Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Der Spiegel, l’attivazione del meccanismo di risoluzione delle controversie nei confronti dell’Iran relativo all’accordo sul nucleare ha subito delle gravi ingerenze da parte degli Stati Uniti d’America. In particolare, secondo un’analisi del Washington Post, il governo americano avrebbe avanzato la possibilità di aumentare i dazi doganali qualora l’Unione europea non avesse sostenuto la posizione degli Stati Uniti. Nella fattispecie, il settore bersaglio dell’imposta sulle importazioni sarebbe stato quello dell’auto, con tariffe pari al 25% del prodotto e che avrebbe tagliato le gambe al comparto automobilistico del Regno Unito, della Francia e della Germania.

Le pressioni degli Usa sull’Europa

La motivazione addotta per dare avvio della procedura si riferisce al grave iterarsi delle violazioni dell’accordo sul nucleare iraniano da parte di Teheran. Tuttavia, i tempi e le modalità con le quali è stata decisa la procedura hanno fin da subito lasciato intendere come dietro alla decisione ci fosse il rischio di una ritorsione degli Stati Uniti: ipotesi che ha comunque trovato la conferma a pochissime ore di distanza, nonostante la smentita da parte dei portavoce del governo tedesco.

Addio alla mediazione europea

Nonostante i governi europei abbiano espresso la volontà di giungere ad un accordo diplomatico che possa convincere l’Iran a tornare sui propri passi, le possibilità che ciò avvenga sono assai remote e, in ogni caso, non dipenderanno dalla volontà di Bruxelles. Con la decisione di dare avvio al meccanismo di risoluzione delle controversie, l’Europa ha infatti mostrato la sua mancanza di autorità decisionale e organizzare un tavolo di trattative con Teheran ora diventa molto difficile, soprattutto perché, con ogni probabilità, qualsiasi passo futuro dovrà essere concordato con Washington. La possibilità di trovare un punto di contatto con gli Usa è dunque molto difficile.

In questo scenario, la quasi assente capacità contrattuale evidenzia ancora di più la crisi che sta attraversando il Vecchio continente. L’incapacità di operare in autonomia è una diretta conseguenza di un’economia fortemente basata sull’import/export e prevalentemente verso Paesi che sono in grado di sfruttare le circostanze a proprio favore. Oltre agli Stati Uniti, anche la Russia (dal quale l’Europa dipende per le forniture di gas naturale) ha le potenzialità di esercitare le proprie pressioni. La mancanza delle capacità di imporsi porta alla diretta conseguenza della perdita di peso a livello internazionale, che contribuisce a sua volta allo stagnamento economico, concludendo in questo modo la catena di effetti.

Teheran non si fida più dell’Europa

La decisione presa in modo congiunto da Berlino, Parigi e Londra rischia di compromettere la stabilità del Medio Oriente più che sedare la situazione, al contrario di quanto espresso dal comunicato congiunto. La motivazione, di per sé, è molto semplice: Teheran ha perso la fiducia nell’Europa, che fino a poche settimane fa continuava ad essere l’unico spiraglio di apertura con l’Occidente. Non è un caso infatti che, a seguito dell’avvio della procedura, Teheran abbia annunciato di portare avanti il proprio programma nucleare; nonostante la mossa comprometta ulteriormente il già traballante accordo iraniano. Secondo quanto riferito da Der Spiegel, il ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif avrebbe definito come un “errore strategico” la mossa di Berlino, che rischia di compromettere i rapporti futuri tra i Paesi.

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