Uno degli argomenti maggiormente presenti nella campagna elettorale di Benjamin Netanyahu è stata l’annessione dei territori occupati e degli insediamenti ebraici (illegali, secondo il diritto internazionale) che si trovano in terra palestinese. Questo stesso tema è stato anche al centro delle trattative per la formazione di un Governo di unità guidato da Netanyahu e Gantz: mentre il primo premeva per l’annessione immediata di una parte della Valle del Giordano, il secondo chiedeva altro tempo per convincere le potenze internazionali a supportare il piano israeliano. Alla fine, ad avere la meglio è stato Netanyahu.

La conferma dell’annessione della Valle del Giordano, che dovrebbe avere inizio a luglio, ha inasprito ulteriormente i rapporti tra lo Stato ebraico e l’Autorità Nazionale Palestinese, tanto che il presidente Abbas ha di recente annunciato la fine del coordinamento tra l’Anp, Israele e gli Stati Uniti.

Ma dove si trova esattamente la Valle del Giordano, perché è così importante e che implicazioni avrà la sua annessione da parte di Israele a livello sociale, politico e della sicurezza?

La Valle del Giordano

Come è facile intuire dal nome, la Valle del Giordano è così denominata per la presenza dell’omonimo fiume. L’area si estende dal Mar di Galilea al nord fino al mar Morto a sud, misura circa 105 km in lunghezza, delimita il confine con la vicina Giordania (che detiene il controllo della riva orientale del fiume) e rappresenta il 30% del territorio della West Bank. La Valle ha una grande valenza dal punto di vista agricolo grazie alla presenza di terreni fertili e di riserve d’acqua sia dolce che salata, particolarmente importanti in una regione generalmente carente di risorse idriche.

L’area che Israele si appresta ad annettere è abitata, secondo i dati rilasciati dalla Ong B’Tselem, da circa 65mila palestinesi e 11mila coloni israeliani. Il 90% della Valle fa infatti parte della cosiddetta Area C – quella cioè sotto il controllo di Israele secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo del 1993 – mentre il restante 10% è diviso tra Area A e B. Nella zona C, attualmente, ad occuparsi della gestione delle risorse idriche, della costruzione di case o strade e degli stessi affari civili è il Coordination of Government Activities in the Territories (o COGAT), un’unità appartenente all’esercito israeliano. In caso di annessione, il controllo dell’area sarebbe gestito direttamente da Israele senza dover ricorrere a istituzioni intermedie.

Nella Valle si trovano inoltre due ponti (il Damya e l’Allenby) che collegano la Cisgiordania alla Giordania: secondo il Piano di pace americano, il futuro Stato palestinese potrà ancora utilizzare i corridoi come collegamento con il mondo esterno, ma l’area di confine diventerà parte integrante d’Israele.

Conseguenze politiche

La decisione di annettere la Valle del Giordano ha polarizzato ulteriormente la scena internazionale. Gli Stati Uniti, fautori del famoso Accordo del secolo per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, sono ovviamente schierati dalla parte di Israele e supportano l’operazione di annessione della Valle. Ad esprimersi contro tale mossa sono stati invece l’Unione Europea, gli Stati arabi (con più o meno forza), la Russia e l’Onu, che già in passato aveva condannato con le Risoluzioni 242 e 338 l’occupazione dei territori palestinesi.

Nonostante la grande indignazione internazionale, nessuno Stato né organizzazione internazionale ha preso reali provvedimenti contro lo Stato d’Israele e ben pochi Paesi arabi hanno espresso una dura, reale condanna dell’operato israeliano. Gli stessi appelli di Onu ed Ue sono caduti nel vuoto, segno di una scarsa capacità di entrambe le istituzioni nell’intervenire nella questione. La debole reazione degli Stati arabi ha poi messo in evidenzia quale sia la loro vera priorità: la normalizzazione – più o meno esplicita – dei rapporti con Israele, a discapito ovviamente della causa palestinese. Giordania e Turchia sono quelli che si sono espressi con maggiore forza contro il progetto di annessione, ma ad oggi alle parole non sono seguite né sanzioni né interruzioni dei rapporti bilaterali.

La mossa israeliana tra l’altro mette fine, secondo diversi analisti, alla possibilità di arrivare un giorno alla creazione dei due Stati, soluzione a cui si cerca di giungere dal 1993, anno della firma degli Accordi di Oslo. Israele infatti si sta muovendo ormai nel solco del Piano di pace Usa, che prevede sì la creazione di uno Stato palestinese ma privo di continuità territoriale, di dimensioni molto ridotte e senza nemmeno il pieno controllo del suo stesso territorio nazionale.

In questo contesto è interessante però guardare alla Russia: come scritto sulle pagine del quotidiano israeliano Haaretz, Putin starebbe cercando di inserirsi sempre più nella questione palestinese. Il presidente russo però non sarebbe tanto interessato alla causa palestinese in sé per sé, quanto piuttosto ad estendere la propria influenza nel Medio Oriente approfittando di un progressivo allontanamento degli Usa dall’area. Di recente si è infatti molto parlato dei rapporti sempre più stretti tra Russia e Hamas, mentre si vocifera di un summit di pace da tenersi proprio a Mosca.

La questione sicurezza

A seguito della formazione del nuovo Governo israeliano e della conferma dell’annessione della Valle del Giordano a luglio, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese ha annunciato la fine del coordinamento con Israele e la CIA. Abbas ha più volte minacciato di prendere simili provvedimenti senza poi passare realmente all’azione, ma questa volta lo storico leader di Fatah sembra fare sul serio. Se così fosse, le implicazioni di questa mossa sarebbe particolarmente serie. Bisogna prima di tutto considerare che il coordinamento tra Anp e Israele è fondamentale anche solo per consentire lo spostamento dei palestinesi dall’Area A alla B o anche solo da due zone non contigue della zona A, ma i problemi maggiori si avrebbero sul fronte sicurezza. Le forze dell’Anp lavorano insieme a quelle israeliane per contrastare il terrorismo nella regione e il loro coordinamento con la controparte israeliana è fondamentale per garantire la sicurezza di quest’ultima in territorio palestinese. Come si chiede il Times of Israel, cosa succederà la prossima volta che le IDF incontreranno una resistenza mentre, per esempio, si trovano in una zona sotto il controllo dell’Anp per portare a termine un arresto? Il servizio di intelligence palestinese infatti ha svolto negli anni un importante lavoro di controllo dell’opposizione sia interna sia diretta contro Israele, ha permesso all’esercito israeliano di intervenire nell’Area A e ha condiviso le proprie informazioni con la controparte israeliana (e americana).

Ad oggi tuttavia è ancora difficile capire fino a che punto la decisione di Abbas andrà a interferire sulla sicurezza dell’area: non è ancora chiaro infatti quanto reale sia la minaccia del leader dell’Anp, né quale sarà la reazione degli Stati coinvolti sul fronte sicurezza (primi fra tutti Giordania ed Egitto). Altro punto ancora da chiarire e ugualmente decisivo riguarda le sorti dei palestinesi che attualmente risiedono nella Valle del Giordano. Avranno la cittadinanza israeliana? Saranno costretti a lasciare l’area? Come reagiranno quando l’annessione avrà inizio? A poco più di un mese dall’inizio dell’operazione, le domande ancora senza risposta (da parte sia di Israele che dell’Anp) sono ancora tante e rischiano di rendere ancora più incerto il futuro e la stabilità dell’area.