Dieci giorni fa, si è aperto a Kuala Lumpur, in Malesia, il processo nei confronti delle due donne accusate dell’omicidio di Kim Jong-nam, il fratello del presidente nordcoreano,. Kim Jong-unLe imputate, fino ad ora, sono due donne: Siti Aisyah e Doan Thi Houng. A dimostrazione dell’importanza del processo, le due donne non sono state condotte al processo soltanto in manette, come vuole il regolamento giudiziario del Paese, ma addirittura protette da un giubbotto anti-proiettile. Il tribunale di Shah Alam, dove si celebra il processo, ha ritenuto pertanto che le due donne potrebbero essere talmente importanti da far sì che agenti dei servizi nordcoreani o di altre nazionalità pensino di ucciderle in ogni momento e che anche il passaggio dall’auto della polizia all’aula di tribunale potesse essere un momento di pericolo. Le due donne si sono dichiarate non colpevoli, come confermano dal primo giorno in cui sono state arrestate. Se il tribunale le riconoscerà come colpevoli, rischiano la pena di morte. Una pena di morte che, va detto, se non arriva dalla giustizia della Malesia, potrebbe arrivare per vie parallele da parte dei servizi.

L’omicidio di Kim Jong-nam è una delle spy-story più avvincenti che riguardano la Corea del Nord. Un Paese che, avvolto da una fitta coltre d’isolamento, mancata informazione e di una narrazione interna ed esterna sempre tesa a provocare inquietudine, rende tutto sempre alla stregua di una pellicola cinematografica. La storia dell’omicidio di Kim Jong-nam è già di per se estremamente significativa. L’uomo, che viaggiava in Cina con il nome di Kim Chol, è stato ucciso, secondo i risultati dell’autopsia, con l’utilizzo di Vx, un agente nervino classificato come arma di distruzione di massa. La morte è avvenuta alle nove del mattino, poche ore dopo l’aggressione con uno spray nella sala d’aspetto dell’aeroporto di Kuala Lumpur, mentre il fratellastro di Kim stava per imbarcarsi per Macao. Le donne sono state identificate con l’aiuto delle telecamere a circuito chiuso dell’aeroporto e arrestate. Dal momento dell’arresto, la loro difesa è stata sempre la stessa: erano state ingannate da uomini dell’intelligence di Pyongyang, convinte si trattasse di uno sketch televisivo per un reality. Spiegazione non convincente, soprattutto perché pare che Siti Aisyah, una delle due donne arrestate, avrebbe agito sotto la supervisione dei quattro uomini ancora latitanti.

Questi quattro uomini sono latitanti ma ritenuti coinvolti nel processo da molto tempo anche perché compaiono nei video delle telecamere a circuito chiuso dello scalo internazionale di Kuala Lumpur. A rivelarlo è stato un ufficiale di polizia, testimone al processo. Le immagini riprendono un incontro tra le due donne e due dei quattro uomini ritenuti coinvolti nell’omicidio, identificati come il ‘Signor Y’ e il ‘Signor Chang’. Il loro ruolo era assolutamente chiaro. Il primo, il signor Y, avrebbe cosparso le mani di una delle donne con un sapone contenente l’agente Vx, l’altro, il signor Chang, avrebbe consegnato il restante agente nervino ad Aishah. Gli altri due uomini, ancora ignoti, sembra siano il reclutatore e colui che ha dato indicazioni dettagliate su come compiere il gesto.

I servizi segreti nordcoreani hanno sempre negato di avere un coinvolgimento nella morte di Kim Jong-nam. Ma è difficile credere che ne siano estranei. Le motivazioni politiche non mancavano. Come spiegato da Guido Olimpio e Guido Santevecchi sul Corriere della Sera, Kim Jong-nam viveva sotto protezione dei servizi cinesi, in attesa di capire fino a che punto volesse arrivare Kim Jong-un con le minacce di guerra e la tensione nella penisola coreana. Sono molti a ritenere che la Cina sia stata interessata a un regime-change a Pyongyang, e avere uno della dinastia Kim dalla propria parte, tra l’altro assolutamente manovrabile, sarebbe stato utilissimo. L’uccisione di Kim Jong-nam era dunque necessaria al regime di Kim Jong-un per mandare un messaggio chiarissimo al governo di Pechino. E che il governo di Pyongyang ricorra a omicidi politici, anche questo è abbastanza accertato. A parte le notizie, assolutamente infondate, di morti con bombardamenti, cani che sbranano parenti o ogni metodo di tortura possibile, morti illustri nella dinastia e nell’opposizione di Kim ci sono. Così come, non ultima la morte di Otto Warmbier, casi di gente che ritorna in fin di vita dopo essere stata in Corea del Nord. Il caso dello studente americano morto dopo giorni di coma una volta tornato dalla Corea, dove era stato incarcerato, è stato esemplare. I medici di Cincinnati, dove fu portato il ragazzo una volta liberato dalle prigioni di Pyongyang, parlarono di “una massiccia perdita di tessuto cerebrale in tutte le regioni dell’organo, causata da un arresto cardiopolmonare che aveva bloccato l’afflusso del sangue alla testa”. A questa macabra usanza degli omicidi di Stato, si aggiunge ora la paura del presidente Kim di rimanere ucciso. Proprio per questo, fonti dell’intelligence sudcoreana hanno indicato, nelle ultime settimane, che la paranoia del leader nordcoreano per la propria morte sta aumentando. Cambia continuamente veicoli su cui viaggia, le sue apparizioni pubbliche sono sempre di meno e, a detta del quotidiano giapponese Asahi Shimbun, si è circondato di ex agenti del Kgb per proteggerlo. E i motivi non mancano: l’omicidio di Kim Jong-un è uno degli obiettivi di alcuni segmenti dell’intelligence di Seul e Washington. E forse non solo dei suoi “nemici”.

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