SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Joe Biden ha innestato il turbo appena messo piede all’interno della Casa Bianca. Troppe le cose da fare, o meglio da cambiare, rispetto all’amministrazione di Donald Trump. Solo nei primi 10 giorni del suo mandato il neo presidente ha firmato 25 ordini esecutivi, contro i 6 di Donald Trump quattro anni fa.

Gli sforzi della nuova amministrazione sono ora concentrati sul poderoso programma di stimoli per fronteggiare la pandemia. Biden spinge per un pacchetto da 1,9 trilioni di dollari ma trovare l’intesa coi repubblicani pare molto difficile. Una delle opzioni sul tavolo è quella di usare un meccanismo che si chiama “Reconciliation” e che permette di far passare norme in materia fiscale senza che sia necessaria la soglia minima di 60 favorevoli aggirando anche il meccanismo del “filibuster”, l’ostruzionismo attraverso il quale è possibile bloccare per un tempo indefinito dei disegni di legge.

Dopo i ballottaggi in Georgia il Senato è equamente diviso a metà con 50 senatori a testa per democratici e repubblicani. Ma con la vice presidente Kamala Harris a fungere da ago della bilancia i dem potrebbero avere la meglio. Il problema è che non tutti i democratici sono pronti ad abbracciare senza riserve i piani di Biden e della maggioranza del partito.

Ci sono infatti alcuni senatori moderati che si preparano a far valere il loro peso. Per questo motivo la corrente più a sinistra del partito ha già annunciato di essere pronta a dare battaglia e questo può essere un grosso problema per i piani dell’amministrazione Biden.

L’attacco dei super proggressisti

Sul banco degli imputati ci sono in particolare due senatori, Joseph Manchin III della West Virginia, e Kyrsten Sinema dell’Arizona, mentre dalla parte dell’accusa c’è il No Excuses PAC, un nuovo comitato di raccolta fondi, creato da Saikat Chakrabarti, Corbin Trent and Zack Exley. Un trio famoso per aver lanciato in passato altre organizzazioni che hanno spinto alla vittoria Alexandria Ocasio-Cortez nel 2018 e altri deputati radicali nelle ultime tornate elettorali. Chakrabarti e Trent hanno anche lavorato per un breve periodo nell’entourage di Ocasio-Cortez, il primo come capo dello staff e il secondo come responsabile delle comunicazioni.

Oggi il No Excuses si sta concentrando soprattutto contro Manchin e Sinema, colpevoli di opporsi alla revisione della norma sull’ostruzionismo e sulla soglia di 60 senatori per approvare una legge. Nei giorni scorsi sul proprio sito, nato per l’occasione l’8 gennaio scorso, i tre hanno lanciato un appello a possibili candidati che sfidino i due senatori alle primarie nei rispettivi Stati.

L’area più radicale dei dem da tempo chiede che l’ostruzionismo venga messo da parte, ma soprattutto che le grandi riforme vadano avanti nonostante numeri risicati e senza un consenso bipartisan. Sentito da Politico Chakrabarti ha detto che l’unico vero modo di fare pressione sui senatori è “minacciare il loro potere, il seggio che detengono”.

Su questo fronte è interessante notare soprattutto l’operazione di marketing che il Pac sta mettendo in piedi. In una mail riservata agli scritti il No Excuses scrive: “Aiutaci a trovare la prossima Alexandria Ocasio-Cortez per sostituire Manchin e Sinema”, dove con aiuto si intende una donazione per acquistare spazi pubblicitari e lanciare spot contro i due senatori.

Il primo esperimento in questo senso è arrivato già a metà gennaio dove su un’emittente radiofonica della West Virginia è stato mandato in onda un violento spot contro il senatore Manchin. Trent ha anche annunciato che la campagna di reclutamento di volti nuovi per sfidare i due parlamentari inizierà nelle prossime settimane.

Più disastri che risultati per i Pac liberal

La nascita di questo nuovo Pac segna un cambio di passo per la corrente liberal all’interno del partito. No Excuses è infatti il primo strumento per contendere seggi al Senato dopo il lavoro del Justice Democrats alla Camera. Quest’ultimo ha infatti contribuito a far eleggere un pugno di politici molto a sinistra capaci di superare alle primarie diversi esponenti di lungo corso dell’establishment democratico.

L’azione del Justice Democrats, ma anche di altre formazioni a sinistra, ha aperto profonde ferite all’interno dei democratici. La vittoria di Joe Biden contro Donald Trump ha in parte offuscato il mezzo passo falso proprio alla Camera. Lì i dem hanno perso terreno vedendo la loro maggioranza ridursi a una decina di seggi di vantaggio.

All’indomani del voto nel partito è scattata subito la resa dei conti. La componente moderata dei democratici ha infatti puntato il dito contro i “socialisti” colpevoli di rovinose sconfitte: sette seggi tra Nuovo Messico, Iowa, Florida e Sud Carolina, sono andati ai repubblicani e in molti casi si trattava di distretti ribaltati nelle elezioni del 2018. Per per la corrente centrista queste sconfitte sarebbero state causate da un approccio poco realistico improntato su temi, come il “Green new deal” o il “Defund the police”, lontani da molti elettori moderati.

I possibili effetti sull’amministrazione Biden

Per questa ragione la nuova battaglia che la sinistra radicale intende portare avanti rischia di minare ancora di più un partito diviso. Ma soprattutto mettere a rischio il vasto piano di rilancio immaginato da Joe Biden. Come ha notato Politico lo sforzo di No Excuses potrebbe complicare la vita ai leader del partito che a causa di maggioranze risicate faticano a serrare le fila per approvare i provvedimenti della nuova amministrazione.

Una situazione complessa in cui il presidente ha dimostrato di avere fretta per approfittare della maggioranza al Congresso. Biden punta molto sui primi provvedimenti per evitare quanto successo a Barak Obama dopo i primi due anni di mandato. All’epoca il pacchetto di stimoli per fronteggiare la crisi economica arrivò ridimensionato e nell’opinione pubblica si diffuse la sensazione che l’amministrazione non avesse fatto abbastanza per la classe media.

Gli effetti dei provvedimenti furono buoni, ma la percezione non cambiò e alle mid term del 2010 i dem persero 63 seggi e la maggioranza alla Camera. Come abbiamo già avuto modo di spiegare qui su InsideOver, il voto del 2022 sarà insidioso per i democratici. Solitamente il partito del presidente fatica alle elezioni di metà mendato e il rischio di perdere la maggioranza rimane alto.

L’unità del partito democratico durante i mandati di presidenti dem è sempre stata un tema complesso. Come ha notato The Intercept, già dopo il primo anno di Barack Obama alla Casa Bianca i malumori della sinistra non erano mancati. Troppo molle la risposta alla crisi economica, troppo timidi i tentativi di riforma del sistema sanitario. In quell’occasione fece scalpore uno scontro tra gli esponenti progressisti e l’allora capo dello staff della Casa Bianca, Rahm Emanuel che in un incontro a porte chiuse tuonò contro di loro per aver ipotizzato di comprare spazi pubblicitari per fare campagna contro i provvedimenti.

Perché la scommessa è rischiosa

Oggi il clima è cambiato rispetto a dieci anni fa e l’establishment dem farà più fatica a tendere sotto controllo la sua ala radicale. La stessa decisione di sfidare Manchin e Sinema ne è la prova. Il comitato vuole infatti riprovare a fare una cosa che la sinistra tenta di fare da anni ma senza successo: provare a competere in Swing State o Stati conservatori. Una mossa rischiosa per se stessi e per il partito se pensiamo che tutti i tentativi di Justice Democrats di far cambiare colore a un seggio repubblicano sono falliti.

Joe Manchin è un senatore atipico nel campo democratico. Qualche anno fa si è auto definito un “democratico moderato e conservatore”, un titolo che può spiegare molto bene i suoi recenti successi elettorali. Nel 2018 è stato infatti confermato senatore in uno degli Stati più conservatori d’America. Tanto per avere un’idea Donald Trump si è imposto in West Virginia con il 68% dei voti sia nel 2018 che nel 2020. Pensare quindi di poterlo scalzare con candidati più radicali a sinistra è molto difficile.

Per l’Arizona di Kyrsten Sinema lo scenario è più complesso. Come per il collega del West Virginia, Sinema è considerata una centrista. È un membro della Blue Dog Coalition, un gruppo parlamentare dem che raccoglie deputati e senatori centristi e come Manchin è una sostenitrice del bipartisanship, ovvero la collaborazione tra partiti, motivo per cui è finita nel mirino dei radicali.

L’Arizona, rispetto al Mountain State, potrebbe dare qualche opportunità in più per candidati alla Ocasio-Cortez dato che recentemente si è mostrata sempre più come un purple state, uno stato viola in bilico tra repubblicani e democratici. Ma a guardare i numeri non sembra così semplice. A novembre ha votato per un presiede democratico per la prima volta dal 1996, ma Biden si è imposto con una differenza dello 0,3%. E la stessa Sinema ottenne l’elezione grazie all’appoggio di elettori indipendenti e repubblicani moderati.

È quindi difficile che il Grand Canyon State possa già virare bruscamente verso posizioni più “socialiste”. Laurie Roberts, editorialista del quotidiano Arizona Republic, il più importante quotidiano dello Stato, ha salutato l’iniziativa con una certa ironia, chiedendosi se la gente di No Excuses sia mai stata davvero in Arizona e se si renda conto dei valori conservatori che la guidano.

Anche il leader Schumer nel mirino

Intanto dal Pac fanno sapere di essere in grado di raccogliere milioni di dollari per sfidare i due senatori. Un’affermazione ambiziosa che nasconde anche un problema già emerso durante i ballottaggi in Georgia: l’afflusso di ingenti fondi da Stati diversi da quelli in cui si vota. Il rischio è quindi quello che i gruppi di pressione giochino un ruolo sempre più decisivo nelle campagne elettorali a discapito degli Stati in cui queste avvengono, pensiamo solo ai fondi delle big della Silicon Valley che si muovono ad ogni elezione.

Intanto la stampa americana ha già iniziato a studiare altri possibili campi di battaglia tra le anime del partito, soprattutto in vista del 2022. Sulla carta i terreni di scontro più appetibili sono Ohio e Pennsylvania. Ma nel mirino potrebbe persino finire il leader della maggioranza al senato Chuck Schumer che si giocherà la ricezione nel 2022.