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Donald Trump deve fare i conti con sfidanti. Non è ancora detto, però, che i tentativi di pestare i piedi al tycoon si declinino in una elezione primaria. Quando il presidente è uscente, il partito che lo esprime tende a confermare la sua candidatura senza troppo dibattere. C’è una magia che non va interrotta. E c’è un rapporto con la maggioranza dell’elettorato che bisogna cristallizzare. Perché in gioco c’è la riconferma. Ma The Donald è inviso all’emisfero liberal-conservatore degli “elefantini”. Quindi un po’ di bagarre ci sarà.

Mark Senford è l’ultimo ad essersi iscritto alle primarie. Altri due avevano già fatto sapere di voler far parte della contesa. Si tratta di Bill Weld e di Joe Walsh. Il fatto che questi nomi non dicano poi molto, al di là degli Stati Uniti, dove sono comunque conosciuti, rammenta come l’esito sia piuttosto banale da prevedere. Ci sarebbe John Kasich, che ha già fatto registrare delle buone performance durante le primarie del 2016, ma per ora non fa parte del fronte anti Trump. Non c’è tutta questa voglia di cercare una nemesi del tycoon. Altrimenti si sarebbero candidati Paul Rayn e Mitt Romney, che sono rimasti al coperto. Non è più il tempo di convention contestate, com’era stato paventato quattro anni fa. E la competizione interna potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto.

Per far sì che le primarie si svolgano davvero, infatti, è necessario passare dall’approvazione della federazione centrale del Partito repubblicano. La dirigenza nazionale può non riscontrare motivi per dare vita al confronto intestino. Quello del 2020 sembra proprio uno di questi casi. Perché l’incumbent, come lo chiamano gli americani, è un fattore utile a tutto l’emisfero repubblicano, che non ha intenzione di perdere la Casa Bianca. Si tratta di un termine in grado di definire chi, in economia, è salito sul gradino del podio più alto in uno specifico settore e non ha alcuna intenzione di scendere. Donald Trump, in questo momento, è il monopolista del conservatorismo a stelle e strisce. Difficile, come spiegato in questo articolo di Roberto Vivaldelli, che la situazione cambi da qui a qualche mese. Però tre sfidanti, come premesso, sono già stati annunciati.

Mark Senford è stato governatore della Carolina del Sud. Secondo quanto riportato da Rai News, le sue rimostranze sono soprattutto relative alla visione economica di Donald Trump. Bill Weld ha già fatto parlare di se: è un esponente del Partito Libertariano, una sorta di terza forza ascrivibile al centrodestra. Ogni tanto i libertari provano a spezzare l’esclusiva del bipolarismo. Anche Weld ha fatto un tentativo, ma da candidato vice. Mentre Walsh è un militante repubblicano di lungo corso, che adesso ha centrato la sua azione pure sulla comunicazione mediatica. Sono accomunati dal fatto di appartenere al fronte moderato. Ed è un po’ quello che sta accadendo a Boris Johnson con la rivolta dei parlamentari liberali e anti Brexit, ma in questo caso i dissapori sono destinati a rientrare in breve tempo.

Le possibilità che Trump esca sconfitto dalle elezioni primarie sono ridotte all’osso. L’eventualità che si tengano, pure. Quello che può accadere è quanto verificatosi anche nel 2016: la costituzione di una frangia contraria all’exploit di un candidato poco incline ad assecondare le istanze dei moderati. The Donald non ha vinto le elezioni al centro, ma polarizzando la campagna elettorale. Alcuni repubblicani sono spaventati dal fatto che molti elettori, quelli medio-borghesi, possano preferire un candidato come Joe Biden. Combattere Trump da dentro, tuttavia, significherebbe spalancare le porte della Casa Bianca al Partito Democratico. E poi c’è il precedente ingombrante: Trump ha già trionfato pur avendo buona parte degli “elefantini” contro. Scommettere sulla sua sconfitta, insomma, conviene a molti, ma non ai repubblicani, pur tenendo in considerazione tutte le differenze idealistiche del caso.

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