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La minaccia è di quelle che possono scatenare un vero incidente diplomatico. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha infatti affermato di aver chiesto al ministro degli Esteri di considerare “personae non gratae”, letteralmente “persone non gradite”, dieci ambasciatori occidentali. I diplomatici sono accusati di aver firmato un appello in favore di Osman Kavala, detenuto dal 2017 come presunto organizzatore degli scontri di Gezi Park del 2013 e sostenitore del fallito golpe del 2016. Tra gli inviati coinvolti, spiccano in particolare quelli di Francia, Germania e Stati Uniti. Una minaccia quindi che incide sui rapporti diplomatici della Turchia a 360 gradi.

La furia di Erdogan, e prima ancora la firma da parte degli ambasciatori (qui il documento congiunto), rivelano diverse questioni della nuova era della diplomazia turca sotto il governo Akp. E sono cambiamenti da non sottovalutare nello scacchiere regionale e della politica interna.

La “spia” tedesca che deve far riflettere

Dal punto di vista internazionale, la firma di un appello per una persona considerata pericolosa per un alleato è un gesto di “rottura”. La Francia, che in questi ultimi anni si è contraddistinta per forti prese di posizione nei confronti della Turchia, non è certo sorprendente che abbia fatto questo tipo di scelta. Diversa la questione per altri due Stati coinvolti nell’appello, e cioè Stati Uniti e Germania, e per differenti ragioni. Washington, con la nuova amministrazione democratica, non ha mostrato alcun tipo di avvicinamento ad Ankara. Joe Biden, tra i primi gesti alla Casa Bianca, ha ufficialmente riconosciuto il genocidio degli armeni, considerato tabù per l’esecutivo turco. Mentre sul fronte strategico, pesano gli stop al programma F-35 per la Turchia e il riposizionamento delle basi americane in Grecia per rafforzare la presenza nel territorio dell'”eterno nemico” ellenico.

La firma dell’ambasciatore e la conseguente reazione minacciosa da parte turca riflettono un rapporto ormai corroso da diversi anni e che rischia di incrinarsi in modo definitivo. Lato tedesco, la scelta dell’ambasciatore (e quindi di Berlino) è addirittura più sorprendente se si pensa al tradizionale modo di relazionarsi tra Germania e Turchia, e in particolar modo negli ultimi anni con Angela Merkel e Erdogan. La diplomazia tedesca si è sempre orientata sul pragmatismo e sulla moderazione, ed è stata proprio la Germania a spingere per evitare gesti di frattura con la Turchia sia per incassare soldi dalla vendita di sistemi d’arma sia per frenare l’ondata di migranti sfruttando il Paese anatolico. La mossa tedesca può essere la spia di un cambiamento dei rapporti con la Mezzaluna che deve far riflettere specialmente se messa in parallelo con la trattativa per il nuovo governo a guida socialista.

Perché l’Italia no? Diverse letture

Di qui la domanda che circola con insistenza tra gli osservatori: perché l’Italia no? Molti hanno ritenuto la scelta di non firmare l’appello come una mossa che denota una certa pavidità. Tuttavia, la risposta può essere duplice. Innanzitutto perché il gesto di firmare l’appello a favore di un dissidente di un esecutivo alleato è una forma di pressione irrituale. E in effetti, al momento, a parte l’irrigidimento turco, non ha prodotto risultati sostanziali per la liberazione del fondatore di Anatol Kultur. Lo dimostra il fatto che lo stesso Kavala, dal carcere di Silivri, ha scritto che l’ira del governo per la mossa dei rappresentanti internazionali è “il peggiore degli sviluppi possibili”.

Quella di firmare a favore di Kavala si può considerare una netta presa di posizione nei confronti del governo turco e in particolare di Erdogan, che molti governi e partiti europei ritengono ormai coinvolto in una deriva autoritaria senza fine. Tuttavia va considerato un dato preliminare: tutti questi Paesi trattano con Erdogan, e fino a questo momento non hanno mai negato anche una certa accondiscendenza verso le richieste di Ankara. Non da ultimo il fatto che il Paese riceve assegni di miliardi per controllare i flussi migratori ed evitare l’esodo sulla rotta balcanica. Si può controbattere dicendo che pagare un governo non significa poi tacere di fronte alle ingiustizie: ma certo non si può nemmeno evitare di riflettere su questa doppia morale europea, che da un lato firma appelli per la liberazione di un avversario di Erdogan e dall’altro chiude più di un occhio su molti elementi che rendono la Turchia un interlocutore non solo necessario, ma anche ricercato da diversi Paesi Ue.

… Ma l’Italia non è sola

D’altro canto l’Italia, proprio con il governo di Mario Draghi, l’ha fatto capire in maniera esplicita, quando il presidente del Consiglio, di ritorno da quella Libia ormai anche turca, bollò Erdogan come un “dittatore” con cui però bisogna dialogare. Parole che fecero infuriare Ankara, ma che dimostrarono erga omnes una certa posizione di Palazzo Chigi nei confronti del leader turco che in questo caso, per Kavala, non si è voluta confermare. E se anche si volesse considerare come eccessivamente moderata la posizione italiana in questo frangente, non va dimenticato che tra i Paesi coinvolti in questo appello manca proprio la spina nel fianco turca nell’Egeo, la Grecia, che al pari anche di Cipro, ha evitato di entrare a gamba tesa su un tema che avrebbe acceso la rabbia del cosiddetto Sultano. Lo stesso dicasi per la Spagna, che con la Turchia ha un approccio molto simile a quello italiano, ma è un discorso che può essere esteso anche all’Austria, che anzi ha più volte sostenuto concetti estremamente duri nei confronti di Erdogan e delle derive neo-ottomane del suo esecutivo. E se pensiamo al blocco occidentale, oltre che dei singoli Paesi Ue, non va sottovalutato che nemmeno Israele ha partecipato a questo appello, così come il Regno Unito, che da tempo intrattiene rapporti intensi con la Turchia. Paesi che anche in questo caso non possono certo considerarsi estranei sia ai sentimenti occidentali che a rapporti più o meno complessi con Ankara.

L’Italia, insomma, non è l’unico Stato occidentale e con un governo profondamente legato al sistema di valori di questa parte di mondo, che ha preferito evitare gesti eclatanti. Sia perché la Turchia è un partner importante a livello commerciale, sia perché è un coinquilino in aree che per l’Italia sono fondamentali (dalla Libia al Sahel fino al Mediterraneo orientale e ai Balcani), sia perché Roma da sempre adotta approcci meno duri blindando una storia diplomatica tradizionalmente orientata al dialogo.

La Turchia rischia un clamoroso autogoal

Dal punto di vista turco, e soprattutto dal punto di vista di Erdogan, la minaccia di espulsione degli ambasciatori rimane comunque il simbolo di una tensione ormai costante nei rapporti con l’Occidente. Il considerare un ambasciatore “persona non grata” non è detto sia una frattura insanabile: basti pensare che pochi giorni fa la Francia ha direttamente ritirato gli ambasciatori da Australia e Stati Uniti dopo la firma di Aukus e la perdita del contratto per i sottomarini a Canberra. Sono gesti di condanna diplomatica che possono anche ripianarsi, ma in un sistema internazionale ormai sempre più abituato a questi scatti di orgoglio o di ira che fino a qualche decennio fa apparivano meno usuali. Resta però, quella turca, l’immagine di un Paese che non sa più reagire con moderazione alla pressione internazionale. E questo è un autogoal che per Erdogan, con una crisi finanziaria costante e una crisi di consenso e politica che contraddistingue soprattutto quest’ultimo mandato, rischia di avere gravi ripercussioni. Il leader turco ha parlato con toni minacciosi, da fiume in piena, durante un comizio in cui ha provato a serrare i ranghi: ma l’annuncio di un ulteriore taglio degli interessi ha fatto sprofondare la lira turca, che batte ormai ogni record negativo nei confronti di euro e dollaro.

L’impressione è che la deriva imposta all’esecutivo stia portando la Turchia all’isolamento internazionale e una forma di orientalizzazione che non piace a larga parte degli alleati. Erdogan ha intessuto la sua trama di partenariati in Africa, Medio Oriente e Asia centrale rendendosi un interlocutore obbligato, ma di certo non desiderato, in tutte le maggiori arre di crisi. Ma i rapporti con l’Occidente iniziano a essere molto tesi e anche i media americani hanno iniziato a parlare dell’opposizione all’Akp, accendendo i riflettori su una componente politica che potrebbe piacere a larga parte di Washington. Il New York Times, proprio nel giorno in cui Erdogan ha annunciato la sua ritorsione sugli ambasciatori “se non comprendono la Turchia”, ha descritto le mosse dell’opposizione parlando di fronte comune per vincere alle prossime elezioni. Segnali che possono far comprendere anche lo spostamento del pensiero Usa, che da tempo non apprezza le mosse di Ankara tra Cina e Russia. Il governo turco continua a parlare di “alleanza strategica” con Nato e Stati Uniti, ma lo stesso Erdogan ha ammesso che le cose con Biden “non sono iniziate bene” e il G20 sembra essere una resa dei conti in cui la Turchia vuole arrivare con l’immagine di Paese orgoglioso e ferito, pur sapendo che qualcosa inizia a scricchiolare. E lo dimostra il fatto che potrebbe perdere il miglior alleato in Ue: la Germania.