Scoprire le origini del Sars-CoV-2, a quanto pare, non è soltanto una questione di natura medica. È anche e soprattutto un affare geopolitico, il cui risultato potrebbe contribuire a rafforzare o affossare l’immagine mondiale incarnata da Stati Uniti e Cina, cioè i due attori globali più influenti del XXI secolo. Da questo punto di vista, le accuse reciproche mosse da Washington e Pechino, le voci diffuse da esperti più o meno autorevoli, le indiscrezioni rilanciate dalla stampa internazionale, non solo hanno contribuito ad inquinare una ricerca, quella relativa alle origini del virus, fondamentale ai fini della risoluzione della pandemia.

Tutto ciò ha esacerbato gli animi, creato tensioni inutili e vanificato possibili collaborazioni d’oro per venire a capo del mistero Covid. È così che, nella diffidenza più totale, nessuno è più in grado di fidarsi di nessuno. Neppure dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che, complice alcune sue mosse non propriamente impeccabili, ha spesso contribuito a creare strani sospetti. Sembrava che in seguito al report realizzato dall’Oms, all’indomani di una missione effettuata a Wuhan da un team di scienziati coadiuvati da esperti cinesi, la situazione fosse quasi tornata alla normalità.

Quel documento aveva messo sul tavolo quattro ipotesi, considerando “estremamente improbabile” l’eventuale fuoriuscita del patogeno dal laboratorio di Wuhan. Nel giro di un paio di mesi lo scenario è stato però stravolto da un contro report sfornato dall’intelligence americana e parzialmente diffuso dal Wall Street Journal. Secondo non meglio specificate fonti Usa, l’ipotesi del laboratorio non dovrebbe affatto essere scartata a priori. Anzi: potrebbe proprio rappresentare il tassello mancante tra l’origine del Covid e la sua diffusione a livello globale.

Le ragioni politiche

Abbiamo spiegato perché ha ripreso quota la teoria del virus scappato dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Vale tuttavia la pena farsi un’ulteriore domanda: che cosa si nasconde dietro alla pressione americana ai danni del laboratorio cinese (una pressione, tra l’altro, sempre più forte con il passare delle settimane)? O meglio: che cosa spera di ottenere Washington dimostrando che il Sars-CoV-2 sarebbe uscito accidentalmente da una struttura controllata da Pechino?

Per rispondere a simili quesiti dobbiamo considerare due aspetti. Il primo è di natura prettamente politica. Joe Biden ha affermato di aver ordinato un’indagine più approfondita da parte dell’intelligence americana sulle origini del Covid. Il presidente ha chiesto un rapporto dettagliato entro 90 giorni, un rapporto in grado di valutare se il Sars-CoV-2 sia frutto di un incidente di laboratorio o di un involontario contatto tra esseri umani e animali, avvenuto sempre tra le mura del WIV.

La mossa di Biden

La mossa di Biden non è affatto casuale. Visto che Biden è riuscito, seppur grazie ai precedenti sforzi perpetuati da Donald Trump, a mettere finalmente sotto controllo la pandemia di Covid sul territorio americano, il nuovo presidente non ha adesso alcuna intenzione di dimostrarsi più morbido con la Cina rispetto al suo predecessore. Se Trump aveva promesso di arrivare fino in fondo alla vicenda, adesso che le autorità statunitensi non sono più preoccupate da contagi e decessi, l’amministrazione dem intende tenere sotto scacco il governo cinese. Al netto della sua ipotetica veridicità, ancora da appurare, ecco che la teoria del laboratorio assume i connotati di una complessa arma geopolitica, alla stregua della contropropaganda cinese.

Le ragioni sistemiche

C’è un altro motivo che ha spinto gli Stati Uniti a spingere forte sul pedale dell’acceleratore della teoria del laboratorio. Memori della loro pessima gestione pandemica iniziale, gli Usa non vogliono che la storia tramandi ai posteri l’immagine della grande America messa in ginocchio dal Sars-CoV-2 per manifesta incapacità decisionale. A ben vedere, dal gennaio 2019 alla fine del 2020, la politica statunitense non è stata in grado di offrire una risposta tale da garantire la sicurezza dei propri cittadini. Al fine di far passare tutto in secondo piano, come ha sottolineato The Conversation, potrebbe essere utile considerare il Paese come vittima di forze esterne. Quali? Non c’è neppure bisogno di dirlo: la Cina.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE