“Conte fa il vicepremier dei suoi vicepremier, fa il sottosegretario del suo sottosegretario, Giorgetti. Fa il pesce in barile con furbizia e sobrietà. Non escludo che col tempo il maggiordomo diventi signore”, scriveva il 10 agosto scorso Marcello Veneziani sul Tempo. Intuendo la linea di tendenza che il presidente del Consiglio catapultato in poche settimane dall’anonimato al ruolo di capo del governo a trazione leghista e pentastellata avrebbe percorso prendendo consapevolezza del ruolo assunto a Palazzo Chigi.

Del resto, quando negli ultimi mesi di maggio iniziò a circolare il nome del docente universitario di diritto privato ed avvocato come “garante” del contratto di governo siglato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, Conte era letteralmente sconosciuto all’opinione pubblica, alla cui ribalta era salito solo, fugacemente, quando il Movimento cinque stelle lo aveva segnalato come potenziale membro di un governo  Di Maio.

Mediazione e narrazione: così Conte ha acquisito rilevanza

I primi mesi hanno visto l’agenda governativa dominata dai due vicepremier. Ma mano a mano che le dinamiche del governo Conte prendevano forma, anche il premier ha conquistato un suo spazio di manovra. Uno “spazio narrativo, non politico, quello di ritagliarsi un ruolo di persona capace di governare, uomo politico di buon senso, tra i due vicepremier che sono anche leader di partito”, ha dichiarato a Formiche Enzo Risso, direttore scientifico dell’Istituto di sondaggi Swg. Ma anche una conseguenza della conoscenza e dell’affinità venutasi a creare tra il discreto e felpato “avvocato del popolo” pugliese e l’establishment italiano e internazionale.

E così, Conte ha tramutato in amicizia personale con Donald Trump la simpatia tra il nuovo esecutivo e gli Stati Uniti, ha presieduto la conferenza di Palermo sulla Libia ed espresso gli obiettivi del Paese nel “Mediterraneo allargato“; è stato ricevuto da Vladimir Putin auspicando una nuova fase di cooperazione tra Italia e Russia; ha, soprattutto, rappresentato il volto del dialogo tra l’Italia e la Commissione europea nel momento in cui l’escalation retorica sulla manovra finanziaria raggiungeva l’acme.

Un osservatore attento come Antonio Socci ha individuato la svolta nel ruolo di Conte proprio nella “drammatica trattativa con la Commissione europea sul Def che ha condotto in prima persona e che al tempo stesso gli ha permesso di conseguire”, sotto il profilo personale, “un successo storico”, rovesciando una narrazione che lo vedeva completamente oggetto degli eventi,  “e di accreditarsi –  presso la nomenklatura della Ue– come l’unico vero interlocutore del governo italiano”.

Un democristiano a Palazzo Chigi

Un paragone, per Socci, risulterebbe calzante: quello tra Conte e il leader democristiano Arnaldo Forlani, passato alla storia per le sue capacità di mediazione nel sistema politico italiano della Prima Repubblica. Nel contesto attuale, l’ex docente universitario mette in scena il ruolo di mediazione tra partiti “populisti” ed establishment tradizionale, nella consapevolezza di rappresentare una figura organica più al secondo mondo che al primo. 

Se da un lato, infatti, l’indicazione pentastellata del nome di Conte come premier lo rende, elettoralmente, espressione di tale formazione, dall’altro il curriculum personale del Presidente del Consiglio parla chiaro. Lo ha notato lo stesso Socci facendo riferimento alla visita di Conte a Papa Francesco del 15 dicembre scorso, che ha assunto la connotazione di un’udienza privata. Conte si è recato da Bergoglio ” probabilmente esibendo non solo la sua fede cattolica, ma soprattutto la sua provenienza giovanile da quella “Villa Nazareth” che è stata il punto d’incontro della potente corrente cattoprogressista vaticana e anche di “cattolici democratici” come Prodi, Scalfaro, Scoppola, Leopoldo Elia e lo stesso Mattarella (da lì viene anche l’attuale Segretario di Stato vaticano, Parolin)”, non a caso depositario di una notevole fiducia nei confronti del Presidente del Consiglio.

La crescente autonomia di Conte

Rodatosi nella presenza ai vertici istituzionali (G7, G20, assemblea Onu, conferenza di Palermo) e nella trattativa con Bruxelles, riconosciuto da diversi centri di potere (Quirinale, Vaticano, ma anche grande industria partecipata pubblica, come testimoniato dalla “cabina di regia” convocata da Conte e Paolo Savona ad ottobre) come attore più credibile dell’esecutivo e incalzato dal suo stesso ruolo a acquisire una forma politica propria, Conte pare molto diverso dal premier designato entrato in punta di piedi a Palazzo Chigi l’1 giugno scorso.

E questa diversità la testimonia nella maggiore capacità di un’iniziativa autonoma, in diversi casi diretta in maniera opposta, o non completamente convergente, alle aspettative dei suoi vicepremier. Emblematico il recente caso Sea Watch. Del resto, Conte è entrato a Palazzo Chigi come uomo e come professionista, con una data forma mentis che nemmeno il ruolo di portavoce ed esecutore del contratto di governo può completamente riformattare.

Nel governo pentaleghista Conte oramai è centrale

E qua sta la grande ambiguità dell’esperienza di governo di Giuseppe Conte: essa si fonda sull’espansione di uno spazio narrativo e politico basato non su un apporto elettorale ma su una fitta trama di relazioni, rapporti e mediazioni che inevitabilmente fa capo all’uomo che presenzia nei consessi di maggiore importanza. Ovvero il Presidente del Consiglio.

Del resto, alla vigilia di Natale Conte aveva dimostrato, con le sue dichiarazioni, di aver ben presente il ruolo giocato nella tenuta di un contratto di governo la cui rottura “non sarebbe stata capita” dall’elettorato leghista e pentastellato. In questo contesto, Conte cerca spazi per legittimare ulteriormente il suo ruolo: e il suo apporto personale risulta in linea con le sue proprie convinzioni, che sono quelle di un cattolico centrista moderato ma, in un certo senso, non dispiacciono nemmeno all’ala ortodossa del Movimento che più cerca di trovare spazi di autonomia nel rapporto con la Lega.

E le prossime settimane testeranno ulteriormente quanto Conte sia in grado di rafforzare e interpretare il suo ruolo. Gennaio e febbraio, infatti, prospettano numerosi incontri di alto profilo. Dopo la visita in Africa, infatti, Conte è atteso dal viaggio al forum di Davos che lo vedrà accolto come membro componente dall’élite internazionale; infine, vero banco di prova, a febbraio è in programma una tappa a Strasburgo dove Conte terrà un discorso sull’Unione all’Europarlamento. Il “vicepremier dei vicepremier” si fa sempre più presidente del Consiglio. E non è detto che questo possa far piacere fino in fondo a chi, nel governo, punta a guidare dalle retrovie. Mettendo l’agenda mediatica davanti al ruolo istituzionale.

Articolo di Andrea Muratore