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Donald Trump è sempre stato accusato di non aver la testa per premere il “bottone”. Ma i suoi avversari non saprebbero nemmeno dove cercarlo. È questo ciò che appare chiaro dopo le ultime settimane di confronto tra i candidati ancora in lotta per rappresentare i democratici alle prossime elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Ad ogni occasione documentata, ad ogni domanda precisa per saggiare la loro conoscenza in tema di sicurezza nazionale e capacità nucleare della loro nazione, i candidati sono scivolati in malintesi o hanno completamente glissato le domande per non essere oggetto d’imbarazzo. Ma chi ambisce a guidare una potenza globale come l’America – detentrice della più letale triade nucleare del pianeta – non dovrebbe pensare di sedersi nella sala ovale senza avere idea di cosa si stia parlando; tanto più dopo aver impostato la scorsa campagna elettorale sull’inadeguatezza dell’attuale inquilino della Casa Bianca, dipinto fin dal primo momento come ambasciatore perfetto per una Terza guerra mondiale che, nonostante tutto, non sembra ancora essere scoppiata.

Come hanno riportato gli analisti di Defenseone: “Sia nel dibattito democratico in Iowa che nella serie di interviste del comitato editoriale del New York Times, ai candidati è stato chiesto di spiegare le loro opinioni sugli aspetti chiave della politica sulle armi nucleari” – “Sfortunatamente i candidati hanno dimostrato lacune evidenti”, esprimendo risposte insufficienti, imprecise o inadeguate, e portando alla conclusione che “per il bene esistenziale del paese” forse dovrebbero non solo documentarsi sulle armi nucleari, ma mettersi al passo con i tempi sui molteplici fronti della politica estera, e anche “velocemente”, se ambiscono a diventare il 46esimo presidente degli Stati Uniti.

Iniziando dalle signore, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, principale antagonista del favorito Joe Biden, si sarebbe rivelata completamente inconsapevole di fronte all’esistenza di controversa situazione che coinvolge lo schieramento di armi nucleari americane nella turbolenta e intransigente Turchia, che è arrivata addirittura a minacciare l’estromissione degli americani dalla base strategica di Incirlik, dove sono schierate 50 bombe nucleari tipo B-61. La crisi con il partner della Nato, sull’affaire F-35/S-400 prima e sull’invasione della regione del nord della Siria è stata a lungo al centro delle cronache. Il secondo  favorito, il sempre verde Bernie Sanders, sembrerebbe non essere al corrente di quante Potenze mondiali sono dotate di armi nucleari – oltre la sua – e difficilmente possiamo ipotizzare che sia al corrente del loro reale impiego e dell’entità dell’arsenale americano. Secondo Sanders, senatore del Vermont, gli Stati che al mondo possiedono armi nucleari sarebbero una “dozzina”, ma in verità sono 9, se si conta anche Israele sul quale non è stata concessa alcuna certezza. L’ex vicepresidente dell’amministrazione Obama Joe Biden, principale antagonista del presidente e vittima dell’intrigo internazionale che rischia di portare Donald Trump davanti alla corte per impeachment, non sarebbe invece al corrente della reale entità delle sanzioni applicate alla Corea del Nord che, nonostante i passi avanti nel campo della diplomazia, sembra non accennare allo smantellamento del proprio programma nucleare.

Essendo le tematiche inerenti alle armi nucleari sempre “care” all’elettorato democratico, perfino un osservatore esterno si aspetterebbe una conoscenza quanto meno basilare delle dottrine d’impiego, dell’arsenale nucleare e delle crisi internazionali che vi sono strettamente collegate. L’elettorato invece dovrebbe pretendere un aggiornamento repentino dei candidati alla presidenziali in materia di politica estera e armi nucleari, quale arma di distruzione di massa che potrebbe essere impiegata in qualsiasi teatro bellico del futuro ove un’escalation potrebbe portare il conflitto a livello termonucleare.

Dall’Iran in Medio Oriente alla Corea del Nord nella regione del Pacifico, senza dimenticare un confronto con la Federazione Russia o la Repubblica popolare Cinese: tutti teatri “possibili” dove le armi nucleari potrebbero essere chiamate in ballo; e non sono state poche le frizioni e le crisi che si sono registrare durante la presidenza Trump: dal massimo livello di tensione raggiunto durante i test dei missili balistici di Pyongyang, alle due escalation sventate per poco con l’Iran, prima nel Golfo di Hormuz e poi dopo la vendetta di Teheran del generale delle forze Quds iraniane; passando per le tensioni nelle “acque contese” del Mar Cinese Meridionale con Pechino e la nuova crisi ucraina del Mar d’Azov o dei nuovi euromissili dopo la cancellazione del trattato sulle forze nucleari a medio raggio (Inf) con Mosca.

“I tre front-runner (Biden, Warren, Sanders, ndr) hanno contribuito in maniera significativa alla prevenzione dell’uso e della diffusione di armi nucleari”, tengono a precisare su Defenseone, prendendosi la responsabilità di rispondere a domande “pressanti” sulle armi nucleari, a differenza di altri contendenti – come Pete Buttigieg , sindaco di South Bend nell’Indiana- che non hanno avuto il “coraggio” di rispondere a domande delle quali non avevano la risposta pronta. Ma prendersi la responsabilità di sbagliare non basta quando si rischia di dover gestire una triade nucleare come quella detenuta dalla Forze armate statunitensi, che conta almeno 500 missili balistici intercontinentali “Minuteman”, il doppio di missili balistici “Trident” lanciati da sottomarini lanciamissili classe Ohio, e il triplo di testate convenzionali cui può essere armata una generosa flotta di bombardieri strategici B-1, B-2, e B-52.

È indubbio che il tycoon di New York – che secondo la versione di Michael Moore sarebbe finito col diventare presidente degli Stati Uniti d’America per colpa di un bluff mirato a far alzare il cache del suo programma tv, che era stato superato in ascolti da quello della cantante pop Gwen Stefani – non fosse assolutamente più ferrato sull’argomento, anzi alcune domande istantanee lo bruciarono in parecchie occasioni, ma dai democratici, che hanno scandito l’intera durata del confronto elettorale alle elezioni del 2016 paventando Trump come una minaccia per la sicurezza nazionale, e asserendo che attraverso le sue negligenze e la sua condotta da bambino prepotente ci avrebbe trascinati tutti nella Terza guerra mondiale spingendo il “bottone” sbagliato. A quanto pare però, alla prossime elezioni i nuovi papabili commander-in-chief non sembrano di essere più adeguati. Dalla sua invece, Trump ha un mandato di quattro anni portato a termine, con due obiettivi militari di rilievo eliminati: Al-Bagdadi e Qassem Soleimani.