Così il Qatar ha cercato (a suon di dollari) di cambiare la propria immagine in Israele

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Politica /

Per anni il Qatar ha mantenuto un rapporto peculiare con Gaza, ospitando i vertici di Hamas ed erogando fino a 30 milioni di dollari al mese nell’enclave palestinese. Una sequenza di trasferimenti finanziari approvati dal governo Netanyahu nel tentativo di mantenere diviso il fronte palestinese, ma che in alcuni casi, secondo un’inchiesta dell’Associated Press dell’aprile 2025, sarebbero stati utilizzati dall’ala militare del gruppo. Una ricostruzione smentita dal Qatar, secondo cui gli aiuti erano destinati unicamente alla popolazione.

Da qui nasce l’esigenza politica dell’amministrazione qatariota di riabilitare la propria immagine, compromessa a causa dei rapporti economici di natura ambigua mantenuti con quello che potrebbe essere definito il principale nemico di Israele a partire dal 7 ottobre. In seguito all’attacco avvenuto nel 2023, infatti, il Qatar ha adottato una strategia di comunicazione attraverso la quale avrebbe voluto modificare la percezione che Tel Aviv ha di Doha, presentando la monarchia del Golfo come un mediatore responsabile ed affidabile per gli interessi israeliani. 

Gli uomini della rete qatariota

La campagna di influenza del Qatar si è sviluppata tramite l’impiego di forze lobbiste, consulenti strategici e il coinvolgimento della cerchia ristretta del primo ministro israeliano. Alcuni dei nomi più importanti sono riportati nell’inchiesta del New Yorker in un report dettagliato che approfondisce il profilo di ogni attore, e ne svelerebbe il segreto professionale smascherando finanziamenti e intenzioni. Principale soggetto dell’inchiesta è Yisrael Einhorn, uomo chiave della comunicazione politica israeliana che nel corso della sua carriera di consulente ha gestito ben cinque campagne elettorali del partito Likud. È fondatore della società di consulenza Perception, legata al Qatar dal 2022 con un contratto da 45.000 dollari al mese stipulato in vista dei Mondiali di calcio. Un rapporto proseguito anche oltre il torneo e sfociato, nel dicembre 2023, nell’assunzione dell’incarico di riposizionare strategicamente l’immagine dell’emirato.

Il Qatar ha tuttavia respinto integralmente tutte le accuse mosse dal New Yorker in un documento pubblicato il 21settembre dall’International Media Office, considerando le informazioni ricavate dall’inchiesta “false e fabbricate” e definendo l’elaborato statunitense alla stregua di una campagna di disinformazione volta a compromettere il ruolo del Paese come mediatore.

Tra gli altri nomi emersi nell’inchiesta viene identificato Jay Footlik, personaggio rilevante in quanto lobbista ed ex consigliere per il Medio Oriente di John Kerry, a capo della società Third Circle che secondo le fonti avrebbe ricevuto una retribuzione pari a circa mezzo milione di dollari all’anno dal Qatar. Sempre secondo l’inchiesta, nel 2023 Footlik ed Einhorn si sarebbero incontrati a Londra per discutere dei particolari sull’impostazione della campagna di riabilitazione del Qatar.

Emergono poi i profili di Jonatan Urich, considerato uno dei consiglieri più fidati di Netanyahu e che avrebbe ricevuto il 40% dei proventi di Perception provenienti dal Qatar, ed Eli Feldstein, colui che ha più volte presentato il Qatar come unico mediatore affidabile in una strategia comunicativa dal duplice obiettivo: sollevare la reputazione del Qatar e, allo stesso tempo, mettere in discussione l’affidabilità dell’Egitto come interlocutore dei negoziati.

Le direttrici della strategia

Per trasformare la percezione pubblica e politica in Israele, la campagna di influenza si è sviluppata attorno ad alcuni messaggi principali volti a giustificare, attraverso il circuito mediatico e politico israeliano, le azioni intraprese dal Paese del Golfo. Il primo punto su cui la strategia comunicativa si sofferma è la riformulazione del legame con Hamas, ricordando come fosse stato lo stesso governo israeliano ad approvare per anni il flusso di fondi qatarioti verso Gaza, alludendo inoltre ad una specifica richiesta di Israele di ospitare la leadership del movimento militare islamico in Qatar affinché venisse garantito un canale di contatto diretto tra le amministrazioni. 

Eli Feldstein ha poi avuto un ruolo fondamentale nel veicolare ai media israeliani il messaggio di un Qatar affidabile, dipingendo lo Stato come unico canale attraverso il quale Israele avrebbe potuto sperare in un esito positivo nella fase negoziale, ponendo il Paese al centro di ogni trattativa per la liberazione degli ostaggi e giungendo al successivo punto della strategia: dichiarare tramite i media israeliani, come Haaretz e Channel 12, l’inaffidabilità dell’Egitto nel ruolo di negoziatore della regione.

Quando la campagna arriva sui media

Il caso più emblematico di infiltrazione nell’ambiente mediatico vede come protagonista Alon Pinkas, ex diplomatico e firma del quotidiano israeliano Haaretz, il quale avrebbe ricevuto centinaia di migliaia di dollari da persone legate al lobbista del Qatar Jay Footlik tra gennaio 2024 e marzo 2025. Periodo in cui Pinkas ha pubblicato fino a sette articoli favorevoli al ruolo diplomatico del Qatar, suscitando in questo modo non pochi dubbi circa la sua integrità editoriale. Ma l’editorialista del giornale israeliano non sembra essere l’unico autore ad aver ricevuto sostanziosi riconoscimenti monetari da fonti qatariote o collegate: anche David Saig avrebbe scritto un articolo anonimo in cui presentava positivamente il Qatar, mentre Chaim Levinson sarebbe stato licenziato dalla testata perché beneficiario di 200.000 shekel provenienti da Yisrael Einhorn.

Il Qatargate ha dunque finito per coinvolgere anche gli apparati istituzionali israeliani quando lo Shin Bet, il servizio segreto che opera dentro il perimetro di Israele, ha avviato un’indagine penale sui consiglieri del Primo Ministro, sfociata in uno scontro aperto tra il premier ed il capo dei servizi interni Ronen Bar. Eppure svelare le reali dinamiche tra i due Paesi sembra sempre più impossibile. Da una parte escono nuove inchieste con dati che, se incrociati con altre fonti, sembrano confermare un certo grado di ingerenza tra Qatar e Israele, mentre dall’altro le smentite dei governi risuonano nelle dichiarazioni ufficiali e nei documenti divulgati sulle piattaforme online.

Così, mentre l’opposizione israeliana cavalca l’onda di sfiducia che danneggia l’entourage del governo, il Qatar si conferma mediatore centrale nel conflitto israelo-palestinese.

Fonti

https://apnews.com/article/netanyahu-qatar-gaza-hamas-israel-scandal-da79eb436a150d82d03e352085b02bfc

https://imo.gov.qa/media-centre/press-releases/statement-by-the-international-media-office-of-the-state-of-qatar-in-response-to-false-allegations-published-by-the-new-yorker

https://www.jpost.com/arab-israeli-conflict/netanyahu-money-to-hamas-part-of-strategy-to-keep-palestinians-divided-583082

https://www.jpost.com/middle-east/article-909138 

https://www.newyorker.com/magazine/2026/09/28/israels-qatargate-scandal/

https://www.timesofisrael.com/ex-haaretz-columnist-received-payments-from-qatar-lobbyist-while-working-for-paper/