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È passato circa un anno da quando  Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto hanno interrotto i rapporti diplomatici con il Qatar, chiudendo tutte le frontiere aeree e terrestri verso la nazione accusata di fomentare il terrorismo nei paesi confinanti e nello Yemen  ed istituendo un embargo economico e commerciale contro Doha. Secondo quanto riportato da Al-Jazeera, i Paesi che hanno imposto l’embargo al Qatar, hanno deciso di includere altri enti e individui “nel contesto del loro impegno fermo e deciso nella lotta al terrorismo, di prosciugamento delle sue fonti di finanziamento e di persecuzione di coloro che sono coinvolti”. L’obiettivo era mettere in ginocchio Doha, arrivando a un Regime change. Tuttavia, a un anno di distanza dall’embargo, secondo Foreign Affairs,  il Qatar ha vinto la sua battaglia ed evitato il peggio. 

A un anno dall’embargo

Come spiega Foreign Affairs, prima dell’embargo, fino a quattro quinti delle importazioni di prodotti alimentari entravano nel sultanato  attraverso il confine terrestre con l’Arabia Saudita o indirettamente attraverso le rotte marittime che attraversavano i porti degli Emirati come Jebel Ali. Ma nel giugno 2017, i sauditi e gli Emirati hanno chiuso i loro porti verso le coste del Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno vietato l’ingresso alle navi del Qatar. Queste restrizioni riguardavano anche le petroliere.

È importante sottolineare, tuttavia, che l’Egitto non ha bloccato il Qatar nel Canale di Suez e soprattutto non ha costretto 300mila egiziani che vivono in Qatar a lasciare il Paese, come hanno fatto Bahrain, emirati e i sauditi. Se Il Cairo avesse seguito gli alleati, avrebbero causato enormi complicazioni alla capacità di Doha di esportare il gas naturale liquefatto (Lng) nei principali mercati europei e danneggiato il funzionamento della burocrazia del Qatar, che impiega molti egiziani.

Nuove relazioni e investimenti

A questo punto, il Qatar ha dovuto per forza di cose tessere nuovi rapporti. “Il Paese – spiega Foreign Affairs – aveva già iniziato il processo di diversificazione delle partnership regionali e internazionali dopo la prima crisi del Golfo nel 2014”. Gli emiri “hanno incrementato gli investimenti in Asia, Europa, Nord America e Russia. Il Qatar ha acquisito società di punta in Francia, Germania e Regno Unito come il Parigi Saint-Germain, la Deutsche Bank e il distretto finanziario di Canary Wharf a Londra; è diventato un investitore fondamentale nella Agricultural Bank of China; investito in progetti turistici, energetici e infrastrutturali nel sud-est asiatico; e lanciato iniziative congiunte nel settore alimentare, della sicurezza, degli affari e degli investimenti in India”.

Doha ha saputo adattarsi rapidamente all’embargo. Per esempio, il commercio tra il Qatar e l’Oman è cresciuto del 144% nel 2017, poiché tutte le rotte commerciali sono state dirottate attraverso i porti dell’Oman. Anche il commercio con Iran, Cina, Pakistan e Turchia è aumentato significativamente in seguito all’embargo.

Il Qatar guarda a est

Se i danni e le ripercussioni economiche ai danni di Doha non sono mancate – la compagnia di bandiera non solo ha perso l’11% delle proprie rotte (325 voli in meno a settimana da e verso i Paesi ‘accusatori’) e il 20% delle entrate – è anche vero che l’embargo ha rappresentato sotto altri aspetti un’opportunità per la piccola monarchia del Golfo. Come spiega Avvenire, “finora l’embargo ha sortito un solo effetto inequivocabile: il Qatar guarda più che mai verso Est. E così, dopo decenni di dipendenza da Emirati e Arabia Saudita per l’80% del proprio fabbisogno alimentare, ora lo scenario è cambiato: approfittando di agevolazioni fiscali e supporto governativo agli investimenti stranieri, i grandi produttori indiani, iraniani e turchi si preparano a delocalizzare nel sultanato e a sfruttare le nuove rotte marittime commerciali dal Qatar verso India e Oman”.

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