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Era il 14 febbraio del 2005: intorno alle 12:55, un’esplosione fa oscillare i palazzi più alti di Beirut e sventra una strada centrale, quella limitrofa all’Hotel Saint George. La capitale libanese, all’epoca, non era più abituata ai boati. La guerra civile era lontana 15 anni, la deflagrazione del porto dell’agosto 2020 ancora distante 15 anni. Si è, ma all’epoca non lo si poteva sapere, esattamente a metà strada tra i due botti più forti che abbiano mai sconvolto il Libano.

Quella bomba “di mezzo” ha forse contribuito a far detonare l’attuale polveriera. A morire tra le fiamme di Beirut, in quel febbraio del 2005, è infatti Rafiq Hariri. Sunnita, ex premier ed ex uomo d’affari, il suo è un nome pesante nella storia di quel Libano. L’attentato ha sconquassato nuovamente una società dai fragili equilibri ma, in quel momento, ha avuto anche un altro effetto collaterale: portare i giovani in piazza.

La Rivoluzione dei Cedri

Forse in molti, tra gli analisti, pensavano che la guerra civile terminata nel 1990 non fosse così sbiadita nei ricordi da riportare subito gente per strada. La memoria della guerra spesso porta la gente a preferire, costi quel che costi, la stabilità a una rivolta. Eppure a Beirut in migliaia sono rimasti per giorni accampati nelle piazze e nelle vie principali. È nata così la cosiddetta “Rivoluzione dei Cedri”. Un nome che rievoca il simbolo del Paese, quel cedro sistemato da sempre al centro della bandiera. Per strada erano soprattutto giovani. Chiedevano, in primis, le dimissioni dell’allora premier Omar Karami. E poi, in secondo luogo, l’uscita dal territorio del Libano delle truppe siriane, presenti dalla fine della guerra civile all’interno delle forze chiamate a sorvegliare il rispetto degli accordi di Taif.

L’impressione però, è che le ragazze e i ragazzi di allora avessero nel mirino obiettivi ancora più profondi. Quelli, cioè, legati alla costruzione di un Paese normale, senza più spartizioni settarie e comunitarie del potere e in grado di costruire una più moderna democrazia. In tal senso, la Rivoluzione dei Cedri potrebbe anche essere annoverata come antesignana della primavera araba del 2011.

La normalità, secondo le idee circolanti nelle piazze di Beirut allora, si sarebbe dovuta costruire con l’emancipazione dalla Siria, con la costruzione di un sistema politico unitario e con un definitivo risanamento economico del Paese. La speranza di quelle settimane verteva anche sul clima pacifico che si respirava durante la protesta: niente scontri, niente rivalse, niente rivendicazioni etniche o religiose, soltanto un’intensa pressione data da una piazza che non ha mai cercato né scontri interni e né scontri con le autorità. Sembrava, per davvero, l’inizio di un nuovo Libano, formato da chi ha vissuto da piccolo la guerra e voleva vivere, come adulto, in un Paese normale.

Una rivoluzione soffocata dalla realtà

In un primo momento, la proteste ha prodotto i suoi primi frutti. Karame si è effettivamente dimesso ad aprile e il Paese è andato a nuove elezioni. Dove, tra le altre cose, a vincere è stata una coalizione, retta da Saadi Hariri (figlio di Rafiq), anti siriana. E a Damasco, il presidente siriano Assad, sempre ad aprile, ha dato il via libera al ritiro delle proprie truppe dal Libano. Ma i propositi di normalità, sono poi naufragati nel giro di poco tempo. Già nel 2006, la guerra tra Israele ed Hezbollah ha fatto capire ai giovani libanesi di non vivere in una realtà in grado di cambiare. Ha fatto, anzi, constatare loro di trovarsi nella più classica delle turbolenze mediorientali, dove la guerra, quando meno te l’aspetti, prende fatalmente il sopravvento.

Negli anni poi, chi ha protestato in quei mesi del 2005 si è accorto dell’impossibilità di scalfire un sistema settario oramai radicato e difeso strenuamente da chi, grazie alla spartizione delle poltrone, può mantenere saldo il potere. La guerra civile nella vicina Siria, la crisi economica palesatasi in modo drammatico dal 2019, il botto nel porto di Beirut e tutto il resto hanno poi soffocato le speranze di allora. E oggi, di quella rivoluzione dei Cedri rimangono solo macerie. Morali, sociali e adesso anche fisiche, con il Libano di fatto di nuovo in guerra e impossibilitato a rimettere la testa fuori dal guado.

Chi era in piazza allora, potrebbe oggi essere in fuga, dentro qualche tenda in patria oppure a cercare fortuna e lavoro all’estero. Chi è rimasto, potrebbe aver preferito la via della radicalizzazione, della difesa della sua comunità e del ritorno a posizioni settarie. Oppure, semplicemente va in giro per i supermercati in cerca di qualcosa da mangiare. Con la tragica convinzione che, se nasci in Libano, è meglio non alimentare prospettive e aspettative.

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