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Il presidente cinese Xi Jinping non ha fatto in tempo neppure a definirla “la linea rossa da non oltrepassare nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina” nella conversazione telefonica avuta con Joe Biden, che Taiwan è stata scossa da un terremoto di magnitudo 7,3. Il più forte degli ultimi 25 anni.

Il bilancio provvisorio parla di 934 feriti, 9 vittime e 56 dispersi. L’epicentro del terremoto è stato localizzato nelle acque a circa 25 chilometri a sud della contea orientale di Hualien e a 138 chilometri dalla capitale Taipei. I filmati trasmessi dai media locali hanno mostrato molti edifici tremare violentemente per un minuto prima di schiantarsi al suolo, mentre i residenti correvano urlando.

I media statali cinesi hanno scritto che il terremoto è stato avvertito nella provincia sud-orientale del Fujian, mentre un testimone ha raccontato a Reuters che il sisma è stato avvertito anche a Shanghai. A Taipei sono state avvertite più di 50 scosse di assestamento e altre potrebbero verificarsi nel corso delle prossime ore.

L’azienda elettrica Taipower ha fatto sapere che l’elettricità è stata ripristinata nella maggior parte dell’isola, e che le due centrali nucleari dell’isola non sono state colpite. Il colosso mondiale dei semiconduttori Taiwan Semiconductor Manufacturing (TSMC) ha affermato di aver evacuato alcuni impianti di fabbricazione ma che i sistemi di sicurezza hanno continuato a funzionare normalmente.

Il terremoto e la sovranità di Taiwan

Alla luce dei fatti, insomma, il terremoto avrebbe potuto avere effetti ben peggiori. In ogni caso, nonostante le autorità taiwanesi siano riuscite a limitare i danni grazie ad una elevata preparazione pregressa, Taipei dovrà adesso affrontare le conseguenze materiali e umane di un disastro di rara entità.

Non è un caso, dunque, che i riflettori si siano subito spostati sul fronte degli aiuti esterni. Arriveranno offerte? Se sì, da parte di chi? Non sono domande casuali, visto che Taiwan si trova in una condizione molto particolare.

L’isola si considera (e, almeno de facto, lo è) una nazione indipendente dalla Cina continentale, ovvero un’entità separata dalla Repubblica Popolare Cinese. Allo stesso tempo, tuttavia, Pechino ritiene Taiwan – che è riconosciuta come nazione sovrana da appena 13 Paesi al mondo, per lo più di bassa caratura geopolitica, ad esclusione di Paraguay e Stato del Vaticano – una propria provincia.

L’offerta di aiuto della Cina (respinta)

Zhu Fenglian, portavoce dell’Ufficio cinese per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato, ha subito espresso la preoccupazione di Pechino per quanto accaduto, inviando un messaggio di cordoglio ai “connazionali di Taiwan colpiti dal disastro”, e dichiarando che la Repubblica Popolare Cinese è disposta “a fornire assistenza in caso di catastrofe”.

Secca la replica del governo taiwanese, che per mezzo del Consiglio per gli affari continentali di Taiwan, ha replicato che non c’era bisogno dell’aiuto della Cina continentale. “Abbiamo notato che l’Ufficio per gli Affari di Taiwan della Cina continentale ha espresso preoccupazione per il terremoto avvenuto questa mattina nelle acque al largo di Hualien. Apprezziamo molto la sua preoccupazione, ma non c’è bisogno che la parte continentale ci assista nei soccorsi in caso di catastrofe”, si legge nella nota.

Resta da capire cosa potrebbe accadere nel caso in cui Taiwan dovesse ricevere, e accettare, aiuti provenienti da altri Paesi, Stati Uniti e Giappone in primis. Considerando, come detto, che la Cina ritiene l’isola una propria provincia, Pechino potrebbe paragonare l’eventuale sostegno esterno ad un’ingerenza nei propri affari interni. A quel punto ci sarebbe il rischio di un’escalation nel bel mezzo di un disastro naturale. La presidente uscente Tsai Ing Wen ha intanto istituito un ufficio per il coordinamento della risposta emergenziale, mentre le forze armate sono state inviate nelle aree maggiormente colpite.

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