Carri armati per le strade della capitale Khartoum, improvvisi check point negli angoli più importanti della città e gente in divisa armata a presidiare le zone più nevralgiche del potere. Sono scene a cui i sudanesi oramai appaiono abituati. E che puntualmente si sono ripresentate il 25 ottobre, quando un gruppo di militari ha arrestato i membri del governo in carica dichiarando in seguito l’istituzione di una nuova giunta transitoria. Il colpo di Stato attuato in Sudan non è né una novità e né tanto meno un evento sorprendente. Il nuovo golpe, a distanza di due anni da quello dell’aprile del 2019 che ha posto fine al trentennio di potere di Omar Al Bashir, è arrivato al culmine di un periodo di forte instabilità. E adesso quello che aspetta il Paese africano è un futuro ricco di incognite.

Come si è arrivati al nuovo colpo di Stato

In Sudan da due anni è in corso una delicata fase di transizione. Il Paese dal 1989 al 2019 è stato retto da Omar Al Bashir, a sua volta autore 32 anni fa di un proprio golpe. La sua deposizione è stata figlia di una situazione politica ed economica piuttosto disastrata e che ha fatto scendere in piazza, a partire dalla fine del 2018, migliaia di manifestanti. Nell’aprile del 2019 i militari hanno deciso di detronizzarlo. Tuttavia subito dopo sono emerse profonde spaccature tra i golpisti e la stessa piazza. L’esercito, da sempre molto potente in Sudan, temeva che un repentino cambiamento potesse far disgregare la nazione. I manifestanti dal canto loro premevano per immediate riforme in senso democratico. Si è giunti al compromesso di una condivisione del potere tra militari e civili. L’accordo ha dato vita a un percorso di transizione che prevede elezioni entro il 2023.

Tuttavia le divergenze tra militari e civili non si sono mai esaurite, soprattutto all’interno del cosiddetto Consiglio Sovrano di Transizione, organo presieduto dal capo dell’esercito, Abdel Fattah al Burhan, e composto per metà da figure militari e per l’altra metà da personalità indicate dalla società civile. É stato proprio quest’organo ad affidare a suo tempo la guida del governo all’economista Abdalla Hamdok. Le distanze tra esercito e civili sono diventate tali da generare sempre più sospetti a vari livelli. Il culmine della tensione è arrivato lo scorso settembre, quando sono stati annunciati arresti all’interno dell’entourage dell’ex presidente Bashir per un presunto tentativo di golpe. Nei giorni seguenti la gente è scesa di nuovo in piazza. Da un lato c’era chi chiedeva un’accelerazione delle riforme nell’ambito della transizione, dall’altro invece sono emersi anche gruppi che hanno invocato un nuovo intervento dell’esercito per evitare ulteriori periodi di instabilità. A scaldare gli animi ha poi contribuito una situazione economica sempre più difficile. Negli ultimi due anni infatti le condizioni di vita dei cittadini non sono migliorate. Secondo la Banca Mondiale l’inflazione è al 388%, con una disoccupazione oramai prossima al 20%.

Lunedì l’esercito ha rotto gli indugi. I carri armati si sono mossi nel centro di Khartoum in direzione dei palazzi del potere. All’interno della sede del governo, il generale al Burhan ha letto un proclama in cui ha annunciato lo scioglimento dell’esecutivo di Hamdok e la nomina di un nuovo governo militare di transizione. L’oramai ex premier, assieme ad altri suoi ministri, si troverebbero ora agli arresti domiciliari.

Le prospettive future

Subito dopo il nuovo golpe sono iniziate le proteste. La gente che ha sostenuto una transizione guidata da Hamdok ha chiesto il ritiro dei militari. Ma l’esercito ha sparato sulla piazza e secondo diverse fonti locali ci sarebbero dei morti tra i manifestanti, almeno sette. Il generale al Burhan ha motivato il colpo di Stato con la necessità di garantire maggiore stabilità al Sudan. Ha promesso inoltre il completamento del percorso di transizione entro il 2023, confermando le elezioni da tenere in quella data.

Ma è difficile prevedere le evoluzioni dello scenario sudanese. La comunità internazionale ha condannato il golpe, gli Usa sono già pronti a sostenere prime sanzioni economiche contro la giunta militare. Il forte sospetto è che, a prescindere dal completamento o meno della fase di transizione, l’esercito non voglia rinunciare al suo potere. Del resto i militari hanno sempre avuto una forte presa sulla politica e sull’economia del Paese. A questo occorre aggiungere il ruolo delle Rsf, le forze di supporto rapido create da Bashir per sedare brutalmente le rivolte nel Darfur negli anni 2000. Il loro capo, Mohamed Dagalo, è stato incluso nel processo di transizione diventando vice presidente del Consiglio Sovrano e ha sempre escluso una definitiva integrazione delle Rsf nell’esercito. Il suo obiettivo, come sottolineato dall’Ispi, è quello di continuare ad essere una milizia paramilitare in grado di mettere le mani su almeno l’80% dell’economia sommersa sudanese. Che comprende, tra le altre cose, anche il traffico di migranti.

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