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I rapporti tra Donald Trump e la Russia sono al centro dell’attenzione mediatica dai tempo in cui il tycoon ha iniziato la sua carriera politica per diventare prima candidato e poi presidente degli Stati Uniti d’America. Il Russiagate nasce proprio dall’esigenza di trovare questo filo conduttore che legava la Trump Tower al Cremlino e formare un impianto accusatorio chiaro con cui accusare Trump e tutti i suoi principali collaboratori di essere in qualche modo legati al centro di potere della Federazione Russa. Le accuse si diramano su diverse direttrici. Una prima vede Trump direttamente collegato ai russi. Una seconda direttrice vede le persone più legate al presidente come ponti tra lui e il circuito di potere intorno a Vladimir Putin. Una terza direttrice vede invece l’interessamento di Mosca a far sì che Trump venisse eletto al posto di Hillary Clinton attraverso una serie di meccanismi economici e mediatici in grado di creare un terreno fertile per la sua elezione. È dall’inizio della presidenza Trump che non si parla d’altro e, molto probabilmente, questo sistema accusatorio rimarrà in piedi fino alla fine del mandato presidenziale.

Per quanto riguarda i legami fra Trump e i russi e il presunto rapporto privilegiato del presidente americano con i funzionari del Cremlino, fece scalpore a suo tempo la notizia che il presidente Usa avrebbe condiviso con i russi alcune informazioni d’intelligence contro il terrorismo internazionale. In America furono tutti molto preoccupati da questa mossa del presidente, vista la già poca fiducia riposta dai grandi media nei suoi confronti. E adesso, proprio riguardo quella notizia, la rivista Vanity Fair è riuscita ad avere informazioni dettagliate su cosa avrebbe rivelato effettivamente il presidente Trump durante l’incontro con il ministro russo Sergei Lavrov e con Sergei Kislyak, ambasciatore russo presso gli Stati Uniti. Stando a quanto rivelato dalla rivista americana, il presidente americano avrebbe condiviso con i due alti diplomatici russi un’informazione d’intelligence classificata di un’operazione del Mossad in Siria, sulle rive dell’Eufrate.

Secondo quanto confermato da due fonti dell’intelligence israeliana alla rivista, la missione israeliana è stata compiuta dal Sayeret Maktal, una delle principali unità delle forze speciali israeliane. Il commando sarebbe giunto nella località siriana obiettivo della missione a bordo di due elicotteri Sikorsky Ch-35. Qui gli agenti del Sayeret Maktal, insieme ad alcuni agenti del Mossad, avevano individuato una cellula dello Stato islamico che aveva ottenuto la tecnologia adeguata per la creazione di un’arma estremamente pericolosa che si riteneva fosse stata creata da Ibrahim Al-Asiri, un saudita considerato una delle menti di Al Qaeda in Yemen. I servizi israeliani avevano ricevuto informazioni dettagliate, presumibilmente da un loro agente sotto copertura infiltrato nell’Isis, che il Califfato stava creando un sistema per trasformare i computer portatili in bombe e che questi sarebbero passati inosservati ai controlli degli aeroporti. Non a caso, proprio in quei giorni, Stati Uniti e Regno Unito ordinarono di creare una sorta di black-list di Paesi da cui era impossibile trasportare in aereo laptop o strumenti elettronici superiori a un certo peso.

La missione ebbe grande risalto anche nei palazzi della Cia, che da decenni collabora con le forze israeliane condividendo informazioni riservate. E si pensava che dovesse rimanere tra i corridoi di Langley, sede della Cia, e della Casa Bianca. Invece i funzionari Usa si dovettero ricredere. A maggio, quando Lavrov giunse a Washington e fu accolto da Trump alla Casa Bianca, il presidente Usa, raggiante per quella notizia ricevuta, si presentò agli interlocutori russi parlando di questa missione israeliana che qualche mese prima aveva dato un duro colpo al terrorismo internazionale. Da quello che si è potuto apprendere, Lavrov e Kislyak rimasero in silenzio per un po’, probabilmente anche loro colpiti da questa rivelazione che aveva effettivamente del sorprendente. E va detto che, in quello stesso incontro, Trump comunicò ai due funzionari russi l’informazione sull’avvenuto siluramento di James Comey da capo dell’Fbi. Quel James Comey che stava indagando proprio sui presunti legami fra Trump e la Russia.

Ora, esistono almeno tre ipotesi a riguardo. La prima è che il presidente Trump fosse veramente convinto di consegnare ai russi un’informazione utile nella lotta al terrorismo e magari di mostrare a Mosca che il sistema di alleanze Usa in Medio Oriente funzionava. Il che non va sottovalutato, perché Trump, prima di essere un politico, è un uomo d’affari. E molto spesso l’uomo d’affari tende a mostrare subito la propria forza di fronte all’interlocutore per far vedere di essere in una posizione di vantaggio. Come dice la stessa rivista americana, può darsi che Trump abbia sfruttato l’idea del “sei ricco se gli altri credono che tu lo sia” e quindi ha dato ai russi l’informazione per far capire che gli Stati Uniti sono la principale potenza mediorientale insieme ai loro alleati. Questa è l’ipotesi “innocentista”. Poi c’è una seconda ipotesi, e cioè che Trump fosse effettivamente ignaro del potenziale dirompente di questa informazione data ai russi. Si ritiene che, colpito dal terrorismo internazionale e memore dell’aereo russo abbattuto in Sinai, Trump abbia voluto fornire a Lavrov e all’ambasciatore quest’informazione dettagliata che riguardava proprio una minaccia sugli aerei. Infine, terza ipotesi, quella che i media americani e la procura del Russiagate vaglia come ipotesi quasi di scuola, è che sia la prova cristallina che Donald Trump abbia legami con la Russia tali per cui il presidente Usa si senta in diritto, o in dovere, di consegnare ai funzionari del Cremlino report classificati dell’intelligence americana e israeliana.

Da un punto di vista nostro, internazionale, che Trump condivida informazioni d’intelligence con i russi nell’ambito della lotta al terrorismo internazionale, non può che essere un dato positivo di distensione. Se la guerra è comune, come ci viene detto,  è chiaro che Russia e Stati Uniti combattano il medesimo nemico. Pertanto, perché non condividere le informazioni che potrebbero essere utili nella guerra? Anzi, questa prova di fiducia nei confronti di Mosca è chiaro che sia un segnale di come Trump, almeno a quei tempi, non avesse alcuna intenzione di congelare i rapporti con la Russia come poi il Congresso ha obbligato a fare. Tuttavia, inutile negarlo, dietro questa notizia c’è un problema, e cioè l’assoluta divergenza di politiche fra la presidenza Usa e l’establishment americano.

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