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Il crollo repentino del valore della lira turca non ha solo segnato l’ampiezza delle difficoltà economiche di Ankara dopo anni di crescita impetuosa e continua, ma anche marcato nuovi, importanti scenari per il Vicino e Medio Oriente in cui il ruolo della Turchia è sempre più incerto.

La nuova Turchia di Erdogan alla prima sfida

Come riporta l’Agi, la lira turca nel giro di 24 ore tra il 9 e il 10 agosto ha perso il 19 per cento del suo valore contro il dollaro e da gennaio si è svalutata del 40 per cento mettendo in crisi consumatori e imprese. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha risposto sollecitando i suoi concittadini a cambiare la valuta straniera in loro possesso per sostenere la valuta nazionale affermando che si tratta di una “lotta nazionale” per fronteggiare la “guerra economica” che a suo dire è stata lanciata contro Ankara.

Se il 26 luglio scorso un dollaro valeva 4,86 lire turche, ora il cambio è molto vicino alla soglia psicologia delle 6 lire, imponendo a Erdogan la prima, seria sfida dopo il recente trionfo alle elezioni presidenziali, conseguito anche grazie alle roccaforti anatoliche che dalle politiche dei suoi governi hanno ottenuto rendite sociali e clientelari e si vedono ora nettamente minacciate dalla svalutazione. L’incremento repentino dei dazi sull’alluminio e sull’acciaio importati dalla Turchia da parte dell’amministrazione Trump in piena tempesta monetaria porta a individuare negli Stati Uniti i primi attori indiziati per la manovra contro Ankara.

Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Turchia

Fondamentalmente, alla Turchia si fa prima di tutto pagare l’ambiguità con cui Erdogan gioca da tempo destreggiandosi tra l’appartenenza alla Nato e la sintonia con i principali rivali degli Usa funzionale a uscire indenne dalla guerra siriana

Di recente, Washington e Ankara si erano scontrati quando gli Usa avevano imposto sanzioni a funzionari governativi turchi per la detenzione, considerata illegittima, del reverendo Andrew Brunson.  Come scritto su Limes, “è l’attacco contro la lira la vera ‘sanzione’ comminata alla Turchia da Trump, che intende riportare a casa il pastore Andrew Brunson – detenuto dall’ottobre 2016 con l’accusa di fiancheggiamento del terrorismo curdo e gulenista – entro le elezioni di metà mandato per soddisfare la sua base elettorale evangelica, per la quale Erdogan incarna nientemeno che l’Anticristo“.

Restituire il presbitero agli americani in una fase che vede questi ultimi oramai indifferenti alle richieste di Erdogan di estradare Fetullah Gulen, ritenuto l’eminenza grigia dietro il fallito golpe del 2016, potrebbe forse dare respiro all’economia della Turchia ma rappresenterebbe una disfatta geopolitica.

“La posta in gioco è la posizione della Turchia nel vicereame balcanico-mediorientale del sistema imperiale americano […] queste sono solo scaramucce. Lo scontro vero e proprio – una replica del post-Cipro 1974: embargo Usa alla Turchia, chiusura delle basi turche agli Usa – arriverà quando Erdoğan non potrà fare a meno di riconoscere che Washington non ha intenzione di appaltare l’egemonia in Medio Oriente a nessuno, nemmeno a lui“.

La risposta di Erdogan

Nel clima di democrazia sospesa che aleggia negli ultimi anni in Turchia, il presidente ha puntato, in primo luogo, a compattare il consenso della nazione sul suo governo, invocando l’unione del popolo turco in maniera plebiscitaria e populistica.

Erdogan ha esaltato la resistenza della Turchia contro la “guerra economica” e invitato a una vera e propria donazione di “oro alla patria” che agli italiani ricorderà altre, e più buie, ere. “Se avete euro, dollari e oro sotto il cuscino, andate in banca e cambiateli in lire turche. Questa è una lotta nazionale”, ha detto Erdogan in un comizio, invocando poi l’identità islamica come fattore di coesione: “Loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente e il nostro Dio”.

Toni apocalittici che segnalano il gelo profondo dei rapporti turco-americani, a cui si aggiungono mosse pragmatiche d’emergenza che danno un’idea dell’ampiezza della sfida portata alla Turchia. “Il Presidente corre ai ripari”, scrive La Stampa, “affidando al Ministro delle Finanze Herat Albayrak, suo genero, un nuovo piano economico per evitare l’emorragia di capitali. Come quella generata dallo smobilizzo di attività e riserve denominate in lira turca da parte degli istituti di credito europei, con le banche italiane esposte per quasi 15 miliardi di euro (16 se si includono le garanzie), e un interscambio totale che sfiora i 20 miliardi di euro”.

Erdogan attacca l’unilateralismo e attende l’urto delle sanzioni all’Iran

Dopo aver alzato i toni dello scontro verbale, Erdogan ha affidato a un editoriale scritto per il New York Times una risposta più ponderata. “Se gli Usa non invertono la tendenza all’unilateralismo e alla mancanza di rispetto saremo costretti a iniziare a cercare nuovi amici e alleati”, scrive il leader turco. “Le azioni unilaterali degli Usa nei confronti della Turchia – continua – serviranno solo a minare gli interessi e la sicurezza americani. Prima che sia troppo tardi Washington deve rinunciare all’idea che le nostre relazioni siano asimmetriche, e accettare il fatto che la Turchia ha alternative”.

Parole precise che segnalano come Erdogan ritenga che Ankara, grazie alla rendita garantita dalla mediazione con l’Iran e la Russia in Siria e l’apertura alla Cina che vuole integrarla nella Nuova via della seta, abbia la possibilità di resistere a una separazione strategica dall’Occidente a guida statunitense. La prossima prova del fuoco delle relazioni turco-statunitensi sarà il ritorno in essere delle sanzioni di Washington all’Iran con cui la Turchia cerca un modus vivendi e da cui dipende per il 50% del fabbisogno di petrolio e per il 17% di gas naturale. Quote vitali che in un contesto di guerra valutaria potrebbero essere impossibili da rimpiazzare, e che se preservate potrebbero allargare ulteriormente la trincea che separa due alleati mai così agli antipodi negli ultimi decenni.

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