L’esistenza dello Stato di Israele è una questione controversa e, ancora oggi, la maggioranza dei Paesi arabi in Nord Africa e Medio Oriente non ne riconosce la legittimità. Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa sta cambiando. Lo Stato ebraico ha infatti rivelato di intrattenere legami riservati con alcuni Paesi del mondo arabo.

Attualmente, Israele sarebbe in contatto con sei Paesi arabi musulmani – verosimilmente Egitto, Giordania, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita -, con i quali starebbe cercando – secondo quanto dichiarato dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu – di “accelerare la normalizzazione dei rapporti”.

Dietro il processo di avvicinamento, la crescente instabilità regionale. Al generale senso di diffidenza, che contribuisce ad acuire le tensioni tra gli Stati mediorientali, si sono uniti il timore nei confronti dell’Iran, considerato un nemico comune, e la mancanza di una politica condivisa in materia di sicurezza. A spingere i Paesi del Golfo verso Israele, anche la politica di disimpegno adottata dagli Stati Uniti nella regione.

Recentemente, anche da parte di Israele vi è stato un cambio di postura nei confronti degli Stati arabi. Finora, infatti, i leader israeliani hanno sempre visto nella pace con i palestinesi la chiave per instaurare un legame con il mondo arabo musulmano.Per Netanyahu, invece, l’unico modo per uscire dall’impasse è adottare la strategia inversa: costruire relazioni con i Paesi arabi per dare nuova linfa ai negoziati di pace con il popolo palestinese.

Diplomazia economica

Questo cambiamento passa anche dagli interessi economici. All’inizio di dicembre, Israele ha confermato la sua partecipazione all’Expo 2020 che si terrà a Dubai (ottobre 2020 – aprile 2021): un evento storico, se si considera che ufficialmente Israele ed Emirati Arabi Uniti non intrattengono relazioni diplomatiche.

Negli ultimi anni, le due parti hanno intensificato i contatti, con incontri ai più alti livelli, nuove relazioni commerciali e competizioni sportive (ottobre 2018) fino ad arrivare al permesso di libera circolazione dei turisti israeliani a Dubai, in occasione dell’Expo.

Sicuramente, un passo importante verso quella “normalizzazione dei rapporti con i Paesi arabi” evocata da Netanyahu, ma anche un primo tentativo di rendere pubbliche le relazioni tra le due parti, che ormai andrebbero ben oltre la questione della sicurezza regionale.

Il gas naturale

A legare a doppio filo Israele ai Paesi arabi, vi è anche l’esportazione di gas naturale. Grazie alla prossima entrata in attività (dicembre 2019) del giacimento di Leviathan – scoperto nel 2010 all’interno delle acque territoriali israeliane -, lo Stato ebraico avrà sufficienti risorse non solo per raggiungere l’indipendenza energetica, ma anche per trasformarsi in Paese esportatore di gas naturale.

Egitto e Giordania – Paesi con i quali è in vigore un Trattato di pace – hanno già sottoscritto alcuni contratti per l’acquisizione di gas israeliano; accordi che potrebbero avere un effetto domino sulle strategie geopolitiche del Mediterraneo orientale.

Pur esportando già il gas estratto dal giacimento di Tamar verso la Giordania, nel settembre 2016 lo Stato ebraico ha siglato con Amman un accordo del valore di 10 miliardi di dollari, che prevede la fornitura di circa 45 miliardi di metri cubi di gas per 15 anni, non appena il giacimento di Leviathan diverrà pienamente operativo.

Proprio lunedì scorso (16 dicembre), il ministro dell’Energia israeliano, Yuval Steinitz, ha dato luce verde all’esportazione del gas proveniente dai giacimenti di Leviathan e Tamar in Egitto, concludendo “la più importante cooperazione economica tra i due Paesi dal Trattato di pace del 1979″, secondo quanto dichiarato da Steinitz stesso.

Nel febbraio 2018, Israele ha firmato un contratto da 15 miliardi di dollari con l’Egitto per la fornitura di 64 miliardi di metri cubi di gas in un decennio. Lo scorso ottobre, le due parti hanno concordato un incremento della fornitura fino a 85 miliardi di metri cubi di gas, che verranno esportati dai giacimenti di Tamar e Leviathan a partire dal 2020.

Perfino l’Arabia Saudita sembrerebbe considerare l’ipotesi di acquistare gas naturale da Israele. Le due parti sarebbero in trattativa per costruire un nuovo gasdotto che potrebbe collegare il Regno saudita alla città israeliana di Eliat, sulle rive del mar Rosso. Sul tavolo anche la possibilità per Riad di allacciarsi all’oleodotto israeliano Eilat-Ashkelon, grazie al quale l’Arabia Saudita potrebbe esportare il petrolio in Europa e in altri mercati eludendo lo Stretto di Hormuz, al centro delle tensioni tra Stati Uniti e Iran.

Non sembra trattarsi di una semplice convergenza di interessi, promossa da Israele e accettata di buon grado da alcuni Paesi arabi; quanto piuttosto di una operazione di diplomazia economica più sofisticata, con obiettivi regionali di medio-lungo periodo.