La sua parabola umana finisce poco dopo quella politica e, a guardare la vita di Robert Mugabe, non è certo una sorpresa. L’ex presidente dello Zimbabwe, vero e proprio ideatore dello Stato africano, ha spero un’intera esistenza all’interno del mondo politico: prima da attivista e convinto sostenitore della causa panafricana, poi da primo ministro e presidente del suo Zimbabwe, Paese che ha guidato per 37 anni. Nel 2017 il golpe che lo destituisce e, dopo quasi due anni in cui poco o nulla si sa di lui e delle sue condizioni, arriva la morte a 95 anni all’interno di un ospedale di Singapore. 

Il doppio volto di Mugabe

Difficile valutare complessivamente la figura del defunto ex presidente dello Zimbabwe. Da un lato è un vero e proprio “genio politico”, per usare le parole di uno dei più importanti giornalisti del Paese africano, Lawrence Vambe, ma dall’altro è anche uno che con le sue scelte ha contribuito (e non poco) a rendere l’economia dello Zimbabwe una delle più disastrate del continente nero. Allo stesso modo, c’è chi lo ricorda come un grande attivista africano, quasi alla stregua di Mandela, e c’è chi invece lo dipinge come un vero e proprio despota. Probabilmente, così come per ogni leader longevo e che regna per più decadi, tutte queste descrizioni apparentemente contraddittorie coincidono ed evidenziano una personalità piuttosto complessa.

Del resto molto complessa è la sua vita, che già a dieci anni lo pone di fronte all’improvvisa fuga del padre ed alla morte prematura del fratello: Robert Mugabe cresce con sua madre, Bona Mugabe, una donna descritta dal carattere molto forte che trasferisce ben presto al figlio. Un rapporto non sempre semplice, visto che lei prova ad imporgli la via del sacerdozio. Lui non accetta, riesce ad ottenere una borsa di studio e va studiare all’estero. Poco più tardi diventa insegnante e la sua prima cattedra è ad Accra, capitale di un Ghana da poco indipendente. Qui non solo viene a contatto con le idee panafricane e marxiste, ma conosce anche Sally Hayfron, sua futura moglie. Lei, tra le prime insegnanti donna del Ghana e tra le prime attiviste africane, viene descritta come la donna “in grado di placare l’anima selvaggia di Robert”, come afferma ancora Lawrence Vambe.

In tanti vedono nel primo periodo politico di Mugabe molte tracce del carattere molto razionale della moglie: sia quando lotta per l’indipendenza dell’allora Rhodesia, sia quando poi diventa leader del nuovo Stato denominato Zimbabwe, il futuro presidente viene visto come uno dei punti di riferimento sia politico che culturale. La sua è una lotta armata, l’unica secondo lui in grado di allontanare il governo degli eredi dei coloni bianchi, che viene presa come esempio da tanti leader panafricani. Per questo quando nel 1980, tolti i panni di attivista ed indossati quelli di leader politico, da tutta l’Africa si guarda con ottimismo al nuovo corso inaugurato da Mugabe nello Zimbabwe. Chi lo conosce bene sa qual è la sua ambizione e sa fino a che punto può spingersi la sua sopra citata “vena selvaggia”, ma si fidano della moglie Sally e della sua positiva influenza su Mugabe.

Non è un caso che la politica del presidente dello Zimbabwe inizia a diventare più contraddittoria quando la consorte si ammala, sul finire degli anni ’80. Se prima Mugabe appare tanto lungimirante da offrire il ruolo di vice allo storico suo antagonista, ossia Joshua Nkomo, nella seconda metà degli anni ’80 invece rompe gli equilibri ed attua la politica della cosiddetta Gukurahundi, una repressione che colpisce la regione del Matabeleland, lì dove Nkomo risulta ben radicato. Ed ecco ancora una volta emergere le contraddizioni: attivista e politico lungimirante da un lato, despota dall’altro.

L’eredità di Mugabe

Un altro episodio controverso riguarda la riforma agraria attuata tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000. Ufficialmente con l’intento di interrompere il latifondo e dare le terre a tutti, in realtà il governo di Mugabe attua una vera e propria repressione contro la minoranza bianca. Gran parte delle fattorie in quel periodo sono ancora infatti gestite dai discendenti dei coloni britannici, Mugabe con la sua riforma espropria loro le terre senza indennizzo. In questa maniera non dà soltanto il via ad una serie di episodi di violenza verso la minoranza di origine europea, alimentando e fomentando un clima ostile, ma sconquassa l’impalcatura del settore agricolo facendo cadere in rovina l’economia del paese. Da allora iper inflazione, disoccupazione e problemi strutturali ostacolano la ripresa dello Zimbabwe.

Alla luce di tutto ciò e della sua lunga attività politica, cosa resta oggi dell’era Mugabe nello Zimbabwe? La risposta è anch’essa intrisa di contraddizioni, le stesse che caratterizzano la natura del personaggio Mugabe. Di sicuro l’ex presidente rimane comunque una figura centrale nella storia del paese, il vero ideatore dello Zimbabwe, nonché vero unico politico carismatico capace di guidare per quasi 40 anni un territorio molto difficile. Ma è altrettanto vero che oggi la popolazione, anche quella di colore, non sta meglio rispetto all’era precedente alla sua presidenza.

Il suo successore, Emmerson Mnangagwa, lo saluta come “padre della patria”: nonostante, da suo vice, viene considerato tra gli ideatori del golpe che lo depone nel novembre del 2017, il commiato tributato a Mugabe è di quelli riservati solo alle figure importanti. Ed anche nel paese la sensazione sembra la stessa: da un lato nessuno piange due anni fa la sua caduta, forse nessuno piange oggi la sua morte, ma al tempo stesso nessuno se la sente di non tributargli un estremo commiato. Tutti riconoscono a Mugabe, forse, il fatto di essere stato un vero padre della patria, un padre però poco diligente che nel tempo si allontana dagli ideali originari. Ed anche all’estero la figura di Mugabe è intrisa di contraddizioni: oggi, a livello internazionale, c’è chi tributa gli onori all’ex presidente dello Zimbabwe come leader africano e terzomondista, c’è chi invece lo considera un mero assassino.