Yoshihide Suga lascerà a breve la guida del Giappone. Come un fulmine a ciel sereno è arrivata la notizia del fatto che il premier nipponico non si presenterà il 29 settembre prossimo alle elezioni con cui il suo Partito liberaldemocratico sceglierà il candidato per le elezioni generali del 30 novembre. E, dato che per statuto la formazione conservatrice alla guida della politica nipponica propone come premier o candidato alla guida del Paese il suo leader, quelle di Suga appaiono come vere e proprie dimissioni annunciate.

Il leader di Tokyo ha spiegato che non ritiene di essere in grado di conciliare l’attività di governo e la gestione dell’emergenza del Covid-19 con gli impegni di una campagna elettorale.

“Ho giudicato che non posso destreggiarmi in entrambe le cose e che dovrei concentrarmi su una delle due”, ha dichiarato in una conferenza stampa convocata per dare l’annuncio.

Il 72enne successore di Shinzo Abe, subentrato dopo aver ricoperto per otto anni la carica di capo di gabinetto del presidente conservatore dimessosi nel 2020 per motivi di salute, era nelle ultime settimane al centro del mirino per le difficoltà incontrate nel contenimento della pandemia, ha visto i consensi scendere sotto il 30% mentre la nazione lotta con la sua peggiore ondata di infezioni e non ha ottenuto benefici dallo svolgimento delle Olimpiadi di Tokyo.

Uomo dell’anticamera del potere, custode della tradizione della Nippon Kaigi che si batte per un rafforzamento del ruolo politico dell’imperatore e per il recupero dello shintoismo di Stato e della proiezione globale di Tokyo, divenuto celebre a livello internazionale per aver presentato nel 2019 il nome della nuova era imperiale (“Reiwa“) Suga non ha saputo reggere adeguatamente le sfide dell’esercizio diretto del potere. Nel suo anno di governo si è trovato maggiormente a suo agio nel campo dei summit internazionali, della grande strategia geopolitica, della definizione delle alleanze con Paesi come Stati Uniti, Australia, India piuttosto che nell’esercizio quotidiano dell’arte di governo. Dopo l’energica leadership di Abe, il suo stile compassato e schivo ha segnato una discontinuità sul profilo comunicativo in una sostanziale continuità di politiche.

L’aumento delle vaccinazioni nel Paese del Sol Levante, a inizio estate, faceva ben sperare per un’uscita graduale del Giappone dall’emergenza. “La strategia seguita sino al mese scorso da Suga”, nota Repubblica prevedeva di accelerare la campagna di vaccinazione nazionale, portare a conclusione con successo le Olimpiadi estive di Tokyo, recuperare terreno nei sondaggi di gradimento e sciogliere la Camera bassa della Dieta dopo la conclusione delle Paralimpiadi, il 5 settembre”. Nel mese di agosto, tuttavia, questo piano si è scontrato col fatto che la crescita del Covid ha imposto nuove restrizioni, il prolungamento dello stato di emergenza fino al 12 settembre si è reso necessario e lo svolgimento dei Giochi è stato maltolleratro dalla popolazione, precipitando ai minimi da un anno a questa parte la popolarità di Suga. E mentre le intenzioni di voto danno come probabile un calo del partito di governo a favore dei candidati indipendenti, che in vari distretti potrebbero fare il boom nel prossimo voto, assieme a Suga si ridimensionano le prospettive di trasmettere al prossimo futuro le eredità politiche dell’era Abe, di cui Suga è stato uno dei registi.

L’ex ministro degli Esteri Fumio Kishida è in rampa di lancio per presentare la sua candidatura alla guida del Partito Liberaldemocratico nelle prossime settimane, mentre al contempo Taro Kano, ex ministro degli Esteri e della Difesa oggi alla guida della campagna vaccinale, si ripropone di incarnare quella continuità che già lo scorso anno ha trainato Suga a una vittoria massiccia al congresso di partito dopo le dimissioni di Abe. Le incertezze sul futuro però permangono, tanto che molti analisti sottolineano che la fine dell’era Suga possa rappresentare nient’altro se non la riapertura di una fase di turbolenze politiche paragonabile al quinquennio pre-Abe, caratterizzato dall’alternanza di sei primi ministri. E per un Paese come il Giappone, assai resistente al cambiamento e impegnato in un risiko regionale complesso, queste destabilizzazioni possono creare grattacapi ed incertezze.