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Donald Trump, in vista del 2020, deve temere Kamala Harris. Forse deve stare attento più alla senatrice californiana che a tutti gli altri potenziali candidati democratici. Le ragioni sono diverse e tenteremo di elencarle nel corso di quest’analisi. Per ora ci limitiamo a scrivere che negli Stati Uniti la sua discesa in campo viene data per imminente. 

La mutevolezza cui è soggetto il quadro politico statunitense è evidente, ma ragionando a bocce ferme si deve segnalare la “pericolosità”, tenendo in considerazione il punto di vista di The Donald, che l’esponente indo/afro – americana degli asinelli porterebbe in dote nel caso decidesse davvero di prendere parte alla contesa.

Quella di Kamala Harris assomiglia alla parabola percorsa da Barack Obama durante la sua prima candidatura alle primarie. La senatrice si muove in sordina, senza proclami esorbitanti e procede con il tessere una tela in grado di mettere d’accordo tutto il fronte democratico. Certo, il suo nome pesa meno rispetto a quello di Joe Biden, ma la carta d’identità e la stratigrafia elettorale americana giocano a favore dell’ex viceprocuratore distrettuale. 

La senatrice, stando a quanto riportato su Politico, potrebbe essere la seconda, dopo Elizabeth Warren, a sciogliere la riserva. Possiamo già dire che la campagna elettorale per la competizione interna è iniziata. Ma la Harris non ha intenzione di attirare subito l’attenzione su di sè. La senatrice, che è una certosina stratega politica, si farà conoscere all’elettorato americano. Sempre Politico ha evidenziato come l’esponente politico abbia messo in programma una serie di apparizioni televisive, condite dalle presentazioni di un suo libro. Un tour mascherato, che serve a verificare la risposta della base, dei media e dei finanziatori. 

“L’America – ha dichiarato poche ore fa Kamala Harris – è assolutamente pronta per una donna presidente di colore”. E questo è il primo fattore: il dialogo con le minoranze. La senatrice Warren è assolutamente in grado di fare cappotto nel campo liberal, restringendo le possibilità di movimento dei suoi competitori, ma in termini di “punteggio di presidenziabilità”, come lo chiamano quelli bravi, la sua è una candidatura che presenta più di qualche limite. 

All’interno di questo quadro, va interpretato quello che è apparso come un tentativo disperato: provare che parte del suo Dna avesse origini native. Elizabet Warren è bianca, eterosessuale e appartiene all’establishment a stelle e strisce. Tutti fattori divenuti essenziali da quando gli analisti hanno iniziato a registrare un fatto nuovo: le minoranze, alle elezioni di medio termine, si sono recate alle urne con maggiore frequenza rispetto alle turnate precedenti. 

I Democratici hanno da tempo consapevolezza che per battere il tycoon serve un profilo in grado di bruciare il campo, motivando chi di solito non partecipa al processo democratico. Hillary Clinton avrebbe dovuto ottenere questo effetto, ma non è andata come si pensava. Poi c’è la bagarre tra democratici socialisti e democratici moderati.

Dipendesse dai secondi, la Ocasio Cortez, Sanders, la Warren e le loro istanze sparirebbero dalla piattaforma programmatica delle presidenziali, ma l’area socialista, nel frattempo, è divenuta maggioritaria in molti Stati. L’apparato partitico sta cercando d’individuare un candidato con un alto “punteggio di presidenziabilità”, ma non ascrivibile al correntone ultraprogressista. Kamala Harris – qualcuno dice che sarebbe la candidata più simile a Michelle Obama, che da par suo continua a non volerne sapere – potrebbe essere un jolly del mazzo democratico. 

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