della Camera Alta, previste per la prossima estate, determineranno dunque la fattibilità o meno del piano di mettere al voto una nuova costituzione. Ricordiamo che per proporre emendanti alla costituzione serve il via libera di due terzi o più dei membri di entrambe le camere.