Al momento è solo un sussurro: Donald Trump potrebbe irrompere sulla scena politica con un nuovo partito. Quasi una creatura personale, che nascerebbe sulla scia del progetto dell’internazionale populista. Quello su cui, almeno per un po’di tempo, aveva lavorato il guru trumpiano Steve Bannon, che l’ex presidente degli Stati Uniti ha graziato poco prima di lasciare la Casa Bianca. Siamo nel campo delle ipotesi, ma il “Patriot Party” – questo è il nome che sarebbe stato individuato – è un’opzione verosimile per il futuro politico di Trump.

Il tycoon è ai ferri corti con il Partito Repubblicano, che sta cercando di normalizzarsi dopo l’avvento del trumpismo. La discesa in campo del magnate nel 2016 ha modificato temi e linguaggio del Gop, che ora, almeno per una parte consistente dei suoi esponenti, sembra intenzionato a mettersi l’esperienza Trump alle spalle, assecondando peraltro la richiesta d’impeachment mossa dai Democratici. Sembra che i bushiani del Gop, cioè la parte ideologica che guarda con favore al doppio mandato di George W.Bush, voglia infliggere al trumpismo una sorta di damnatio memoriae. Non è un caso che in testa ai critici di Trump ci sia Liz Cheney, la figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney, che è stato il principale teorico del “nuovo secolo americano” e il braccio destro del penultimo presidente degli States targato Gop.

Certo, buona parte dei governatori repubblicani sembrano propendere per Trump, e la base degli elettori del Gop è stata, anche a causa della continua presenza dell’ex presidente sui mezzi televisivi, “trumpizzata” nelle sue istanze, ma la sensazione è che The Donald abbia rappresentato una variabile imprevista che l’establishment repubblicana non ha mai digerito più di tanto. E ora, dopo la sconfitta elettorale delle presidenziali, ci si appresta ad assistere alla resa dei conti tra la dirigenza partitica ed il mondo del tycoon. Se Trump dovesse davvero fondare un Partito dei patrioti, allora il consenso del Gop verrebbe minato. La democrazia americana sarebbe in parte sconvolta dalla comparsa di un terzo partito in grado di rastrellare parecchi voti. Per quanto esperienze simili siano già state sperimentate con esito non troppo favorevole, come nel caso del Partito della Riforma di Ross Perot. Trump, poi, avrebbe velleità internazionali.

Cosa potrebbe accadere in Europa

Donald Trump non è stato solo il presidente degli Stati Uniti d’America, ma anche un riferimento per tutti i sovranisti occidentali. Se The Donald dovesse irrompere sulla scena con il “Patriot Party”, allora costringerebbe i populisti d’Europa ad una scelta. Considerando le velleità di Trump, è lecito pronosticare che l’ex inquilino della Casa Bianca proverà a tessere una rete in grado di far sì che il sovranismo sopravviva alla sua esperienza da presidente. Lo scontro ideologico tra il popolarismo-liberale ed il sovranismo-populista continuerebbe così ad essere alimentato. E tante realtà, anche operanti sul Vecchio Continente, dovrebbero scegliere se guardare al modello trumpiano o a quello del Gop.

Il fronte del centrodestra in generale, insomma, potrebbe sfaldarsi a causa del “Patriot Party”. La ragione risiederebbe nelle grandi differenze che intercorrono tra le varie piattaforme. Trump, durante il suo mandato, ha rappresentato anche una sintesi, ma una estremizzazione del suo messaggio non consentirebbe un dialogo tra i possibili aderenti ed i possibili critici della sua “Internazionale”. Si pensi, a titolo esemplificativo, a quello che potrebbe accadere in Francia: già oggi i lepenisti di Marine Le Pen ed i Repubblicani non godono di buoni rapporti. L’elettorato, però, può ragionare di testa sua, e votare a seconda delle circostanze, magari in opposizione a Emmanuel Macron. Un’ulteriore scollatura tra sovranismo ed universo liberale allontanerebbe due emisferi già abbastanza distanti tra loro. E le chances di vittoria, per gli uni e per gli altri, si limiterebbero al lumicino, spingendo forse i Partiti liberali e popolari verso il centrismo, in ottica di “coalizione Ursula”.

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