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Le tensioni fra Corea del Nord e Stati Uniti, con il coinvolgimento di tutti gli attori dell’Estremo Oriente, non sembrano destinate a diminuire nel breve termine. Le azioni, le reazioni e le parole di Kim e Trump sembrano aver raggiunto il livello di guardia e, per certi versi, possono anche averlo superato, almeno a livello potenziale. Il test nucleare della notte fra sabato e domenica, che ha provocato una scossa di magnitudo 6.3, e che prova la capacità atomica del regime di Kim è soltanto l’ultimo atto di una lunga catena di provocazioni che non appare in grado di arrestarsi. Dalla Casa Bianca- al momento in cui scrive l’autore – non sono ancora arrivate risposte ufficiali, ma il Pentagomno ha già confermato l’invio di F-35 e F-22 insieme con i bombardieri stealth B-2 Spirith. Il mondo fa bene a essere preoccupato: perché mai si era raggiunto un tale livello di allerta e soprattutto un tale numero di minacce e di azioni militari fra le parti in causa.

Ma il problema fondamentale, a detta di molti, è che in realtà ci trovi di fronte a un equivoco nella lettura della crisi coreana. Un equivoco che i media hanno anche condiviso e alimentato e che serve in realtà non tanto per non far comprendere la realtà della crisi, quanto per evitare di rinnovare una narrativa che ha ormai trovato una sua stabilità, soprattutto nel mondo occidentale. Per anni i media occidentali sono rimasti ancorati acriticamente all’idea che la Corea del Nord fosse nelle mani di un criminale completamente folle e che il governo nordcoreano non fosse altro che un Paese in cerca di una guerra nucleare con i vicini. E, in effetti, i messaggi propagandistici non hanno mai indotto a cambiare idee, e stessa cosa non hanno potuto fare i razzi lanciati nei cieli e al confine con Giappone e Corea del Sud. Ma forse nessuno si è posto la domanda realmente dirimente di tutta questa complessa vicenda: cosa vuole Kim Jong-un con un arsenale atomico e un esercito di milioni di uomini?

L’errore che ha annebbiato la vista di molti, è stato quello di considerare questo potenziale bellico in senso offensivo, cioè come volto a colpire i nemici di Pyongyang in Asia orientale e in America del Nord. In realtà, a una più attenta analisi della politica nordcoreana o della semplice realtà dei fatti, risulta abbastanza chiaro che l’ultima persona al mondo a volere una guerra in Corea sia in realtà proprio Kim Jong-un. Perché dovrebbe intraprendere un conflitto volto all’esclusiva autodistruzione, sapendo che nel giro di pochi minuti si troverebbe l’intera flotta del Pacifico degli Stati Uniti e decine di migliaia di soldati e mezzi sudcoreani e giapponesi pronti a distruggere il suo regno? Sembra impossibile ritenere plausibile che un leader come quello della Corea del Nord sia talmente folle da considerare una guerra risolutiva per il suo regime. Semmai, l’unica certezza è che, intraprendendo una guerra, tutto sarebbe perso.

Evitando di considerare Kim Jong-un come un leader pazzo alla guida di un Paese inebriato da un folle, bisogna dunque comprendere quali potrebbero essere quindi gli obiettivi reali della campagna di propaganda e di provocazioni iniziato dal governo di Kim Jong-un. Uno di questi lo ha già raggiunto, ed è sotto gli occhi di tutti: ha dimostrato la sua intoccabilità. Nella crisi coreana, l’unico vincitore, finora, resta il programma nucleare, che è divenuto in realtà paradossalmente – ma non troppo – la garanzia migliore per la pace. Una pace fondata sulla paura della distruzione, questo è evidente, ma è la stessa che ha garantito la pace durante la Guerra Fredda. In questo modo, il governo nordcoreano è riuscito negli anni, e negli ultimi mesi, da una parte a tenere a freno la casta dei militari  – che rappresenta un settore-chiave della politica nordcoreana – e, dall’altra parte, a tutelare gli interessi del proprio Paese evitando la guerra e facendosi consegnare quanto necessario per sopravvivere. Adesso il suo obiettivo è semplice: far scendere tutti a compromesso e ristabilire un programma di sanzioni che consenta al governo nordcoreano e alla popolazione di sopravvivere. 

Un secondo obiettivo che sembra essere stato raggiunto è quello di aver dimostrato l’impossibilità degli Stati Uniti di proteggere realmente i suoi partner asiatici di fronte alle minacce anche di un piccolo Paese come la Corea del Nord. E quest’obiettivo non può non esser emesso in relazione alle logiche di potere di Cina e Russia nella contrapposizione al blocco occidentale. La Cina e la Russia hanno da sempre impostato la loro diplomazia sul non volere, a nessun costo, la guerra ai loro confini. E sapendo che Kim non sarebbe partito per primo, in realtà hanno voluto dimostrare che il loro obiettivo fosse quello di far desistere gli Usa dall’iniziare una guerra catastrofica. Il risultato politico è insito nel fatto che Giappone e Corea del Sud cominciano a comprende quanto sia difficile mantenere l’alleanza con Washington in un momento di forte crescita dell’Estremo Oriente. Il fatto che giapponesi e sudcoreani stiano investendo cifre enormi sul riarmo e sulla possibilità di avere addirittura propri deterrenti atomici, cosi come le resistenze coreane al dispiegamento del THAAD, sono sintomi di questa ambiguità dei rapporti con la Casa Bianca. Rapporti che Seul e Tokyo non possono né vogliono minare, vista anche la presenza di decine di migliaia di soldati Usa sui propri territori, ma che possono quantomeno rendere meno subalterni, anche per evitare che si trovino a dover subire i rischi di un conflitto più come vittime che come attori. Più gli alleati degli Stati Uniti diventano indipendenti, più ne gioiscono Russia e Cina. Con quest’ultima, in particolare, a poter iniziare il lento allontanamento di Washington dai mari che considera nella propria sfera d’influenza.