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L’alba dell’8 gennaio 2020 l’Iran non la dimenticherà facilmente. E forse non lo farà mai. La vendetta per il generale Qassem Soleimani non è stata bagnata dal sangue dei soldati americani in Medio Oriente, ma da quello dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio del volo Ukraine International Airlines 752, partito dall’aeroporto internazionale di Teheran-Imam Khomeini e abbattuto da un missile a pochi minuti dal decollo.

Un disastro che è apparso subito qualcosa di diverso rispetto a una tragica fatalità. La tempistica dell’incidente, proprio nella notte in cui l’Iran lanciava la sua operazione contro due basi Usa, faceva presagire qualcosa di diverso. E così è stato. Dopo le prime notizie sulla caduta del volo ucraino e le prime accuse mosse dalle intelligence occidentali, l’Iran lo ha ammesso: quel Boeing 737 partito da Teheran era stato effettivamente abbattuto dalla contraerea. Un tragico errore dovuto allo scambio dell’aereo civile partito dall’aeroporto Imam Khomeini per un aereo militare nemico o un missile.

L’ammissione di colpa del governo iraniano – arrivata con le condoglianze di Hassan Rouhani e Mohamed Zarif e con la drammatica confessione del comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Amir Ali Hajizadeh – non ha però messo a tacere ogni interrogativo. Qualcosa, in quell’interminabile notte di Teheran, continua a non essere chiara.

Il missile che ha colpito il Boeing

Secondo quanto riportato dalla stampa – e mai smentito da Teheran – ad abbattere il Boeing ucraino sarebbero stati due missili 9K330 del sistema da difesa aerea mobile Tor-M1 di fabbricazione russa. Come si vede anche dal filmato, si possono distinguere due scie di missili a 21 secondi l’una dall’altra: un fattore tempo su cui poi torneremo.

L’Iran ha acquistato 29 esemplari di Tor-M1 (Sa-15 “Gauntlet” in codice Nato) nel 2006. Il sistema viene utilizzato per la difesa aerea a corto / medio raggio avendo la possibilità di ingaggiare bersagli col radar sino ad una distanza di 25/30 chilometri e di colpirli a una distanza massima di 12, con una quota di ingaggio che va dai dieci ai 6mila metri.

Il missile 9K330, che viene utilizzato dal Tor-M1, è a guida radar con spoletta di prossimità. Questo significa che si dirige sul bersaglio grazie al radar e che la sua testata bellica non esplode a contatto ma ad una distanza prefissata. Quando viene lanciato, si eleva verticalmente sino ad una quota di circa 20 metri, per poi inclinarsi, grazie a dei getti, e dirigersi verso il bersaglio. La sua distanza di sicurezza, ovvero la distanza minima oltre la quale il missile è attivo, è di 1500 metri.

Tempi e distanze: qualcosa non torna

Tutto fa pensare che la versione iraniana sia corretta. Tuttavia, in base ai dati del missile, nel video (finora una delle rare fonti “dirette” per spiegare il mistero) c’è qualcosa che non coincide perfettamente. Ed è opportuno analizzarlo per capire se effettivamente esista una seconda teoria oltre alla tragica decisione di un soldato iraniano.

Entrambi i missili non vengono visti partire prima in senso verticale – ma questo potrebbe essere solo un fattore di prospettiva -, ma soprattutto la sequenza mostra il primo missile colpire il velivolo, seguito solo 21 secondi dopo dal secondo: quello fatale.

Una dinamica particolare cui si aggiunge un altro nodo che può essere dirimente. Assumendo che i missili siano stati effettivamente sparati dalla base militare nei pressi dell’aeroporto, il secondo missile avrebbe colpito il velivolo ad una distanza che risulta essere inferiore rispetto alla distanza minima di sicurezza per l’attivazione della testata bellica del missile con cui è armato il Tor. 

Tutte le fonti concordano che il 737 stesse volando a un’altezza di circa 2400 metri sul livello del mare, che è una distanza più che sufficiente affinché il missile potesse “armarsi”. Però a questa altitudine va sottratta la quota del terreno. E Teheran si trova a circa mille metri sul livello del mare. Quindi l’altitudine effettiva del Boeing dell’Ukraine Airlines dal suolo era di 1300 metri circa. Se il primo missile risulta colpire il velivolo a una distanza compresa tra i 2700 e i 3300 metri dal presunto punto di lancio, quindi oltre la soglia di sicurezza, il secondo – che arriva 21 secondi dopo – risulta essere al di sotto di questa soglia come evidenziato dalla ricostruzione della rotta tenuta dal Boeing.

Lo stesso intervallo di tempo intercorso tra il primo lancio e il secondo è lungo per la tattica impiegata nell’utilizzo del sistema Tor: dopo il primo missile solitamente l’altro viene lanciato qualche secondo dopo per effettuare un micidiale 1-2 sul bersaglio. 21 secondi sono troppi.

Un manpad? Cambierebbe tutto

A questo punto possiamo riflettere su una seconda opzione. Premettendo che si tratta di ipotesi basate sull’analisi di fonti accessibili a tutti. Scatole nere e dati reali sono al vaglio degli inquirenti.

L’Iran ha una serie di dispositivi superficie-aria portatili, i cosiddetti manpad, in grado di essere azionati da un solo uomo, che hanno profili di volo e dispositivi di sicurezza che meglio si adattano a quanto si vede nel video. In particolare l’Iran dispone di un numero imprecisato di Strela M-2, Strela 3, Igla-S, Misagh-1 e 2 e a quanto sembra anche alcuni Stinger rimasti dalle forniture ottenute clandestinamente dagli Stati Uniti (affaire Iran-Contra) durante la guerra Iran-Iraq degli anni ’80. 

I famosi 21 secondi trascorsi tra un missile e l’altro sono poi più che sufficienti per effettuare un secondo lancio di un manpad dallo stesso dispositivo o da un secondo una volta che, a vista, ci si è resi conto che l’aereo era ancora in condizioni di volare. Oltretutto questa teoria si adatterebbe meglio a spiegare come sia stato possibile che gli operatori del sistema Tor-M1, che è inserito nella “cintura difensiva” antiaerea iraniana, abbiano potuto scambiare un velivolo civile, dotato di regolare transponder, per un bersaglio militare.

Uno scenario inquietante

Naturalmente è difficile, con i mezzi a disposizione, trovare la verità. E forse sarà impossibile. Ma quello che è certo è che quella notte, a Teheran, è successo qualcosa. Perché quello che è iniziato con l’omicidio di Soleimani è un movimento di accuse, controaccuse, minacce e nomine che fa presagire che qualcosa sta cambiando nelle alte sfere della Repubblica islamica e dei Guardiani della Rivoluzione.

L’uccisione di Soleimani, uomo che era considerato un fedelissimo di Ali Khamenei, ha segnato una svolta netta nella strategia di Teheran in Medio Oriente. Esmail Ghaani, il vice di Soleimani e nuovo leader delle Quds, è un uomo di sistema che in molti ritengono molto meno autonomo rispetto al predecessore e ben più vicino all’ala dura. La Guida Suprema ha scelto Ghaani nel solco della continuità: ma in realtà la sua nomina va oltre la semplice sostituzione burocratica. E nel frattempo, l’assunzione di responsabilità del generale Hajizadeh scredita il vertice della forza più importante della strategia dei Pasdaran dopo le Quds, ovvero quella forza aerospaziale che guida il programma missilistico.

Il terremoto politico sorto con l’uccisione di Soleimani, continuato con la voglia di vendetta e terminato (per ora) con il sermone di Ali Khamenei nella preghiera del venerdì (prima volta dopo otto anni) segnala che qualcosa sta cambiando nel sistema della Repubblica islamica. Anche le immagini di Rouhani che abbandona la preghiera alle spalle di Khamenei prima della fine delle funzioni, con lo sguardo stupito del presidente del parlamento, Ali Larijani, potrebbe essere il segnale della frattura. Il sermone della Guida Suprema non è mai un sermone qualsiasi: e le parole usate dall’ayatollah sono state di fuoco nei confronti del mondo.

Una frattura che chiaramente si innesta sui dubbi di un incidente aereo che appare sempre più denso di misteri.

Se non è uno stato il sistema Tor ma un manpad – provando quindi a contraddire la teoria universalmente accettata -, allora qualcuno ha imbracciato quell’arma e sparato. Chi e per conto di chi è impossibile da capire ma certamente farebbe da contorno a quella sorta di mini-rivoluzione cui sta assistendo l’establishment della Repubblica. Ma sul perché sia stato scelto quel volo, molte sono le ipotesi è nulle le certezze.

Di certo c’è che quell’aereo non doveva partire in una notte di raid missilistici, come del resto aveva ordinato il comandante Hajizadeh. Ma quell’ordine è rimasto inascoltato proprio nell’aeroporto di Teheran: tanto è vero che il Boeing, ricevuto l’ok dalla torre di controllo, si è alzato regolarmente in volo senza ricevere alcuna controindicazione.

Altro mistero è sul fatto che la Guardia rivoluzionaria, che ha una base proprio vicino all’aeroporto Khomeini, possa aver commesso un errore così maldestro da scambiare un aereo di linea in decollo da un aeroporto a pochi chilometri con un velivolo nemico. I radar di un sistema come la contraerea iraniana non potrebbero commettere un errore del genere e un soldato non è da solo ad attivare i missili: c’è una batteria. Terzo mistero, che però è possibile solo sfiorare, è capire se dietro alla distruzione di un aereo non ci sia solo una lotta interna ma anche la volontà di colpire proprio quell’aereo.

Misteri che probabilmente rimarranno tali. Ma se non è stato un errore del Tor, l’idea è che qualcuno abbia voluto far tremare il sistema. Da capire se dall’interno o dall’esterno.

Per ora, con le indagini ancora in corso e dando per certa la versione “ufficiale”, sembra chiaro almeno un risultato, ovvero l’indebolimento di alcune figure chiave della politica iraniana, Rouhani e Zarif in primis. Coloro che stanno trattando, nelle segrete stanze, il nuovo accordo sul programma nucleare.