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Quando uno Stato fallisce, i confini tra legalità e illegalità appaiono ancora più sottili. É così che sorgono i cosiddetti “narcostati“, nazioni cioè sorrette dal commercio illegale di sostanze stupefacenti. L’Afghanistan con le sue esportazioni di oppio è storicamente l’esempio più noto. Ma lì dove c’è un Paese in difficoltà, impossibilitato per motivi economici o politici ad esportare le proprie merci, ecco che si ricorre all’arma del contrabbando di droga. Del resto, purtroppo, in questo tipo di mercato la domanda non conosce mai crisi. Il Libano, a detta di molti analisti mediorientali, sta rischiando seriamente di diventare un nuovo narcostato nel cuore del Mediterraneo.

Lo spauracchio del captagon

Il Libano sta attraversando la crisi più nera dalla fine della guerra civile. A Beirut l’erogazione di energia elettrica dura al massimo due ore al giorno. La stragrande maggioranza delle famiglie libanesi ha la luce in casa grazie ai generatori, i cui prezzi adesso sono lievitati anche perché sta diventando molto difficile capitarli. Il Paese non ha molte materie prime, deve importare gran parte dei beni di prima necessità e da quando il 4 agosto 2020, a causa dell’esplosione del porto di Beirut, tutto questo è diventato ancora più complicato per motivi logistici, manca ogni cosa. Basti pensare che la deflagrazione dell’estate scorsa ha distrutto anche i principali silos dove veniva stoccato il grano importato. Di carburante ce n’è pure poco. La quantità disponibile ad ottobre ad esempio non è bastata per garantire l’alimentazione delle due centrali elettriche più grandi, con il risultato che l’intero Libano è rimasto per giorni nel buio più totale. Ovviamente una situazione del genere ha profonde ripercussioni sull’economia. Tutto è bloccato. Comprese le esportazioni. Manca valuta estera con cui pagare le importazioni di materie prime, anche perché le riserve statali sono ridotte all’osso.

Da settembre è in carica un nuovo governo guidato da Najib Miqati. A lui la comunità internazionale ha chiesto riforme per evitare il definitivo collasso del Paese. Ma anche in caso di prestiti accordati a Beirut, nell’immediato è impossibile vedere anche un minimo recupero. Per questo il serio rischio è che il Libano chiuda gli occhi sull’esportazione di sostanze stupefacenti. Di fatto l’unica occasione al momento rimasta per vedere circolare un po’ di liquidità. La preoccupazione ha assunto nelle ultime settimane un nome ben specifico: captagon. Si tratta della droga usata soprattutto, almeno per quanto riguarda il medio oriente, dai miliziani jihadisti. Grazie alle sue proprietà fa venire meno ogni inibizione e chi la assume può rimanere sveglio per giorni. Il giro d’affari che ruota attorno al captagon potrebbe raggiungere annualmente svariati miliardi di Dollari. In Arabia Saudita nelle ultime settimane sono state rintracciate diverse navi partite dal Libano con a bordo intere confezioni di captagon. Potrebbe essere il segnale di come, complici le difficoltà economiche del Paese dei cedri, da qui l’esportazione di questa particolare droga è sempre più in aumento.

Le conseguenze politiche per il Libano

Il captagon è stato varie volte individuato in Siria. Durante la guerra civile sono stati soprattutto i miliziani islamisti ad usarlo. Famoso un video girato dai soldati siriani in cui, poco dopo essere entrati in un quartiere di Aleppo nel 2016, un combattente di una sigla jihadista appena arrestato appare poco lucido e visibilmente influenzato dall’assunzione di sostanze stupefacenti. I capi dei gruppi islamisti hanno spesso distribuito il captagon per togliere ogni freno ai miliziani quando occorreva attuare razzie. L’instabilità siriana ha contribuito a far transitare tonnellate di droga verso il Libano. E da qui adesso navi cariche di sostanze illecite salpano verso il medio oriente. L’Arabia Saudita nei giorni scorsi ha sospeso i rapporti diplomatici con Beirut e ha vietato ogni importazione dal Paese dei cedri. Come scritto da Raineri su ilFoglio, è palese il riferimento di Riad al sospetto del coinvolgimento del Libano nell’esportazione di captagon.

Per la verità la mossa di Riad ha anche profonde basi politiche. I sauditi hanno sempre maggior timore dell’influenza della milizia sciita filo iraniana di Hezbollah all’interno del governo di Beirut. Da qui i tentativi di attuare un vero e proprio embargo potenzialmente letale per la già fragile economia libanese. Tuttavia la questione relativa al captagon sta assumendo dimensioni sempre più importanti. Il vero timore è che se il Libano non dovesse riuscire a riprendersi, potrebbe assumere l’aspetto di un vero e proprio Stato fallito. E diventare così un vero e proprio narcostato finanziato unicamente dal commercio di sostanze illecite. Uno scenario molto grave nel già fragile quadro mediorientale.