La riapertura alla possibilità di operare licenziamenti per gli attori economici e industriali, la sovrapposizione tra una serie di tavoli di crisi (ex Ilva Alitalia innanzitutto) e l’apertura della fase più calda per l’attuazione del Recovery Fund, la crescente presa di consapevolezza delle prospettive sul ruolo che l’industria può giocare nella ripresa del Paese e la necessità di un serio disegno politico in materia stanno riportando, mese dopo mese, il ministero dello Sviluppo Economico al cuore dell’attività operativa del governo sin dall’inizio dell’era Draghi.

Non è un caso che “regista” del Mise sia quel Giancarlo Giorgetti che rappresenta, assieme al forzista Renato Brunetta e al dem Lorenzo Guerini, il principale riferimento del premier tra i ministri politici dell’esecutivo e che di Draghi è fidato consigliere.

Dalla strutturazione della strategia nazionale per i vaccini completamente dimenticata dal governo Conte II alle interlocuzioni con il commissario europeo Thierry Breton sui progetti per l’autonomia strategica europea in diversi settori (digitale, aerospazio, microchip e così via), passando per il coordinamento dell’agenda spaziale e l’attuazione dei finanziamenti di diverse politiche che serviranno al Recovery italiano, Giorgetti sta vivendo un periodo di piena operatività. Il suo ministero gestisce dossier, li smista tra sottosegretari e apparati, riceve dirigenti e sindacalisti. Col senno di poi, il passaggio delle deleghe energetiche al ministero della Transizione Ecologica di Roberto Cingolani ha contribuito a snellirne il lavoro che, a conti fatti, deve partire da un presupposto: rilanciare nel periodo della ripresa dalla pandemia un’agenda di politica industriale trascurata e resa completamente confusionaria dal triennio di occupazione del Mise da parte del Movimento Cinque Stelle.

Stefano Patuanelli, attuale ministro dell’Agricoltura, ha a conti fatti responsabilità più ridotte, avendo da febbraio 2020 in avanti gestito il ministero in tempi di Covid; l’eredità pesante che Giorgetti si deve sobbarcare è quella di Luigi Di Maio, che all’epoca del governo Conte I (giugno 2018-settembre 2019) sommando la doppia carica di ministro del Lavoro e titolare del Mise ha svolto in forma confusionaria entrambi i ruoli.

La pesante eredità di Di Maio

Ora più che mai, in una fase in cui il Paese mostra segni di ripartenza, l’industria e il Mise possono contribuire a generare prospettive di sviluppo, ma devono anche sanare le problematiche lasciate in eredità dal passato e i nodi  che stanno venendo al pettine.

La gestione Di Maio al Mise è stata interlocutoria e piena di decisioni prese a favor di telecamera, senza un retrostante disegno strategico. L’ex leader M5S e attuale titolare della Farnesina, tra il 2018 e il 2019, ha ad esempio provato a mettere il cappello su alcuni provvedimenti dei predecessori, Carlo Calenda in primis, ratificando l’accordo su Ilva con Arcelor-Mittal poi naufragato e facendo cosmetici aggiustamenti al piano Industria 4.0. Ma dal 2018 al 2021, con l’aggravante della pandemia, tutti i problemi più pesanti sono stati, in larga parte, rimasti ancora sul tavolo.

Sono circa un centinaio i tavoli aperti che Giorgetti si è trovato a dover gestire al momento del suo insediamento. In ordine sparso si sono presentati vari casi urgenti: la Blutec (la ex Fiat di Termini Imerese in Sicilia), la ligure Piaggio Aerospace, la piemontese Officine Meccaniche Cerutti, Italcomp (ex Embraco di Torino e Acc di Belluno, per cui è recentemente saltata l’opzione del polo unico dei compressori), Jsw Piombino, Ast Terni. A cui si aggiungono le crisi rese oramai irreversibili, come quella della Gkn o della Whirpool di Napoli, che Di Maio aveva rivendicato come un dossier personale.

Secondo Industria Italiana, a livello complessivo dopo la pandemia le imprese “ad alto rischio di fallimento rappresentano il 7,8% degli affidati (circa un milione di imprese) al Fondo centrale di garanzia (che offre, appunto, una garanzia pubblica in sostituzione di quelle assai più costose per le Pmi per ottenere credito bancario) e che altre 166mila aziende (16%), già vulnerabili prima della pandemia, ora sono entrate nell’area di rischio”. E questo rende più impellente mettere in campo strategie efficaci per prevenire le emorragie più gravi.

Progressi e svolte

Giorgetti mira ad archiviare l’onda lunga dell’era Di Maio con una complessa serie di scelte politiche e di prese di posizione chiare.

In primo luogo, il Mise deve inserirsi in un contesto più ampio di politica industriale coordinandosi con il resto del governo e l’agenda Draghi. Nominando figure come Dario Scannapieco alla guida di Cassa Depositi e Prestiti, Draghi ha rotto il circolo vizioso che nell’era Conte vedeva la banca di Via Goito, guidata da Fabrizio Palermo e controllata dal Tesoro, operare come garante, supplente e “bancomat” dell’esecutivo accollandosi i rischi di intervenire laddove disegni strategici di politica industriale erano solo abbozzati. Ora a Cdp sarà restituito il ruolo consono di tesoretto delle partecipazioni più pregiate e finanziatore dello sviluppo strategico, al Mise, invece, sarà delegata la costruzione dell’agenda applicativa di incentivi, investimenti e finanziamenti necessari per creare il contesto normativo ed economico più adatto per partecipare alla stagione della ricostruzione.

In secondo luogo, è stata ristrutturata la definizione delle competenze e delle deleghe per la risoluzione delle crisi in asse con il ministro del Lavoro Andrea Orlando. La riorganizzazione delle funzioni e la composizione della Struttura per le crisi d’impresa” facente capo al Mise hanno portato a potenziare l’organismo che supporta il vertice politico-amministrativo nella gestione dei tavoli di crisi, dotandolo di competenze professionali qualificate, funzionali a elaborare proposte operative e di intervento per il superamento delle crisi più complesse. Secondo Tag43, questo mirerebbe inoltre a ridimensionare il peso della viceministra pentastellata Alessandra Todde, che dal canto suo rivendica la riduzione da 97 a 89 dei tavoli aperti dall’avvio del mandato del governo Draghi.

In terzo luogo, al Mise è stata restituita propulsività politica. Secondo un canovaccio che vede un ritorno della struttura ai fasti del ministero dell’Industria della Prima Repubblica, Giorgetti da titolare del Mise partecipa attivamente alla strutturazione del programma di governo. Di Maio, paradossalmente, era troppo apicale nel Movimento per gestire politicamente la struttura. Patuanelli ha provato a proporre, timidamente, il progetto della “nuova Iri” ma è stato sul medio periodo bloccato dalla pandemia e fagocitato dal protagonismo di Conte.

Il vicesegretario leghista, passo dopo passo, mette paletti ovunque: fa sponda con Cingolani nel creare un consenso sulle politiche per la transizione; si muove con Lorenzo Guerini per parlare di industria della Difesa; crea una serie di rapporti internazionali aventi la Francia, sia nella persona di Breton che dell’omologo transalpino Bruno Le Maire, e la Germania come centro. Insomma, gestisce in forma politica dossier economico-strategici: una conversione non indifferente per chi si è sempre professato liberale, ma dettata dalla necessità strategica di affrontare la pandemia e le sue conseguenze con pragmatismo. Quel pragmatismo mancato a lungo a Di Maio e ai suoi. Di cui hanno pagato le conseguenze centinaia di imprese e decine di migliaia di lavoratori che aspettano ancora risposte anche nella fase del rilancio del Paese.