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Due terremoti devastanti, uragani e cicloni a cadenza regolare, un Capo di Stato ucciso nel pieno delle sue funzioni da un commando ed una crisi politica di lunga durata. Le condizioni di Haiti, la nazione più povera delle Americhe, sono molto gravi. La nazione caraibica non si è mai ripresa dal devastante sisma del 2010, che ha provocato la morte di 250mila persone e danni infrastrutturali irreparabili. Gli aiuti allora forniti dalla comunità internazionale, come i 13 miliardi di dollari erogati dagli Stati Uniti, vennero in buona parte sprecati. L’epidemia di colera che, tra il 2010 ed il 2019 ha imperversato sull’isola uccidendo 10mila persone, si è rivelata un duro colpo così come la recente uccisione del presidente Jovenel Moise ed il nuovo terremoto che ha provocato la morte di migliaia di persone. Il rischio è che Haiti, piegata dai traffici di droga e dalla criminalità, diventi uno Stato fallito in grado di minacciare la stabilità del continente americano.

Stati Uniti: i dubbi di Joe Biden

Il presidente ad interim di Haiti Claude Joseph ha chiesto agli Stati Uniti di inviare soldati nel Paese per tenere sotto controllo i disordini e le violenze che hanno luogo nelle strade. L’Amministrazione Biden, però, ha declinato l’invito evidenziando la sua scarsa propensione nell’intervenire militarmente negli affari interni di nazioni straniere. Gli Stati Uniti sono già intervenuti ad Haiti invadendola più di un secolo fa. Il pretesto era quello di ottenere la riscossione di prestiti erogati a Port-au-Prince, che non era più in grado di ripagare l’indennità estorta dalla Francia e risalente al 1825. L’invasione, durata oltre due decenni e trasformatasi in colonialismo e sfruttamento, ha lasciato un marchio sul caos e sulla povertà che affliggono metà della vecchia Hispaniola. Le forze militari americane sono tornate in seguito al colpo di Stato che nel 1991 rovesciò il presidente eletto Jean-Bertrand Aristide. L’operazione Uphold Democracy si concluse con il ritorno di Aristide e con la partenza dei soldati americani. Sembra molto improbabile che Joe Biden possa decidere di intervenire inviando anche solo un limitato contingente militare nel mezzo di una situazione così problematica ed in particolare modo dopo il ritiro delle truppe dal ventennale impegno in Afghanistan.

La mano di Cina e Russia

Ci sono però due grossi attori globali pronti ad approfittare del caos e a intervenire proprio nel cortile di casa degli Americani. La Cina, ad esempio, sta provando a sfruttare l’arma dei vaccini contro il coronavirus per persuadere Haiti ad interrompere le proprie relazioni diplomatiche con Taiwan. Pechino ha inviato ingenti quantità di sieri a quei Paesi, come la Repubblica Dominicana, che hanno tagliato i legami con l’isola ribelle, ma non lo ha fatto con Haiti. Il governo cinese ha offerto, in passato anche dei prestiti senza interesse. I finanziamenti cinesi avrebbero potuto costituire una fonte di introiti pregiata e l’eventuale decisione di riconoscere la Repubblica Popolare potrebbe essere seguita, secondo gli analisti, da contratti di prestito e investimenti pianificati da aziende cinesi. La Russia ha adottato un approccio simile a quello cinese per quanto concerne la diplomazia vaccinale e l’uso della pandemia per affermare il proprio potere a livello globale. Nel caso di Haiti, però, si intende andare oltre come affermato, alcuni mesi fa, da Maria Vladimirovna Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri della Federazione Russa. La Zakharova ha infatti reso noto che la Russia può aiutare Haiti a ripristinare la stabilità politica, proteggere il Paese e formare le forze dell’ordine. Anche se al momento non sembrano esserci piani dettagliati.

Ci prova anche il Venezuela

A muoversi per Haiti sono però anche i vicini. Il governo del Venezuela ha aperto un ponte umanitario con l’isola in seguito al terremoto dell’agosto 2021. L’aereo Simón Bolívar ha trasferito 30 tonnellate di acqua potabile, alimenti e medicine come risposta immediata post-disastro ed in linea con le direttrici impresse dal presidente Nicolas Maduro. Il ministro dell’Interno Carmen Meléndez ha chiarito come ci sia la possibilità di inviare altri voli ed eventualmente gruppi di medici specializzati. Il presidente Jovenel Moïse si era schierato in più occasioni contro il Venezuela, con cui aveva tagliato i rapporti commerciali, guadagnandosi la stima di Donald Trump. Non è detto, però, che Caracas non riesca ad insidiarsi nel vuoto di potere e nel persuadere uno dei candidati alle prossime elezioni presidenziali a schierarsi in suo favore.