Ci sono 30 milioni di dosi del vaccino sviluppato da AstraZeneca e Università di Oxford stoccate a West Chester, nell’Ohio, in uno stabilimento di proprietà dell’azienda anglo-svedese. Alla lista devono poi essere aggiunte altre svariate milioni di dosi ancora in attesa di essere infialate, congelate – in tutti i sensi – nel Maryland, nelle celle frigorifere della Emergent BioSolutions, partner di AstraZeneca. Queste, come ha ricostruito il New York Times, sono dosi che, almeno nel breve termine, non hanno alcuna chance di essere utilizzate dalle autorità americane, visto che l’AZD1222 non è ancora stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA).
Nei giorni scorsi, l’Unione europea, a corto di vaccini, ha provato a elemosinare qualche dose a Washington. Missione fallita. Poco importa se l’AstraZeneca non ha ancora fatto richiesta alla FDA e non può essere impiegato nel territorio americano. Poco importa se Joe Biden ha annunciato il traguardo delle 100 milioni di dosi vaccinali somministrate con ben 42 giorni di anticipo da quanto inizialmente prefissato (30 aprile, cioè entro i 100 giorni di mandato). E poco importa se gli Stati Uniti sono travolti da una rara abbondanza di vaccini, al punto da aver già immunizzato quasi il 7% della popolazione. Bruxelles ha incassato un secco no: l’America non esporta vaccini. O almeno, non intende farlo prima di non aver vaccinato tutti i suoi cittadini.
AstraZeneca negli Usa
All’indomani della decisione dell’Ema su AstraZeneca, gli Stati Uniti hanno comunicato l’invio all’estero di 4 milioni di dosi dell’AZD1222. In Europa? Neanche per idea. 2.5 milioni di vaccini finiranno in Messico, mentre 1.5 milioni in Canada. La vicenda inizia a diventare curiosa. Washington vuole immunizzare il più in fretta possibile la sua popolazione. Perché, allora, non spinge per “far scattare” al più presto il semaforo verde ad AstraZeneca e, anzi, inizia a spere quel vaccino oltre confine?
Vero: l’azienda anglo-svedese non ha fatto richiesta alla Fda e sono ancora in corso sperimentazioni. Ma, anche alla luce della situazione europea, con l’Agenzia del farmaco che ha “scagionato” il vaccino, il processo potrebbe (e dovrebbe) essere accelerato. Di questo passo la situazione potrebbe sbloccarsi non prima di aprile, anche se poi serviranno poi altre settimane di assestamento.
Abbiamo parlato dell’Europa: forse è proprio a causa dei dubbi sollevati sul vaccino nel Vecchio Continente che le autorità americane non intendono forzare la mano. Senza ombra di dubbio, l’immagine dell’AZD1222 ha subito un duro colpo. E Biden, molto probabilmente, non vuole che gli statunitensi diventino diffidenti nei confronti di un vaccino autorizzato in Usa. Altro particolare curioso: la Casa Bianca, applicando il Defence Production Act, sta facendo di tutto per non lasciarsi scappare esportazioni “strategiche” (come lo sono quelle inerenti ai vaccini). Bizzarro che, fino a poche settimane fa, Washington stesse difendendo con le unghie e con i denti vaccini inutilizzabili.
In attesa del via libera
C’è tuttavia una domanda interessante che potremmo porci. Per quale motivo gli Stati Uniti non hanno ancora approvato l’AstraZeneca? Si possono fare diverse considerazioni. L’azienda anglo-svedese, proprio come molte delle sue rivali, aveva iniziato la produzione “al buio” del vaccino in attesa di una ipotetica autorizzazione futura. Del resto il Paese stava attraversando una storica emergenza sanitaria, e accelerare i tempi appariva essere la scelta più saggia.
Come se non bastasse, nel maggio 2020 la società europea aveva ricevuto dal governo federale un finanziamento pari a 1.2 miliardi di dollari. Sembrava che Donald Trump volesse imbastire la campagna vaccinale americana puntando proprio sul vaccino AstraZeneca giocando di sponda con Boris Johnson. Poi è arrivato Biden, mentre in seguito l’azienda anglo-svedese ha dovuto fare i conti con diversi nodi spinosi. La situazione è quindi cambiata.
Il Foglio aggiunge altri due punti interessanti che potrebbero aver danneggiato i rapporti tra AstraZeneca e il governo Usa: qualche problema di troppo sulla trasparenza tra l’azienda e gli uomini della FDA, e un possibile cambio di strategia statunitense, con Washington che potrebbe aver preferito puntare su Johnson & Johnson (simile ad AstraZeneca ma “monodose”). La sensazione, al netto della narrazione sulle “dosi di riserva” conservate dalla Casa Bianca in caso di emergenza, è che gli Stati Uniti preferiscano puntare su Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson, oltre che aspettare Novavax e altri “campioni nazionali”.
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