Joe Biden e Moon Jae In hanno approfittato del G20 romano per incontrare papa Francesco. Prima il presidente democratico degli Stati Uniti, poi il suo omologo sudcoreano, sono stati ricevuti da sua eminenza tra le mura vaticane. Tanti i temi sul tavolo: dalla pandemia di Covid-19, all’emergenza climatica, dalla Cina alla riunificazione coreana. Considerando che il summit internazionale non vedrà la presenza del presidente cinese Xi Jinping – che insieme al russo Vladimir Putin sarà il grande assente del vertice – Biden e Moon hanno gettato le fondamenta per cercare di tessere una “tela asiatica” di concerto con il Vaticano.

Sia chiaro: la Santa Sede non ha alcuna intenzione di minare i fragili equilibri entro i quali si trova costretta a muoversi. È pur vero che le istanze toccate dai due ospiti offrono potenzialmente un vantaggio agli Stati Uniti a danno della Cina. Già, perché mentre Biden ha messo sul tavolo del Pontefice, direttamente o indirettamente, un bel po’ di questioni rilevanti (da Taiwan alla libertà religiosa in Cina), Xi non ha avuto modo di portare acqua al proprio mulino, impossibilitato a sfruttare il G20 per oliare con il Vaticano l’intesa relativa alla nomina dei vescovi cinesi. Un’intesa che tre anni fa aveva fatto andare su tutte le furie Donald Trump e, in generale, la destra religiosa americana (e non solo).

Moon ha invece toccato un altro nervo scoperto della geopolitica: la Corea del Nord. Sappiamo che la Cina è sempre stata la grande protettrice di Pyongyang contro le istanze di Washington e Seul.

Ma che cosa succederebbe se papa Francesco dovesse effettuare un viaggio oltre il 38esimo parallelo, favorendo un riavvicinamento tra le due Coree?

Pechino rischierebbe di perdere, o quanto meno vedersi allontanare, un prezioso cuscinetto nella lotta a distanza contro gli Stati Uniti.

La questione (nord)coreana

Moon è stato chiarissimo. Il presidente ha chiesto al Papa di visitare la Corea del Nord per favorire la pace nell’intera penisola coreana. Il Pontefice, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Yonhap, citando un funzionario, avrebbe reagito positivamente all’offerta del suo ospite, dicendosi pronto all’eventualità nel caso in cui arrivasse un invito da Pyongyang. “Se il pontefice visitasse la Corea del Nord qualora si presentasse l’opportunità, sarebbe uno slancio per la pace nella penisola coreana”, avrebbe quindi affermato Moon nel colloqui con Francesco, come riferito dal portavoce del presidente sudcoreano, Park Kyung Mee (ricordiamo che Moon aveva formulato al Papa un invito verbale del leader nordcoreano Kim Jong Un nel 2018, e il Santo Padre aveva risposto che avrebbe presto in considerazione l’eventualità a fronte di un invito formale di Pyongyang).

“Sono pronto ad andare là per la pace e aiutare tutti voi se (la Corea del Nord) manda una lettera di invito“, sarebbe stata la risposta di Francesco. In caso di fumata bianca, si tratterebbe di un evento storico; nessun Pontefice, infatti, è finora mai stato in viaggio in Corea del Nord, che non ha legami diplomatici con il Vaticano. La visita del Papa al Nord potrebbe contribuire ad avvicinare le due Coree, se non dal punto di vista istituzionale almeno da quello dell’immagine. A quel punto, la Cina potrebbe perdere parte della sua influenza su un attore che ha sempre utilizzato al meglio anche e soprattutto in chiave anti americana.

Il nodo Taiwan

Oltre a disattivare la bomba della penisola coreana, il Vaticano potrebbe plasmare l’Indo-Pacifico anche per quanto riguarda alcuni focus legati alla Cina. A quanto pare Biden avrebbe parlato con Francesco di libertà religiosa, libertà dei cristiani oltre la Muraglia, di uiguri e dei diritti delle minoranze cinesi. Tutti aspetti, questi, che Pechino non intende lasciare alla mercé di Paesi stranieri. Nei giorni scorsi il Corriere della Sera ha pure sottolineato la questione dei rapporti sino-vaticani e con Taiwan.

Taipei è riconosciuta dalla Santa Sede e da altre 15 nazioni, tutte con un peso geopolitico pressoché irrilevante

La Cina, ha spiegato una fonte anonima della diplomazia vaticana, vorrebbe che il Vaticano rompesse le relazioni diplomatiche con Taiwan “promettendo in cambio di inaugurare quelle con noi. Ma abbiamo sempre risposto che prima Pechino deve permetterci di aprire una nunziatura apostolica nella capitale”. Biden avrà sicuramente fatto un tentativo per bruciare sul tempo i cinesi, così da spingere la Santa Sede, al contrario, ad avvicinarsi ulteriormente alla “provincia ribelle” (come la definisco dalle parti di Pechino). Insomma, dalla Corea del Nord a Taiwan, la palla potrebbe presto finire nei piedi di papa Francesco. Che, a quel punto, avrebbe la possibilità di plasmare un nuovo Indo-Pacifico. Basterà farlo auspicando la sola distensione tra i popoli?

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