Sinn Fein, il partito nazionalista irlandese, ha tagliato per il primo il traguardo anche grazie ai consensi delle giovani generazioni, che non sembrano affatto temere l’exploit d’istanze contrarie al progressismo. La narrativa sulla “generazione Erasmus”, nel Regno Unito, non tiene più. E forse non ha mai avuto troppe ragioni per sussistere.

Sui fenomeni elettorali che hanno prodotto la Brexit è stato detto di tutto. Enrico Letta, all’epoca dell’analisi sulle stratigrafie elettorali del referendum, ha colto un punto essenziale: “Tra gli elettori nella fascia 18-24 ha votato solo il 36%, tra quelli sopra i 65 ha votato l’83!”, ha scritto su Twitter l’ex premier. Letta non ha avuto torto. Tocqueville avrebbe parlato di “indifferenza“. La stampa mainstream, però, ha continuato a raccontare un’altra storia. Quella che narra di un coro di voci scandalizzate. Uno schiamazzo collettivo e giovanile, che si è levato contro gli ostacoli posti dai “vecchi”. Un tentativo disperato di salvare il “mondo aperto” dalle chiusure di chi vuole difendere le rendite di posizione. Poi però Boris Johnson ha chiesto le elezioni anticipate. E il Partito conservatore ha stravinto. Il corpo elettorale giovanile avrebbe preferito Jeremy Corbyn? Vero anche questo. Così come è vero tuttavia che, dopo il raggiungimento dei 25 anni, le velleità di chi si reca alle urne iniziano a cambiare. Per approfondire, si può dare uno sguardo a questa disamina di You Trend. L’età, del resto, pone le persone dinanzi problemi nuovi. Questioni materiali, che sino all’ingresso nel mondo del lavoro possono essere dribblate senza troppe difficoltà, ma che poi divengono centrali nelle vite delle persone. 

Cosa si nasconde allora dietro questo rinnovato interesse per il nazionalismo di ritorno? E perché anche i giovani irlandesi – come raccontato da Il Messaggero – sembrano condividere la bontà di un tuffo nel passato? Una delle motivazioni è di carattere economicistico: sigillare i confini – il noto “chiudere i porti” – significa sbarrare le porte alla competizione esasperata. Il welfare, in Europa, vive una fase complicata. E limitare il numero dei partecipanti al gioco dei processi lavorativi può fungere da garanzia per il “popolo originario” – come lo chiamano i sovranisti – di una nazione. I ragazzi non fanno eccezione. Poi c’è un dato culturale: il multiculturalismo, con la “società liquida” e tutti gli altri elementi di fondo, è divenuto almeno un oggetto di analisi. Il fatto che la società muliticulturale porti con sé solo benefici non è più dato per scontato. L’accettazione passiva di un modello globale di mondo non è più condivisa da tutti gli attori politici. E coloro che avrebbero dovuto contrarre vantaggi da quel modello non sempre giovano degli effetti sperati e dati per assodati.

È inutile stupirsi, dunque, per il boom dei nazionalisti di Sinn Fein tra le nuove generazioni. Gli unionisti irlandesi provengono da un percorso lungo, ma possono essere inseriti nel novero delle forze politiche che stanno contraddicendo quella che Francis Fukuyama, prima di rettificare, aveva chiamato la “fine della storia”. Dai giovani leghisti italiani al lepenismo che sfonda nelle banlieue, tra le preferenze tra i figli dei primi migranti: il fenomeno sta attecchendo a prescindere dallo Stato chiamato alle urne. Cristopher Lasch, raccontando dello scollamento tra la cosiddetta élite e il bacino popolare, lo ha detto forse meglio di tutti: “La fuga dalla politica-, come viene definita dalla élite dirigenziale e politica, può essere un segno che rivela la crescente riluttanza delle persone a partecipare al sistema politico nelle vesti di consumatori di spettacoli prefabbricati. Può non denotare affatto, in altre parole, un ritiro dalla politica, ma annunciare le fasi iniziali di una rivolta politica generale”. Una “rivolta” che si declina nei consensi attribuiti ai vari Donald Trump, Boris Johnson, Mary Lou McDonald e così via.

In definitiva: affinché l’Europa per come la conosciamo oggi venga stravolta, è necessario che quella che Alain de Benoist ha chiamato “rivolta del ceto medio” e le perplessità giovanili si alleino. Ma non è affatto detto che quest’alleanza sia destinata a comparire sullo scenario politico continentale. Per ora c’è solo qualche bagliore.